I 3 effetti sorprendenti dei videogiochi sulla salute (secondo la scienza)

Mattia Zamboni | Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano
A cura di Mattia Zamboni
Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano

Data articolo – 22 Gennaio, 2026

Un uomo e un bambino seduti sul bordo di un letto mentre giocano concentrati a un videogioco con i controller

Negli ultimi anni il tempo trascorso davanti a uno schermo non è più un dettaglio marginale dello stile di vita, soprattutto tra i giovani adulti: le abitudini digitali sono sempre più implicate all’interno delle routine alimentari, del sonno, del movimento e del benessere in generale.

È proprio in questo contesto che si inserisce uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nutrition, che ha analizzato il legame tra l’uso dei videogiochi e alcuni indicatori di salute.

L’obiettivo non era demonizzare il gaming, ma capire se – e in che modo – un’esposizione prolungata potesse associarsi a comportamenti meno favorevoli dal punto di vista nutrizionale e metabolico.

Ecco cosa è emerso.

Videogames e stile di vita sano

Lo studio nasce da una domanda semplice solo in apparenza: giocare spesso ai videogiochi è associato a uno stile di vita meno sano?

Gli autori hanno cercato di rispondere osservando diversi parametri:

  • qualità complessiva della dieta;
  • indice di massa corporea (BMI);
  • livello di attività fisica;
  • qualità del sonno.

L’attenzione non era rivolta al contenuto dei videogiochi, ma al tempo settimanale dedicato al gaming, considerato come possibile indicatore di sedentarietà e di scelte alimentari disfunzionali.

Si tratta di uno studio osservazionale trasversale, basato su questionari auto-compilati.

Il campione era composto da 317 studenti universitari australiani, una fascia d’età particolarmente interessante perché spesso caratterizzata da autonomia alimentare recente, orari irregolari e carichi cognitivi elevati.


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Ai partecipanti è stato chiesto di fornire informazioni su:

  • numero di ore settimanali dedicate ai videogiochi;
  • abitudini alimentari, valutate tramite un punteggio di qualità della dieta;
  • livello di attività fisica;
  • durata e qualità del sonno;
  • peso e altezza per il calcolo del BMI.

Il gaming è stato, poi, suddiviso in fasce di esposizione, con particolare attenzione a chi superava le 10 ore settimanali di gioco.

L'impatto su sonno, sedentarietà e dieta

I dati raccolti mostrano che gli studenti che dedicavano più di 10 ore a settimana ai videogiochi tendevano a presentare:

  • una qualità della dieta inferiore, con minore adesione alle linee guida nutrizionali – con un BMI mediamente più alto rispetto ai non gamer o ai gamer occasionali;
  • livelli di attività fisica più bassi;
  • una qualità del sonno peggiore, sia in termini di durata che di continuità.

Un aspetto rilevante è che queste associazioni restavano significative anche dopo aver corretto i dati per fattori come età, sesso e alcune variabili di stile di vita.

In altre parole, il tempo dedicato ai videogiochi emerge come fattore indipendente associato a comportamenti meno salutari.

Dieta e gaming: un legame sottovalutato

Uno degli elementi più interessanti dello studio riguarda l’alimentazione. Chi giocava di più tendeva a seguire una dieta meno equilibrata, caratterizzata da:

  • maggiore consumo di snack ad alta densità calorica;
  • minore assunzione di frutta e verdura;
  • pattern alimentari irregolari, spesso legati a sessioni di gioco prolungate.

Non si tratta necessariamente di “mangiare male” in senso assoluto, ma di un contesto che favorisce scelte rapide, poco pianificate e spesso caloriche. Il gaming, soprattutto quando si prolunga nelle ore serali, sembra interferire con la struttura dei pasti e con l’attenzione al cibo.

Attività fisica e sedentarietà

Come prevedibile, il tempo dedicato ai videogiochi risulta inversamente proporzionale al livello di attività fisica. Lo studio non suggerisce che i gamer non si muovano affatto, ma indica una riduzione complessiva del movimento settimanale.

Tre ragazzi seduti sul pavimento che sorridono e giocano insieme con dei controller per videogiochi

Questo aspetto è particolarmente rilevante in età universitaria, una fase in cui si consolidano abitudini destinate spesso a protrarsi nel tempo. Anche una moderata riduzione dell’attività fisica, se cronica, può avere effetti sul metabolismo e sulla composizione corporea.

Sonno e ritmo circadiano

Un altro punto critico riguarda il sonno. Gli studenti che giocavano più a lungo riferivano:

  • maggiore difficoltà ad addormentarsi;
  • sonno meno ristoratore;
  • orari di riposo più irregolari.

Il legame tra esposizione agli schermi, stimolazione cognitiva e alterazione del ritmo circadiano è ben documentato. Questo studio conferma che il gaming intenso può contribuire a un peggioramento della qualità del sonno, con possibili ripercussioni su concentrazione, umore e rendimento accademico.

Un legame da non ignorare

È fondamentale chiarire fin da subito che lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto: non è possibile dire che i videogiochi “causino” un peggioramento della salute. È altrettanto plausibile che persone con abitudini già meno strutturate siano più inclini a passare molte ore a giocare.

Gli stessi autori sottolineano i limiti tipici degli studi trasversali:

  • dati auto-riferiti;
  • campione circoscritto;
  • impossibilità di stabilire la direzione del rapporto.

Nonostante i limiti, la ricerca offre un messaggio chiaro: il tempo di gioco è un indicatore comportamentale da non ignorare, soprattutto in contesti di promozione della salute.

Il punto non è ridurre il gaming in sé, ma integrarlo in uno stile di vita più equilibrato, che tenga conto di un’alimentazione consapevole, movimento regolare e sonno adeguato.

Per professionisti della salute, nutrizionisti e operatori universitari, questi dati possono rappresentare una base utile per interventi mirati, realistici e non giudicanti.

Fonti:

NutritionVideo gaming linked to unhealthy diet, poor sleep quality and lower physical activity levels in Australian University students

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