Le placche che ostruiscono le arterie possono ridursi? I nuovi risultati della ricerca

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
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Data articolo – 06 Novembre, 2026

immagine fittizia di cibo superprocessato che scorre nelle arterie

Le placche sono depositi di colesterolo e grassi che si accumulano nelle pareti delle arterie. Crescendo, possono restringere il passaggio del sangue e ostacolare il lavoro del cuore. 

Per anni si è pensato che, una volta formate, si potesse al massimo evitare che continuassero a crescere. Uno studio  danese, pubblicato il 30 ottobre 2026 su JAMA Cardiology, suggerisce che in alcuni casi possano anche diminuire. Con alcune precisazioni importanti. 

Chi ha partecipato e cosa è stato fatto

Lo studio, chiamato FLOWPROMOTE, ha coinvolto 104 persone, con età media di 64 anni e quasi 8 su 10 uomini. Tutte avevano ricevuto da poco la diagnosi di malattia coronarica stabile, cioè un restringimento delle arterie del cuore, e non avevano mai preso statine, i farmaci più usati per abbassare il colesterolo. Con la TAC delle coronarie, un esame che permette di vedere le arterie del cuore e le placche, in tutti era stato osservato un restringimento superiore al 50%.

I partecipanti sono stati divisi per sorteggio in due gruppi, per 18 mesi. Un gruppo ha preso una sola statina, l’atorvastatina (40 mg al giorno). L’altro una statina diversa, la rosuvastatina (40 mg), insieme a ezetimibe (10 mg), un farmaco che abbassa il colesterolo ma non è una statina. La TAC è stata ripetuta dopo 9 e 18 mesi per misurare come cambiavano le placche. 

Anche chi prendeva solo atorvastatina seguiva una terapia che gli autori definiscono «intensiva». Il confronto, quindi, non era tra cure tradizionali e cure nuove, ma tra una terapia forte e una ancora più forte. I dati sulle placche, inoltre, vengono da un’analisi prevista fin dall’inizio, ma secondaria rispetto agli obiettivi principali dello studio. 

I risultati

Il colesterolo LDL, quello comunemente detto «cattivo», è sceso da 127,4 a 42,5 mg/dL (-65%) con la combinazione dei due farmaci e da 119,7 a 69,5 mg/dL (-38%) con la sola atorvastatina. 

Nello stesso periodo il volume complessivo delle placche è diminuito del 21,1% nel primo gruppo e del 13,6% nel secondo. La parte non calcificata, quella che gli studi di imaging considerano più vulnerabile, si è ridotta del 28,2% contro il 20%. La parte calcificata, cioè quella che contiene calcio, è invece aumentata in modo simile in entrambi i gruppi. 

Il volume delle placche è diminuito in 47 persone su 52 con la combinazione e in 38 su 51 con la sola atorvastatina. È emerso anche che più il colesterolo LDL scendeva, più le placche si riducevano.

Cosa dicono gli altri studi

Altre ricerche vanno nella stessa direzione. Nello studio PRECISE-IVUS, 246 pazienti sottoposti ad angioplastica hanno preso atorvastatina da sola o insieme a ezetimibe: le placche sono diminuite nel 78% di chi aveva preso entrambi i farmaci e nel 58% di chi aveva preso solo la statina. 

Nello studio PACMAN-AMI, 300 pazienti colpiti da infarto hanno preso rosuvastatina insieme ad alirocumab, un farmaco anti-PCSK9, oppure insieme a un placebo. Dopo 52 settimane il volume percentuale dell’ateroma, cioè la quota di arteria occupata dalla placca, era diminuito del 2,13% contro lo 0,92%. 

Anche le linee guida europee ESC/EAS, aggiornate nel 2025, puntano su valori di colesterolo LDL molto bassi: sotto i 70 mg/dL per chi ha un rischio cardiovascolare alto e sotto i 55 mg/dL per chi ha un rischio molto alto. Per chi ha una sindrome coronarica acuta, come un infarto, indicano di abbassare presto e con decisione l’LDL.


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Cosa non è ancora chiaro

Il gruppo di partecipanti è piccolo, in gran parte maschile e composto da pazienti danesi che non avevano mai preso statine. I risultati non valgono quindi automaticamente per chi ha già avuto un infarto o prende farmaci da anni.

Lo studio ha inoltre misurato le placche con la TAC, non quante persone abbiano poi avuto infarti o ictus. Per la quota di pazienti con placche ridotte, la differenza tra i due gruppi è al limite della significatività statistica (p = 0,05). Gli stessi autori parlano di una possibile inversione solo parziale dell’aterosclerosi.

Cosa fare in pratica

Chi ha il colesterolo alto non deve cambiare terapia sulla base di questo studio. La cura va decisa dal medico in base al rischio cardiovascolare complessivo e non va avviata, modificata o sospesa in autonomia. Controllare il colesterolo con regolarità e seguire le terapie prescritte resta il punto di partenza.

Fonti

  • Jama Cardiology - Intensive vs More Intensive Lipid-Lowering Therapy and Plaque Regression in Statin-Naive Patients
  • PubMed - Effect of Alirocumab Added to High-Intensity Statin Therapy on Coronary Atherosclerosis in Patients With Acute Myocardial Infarction
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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