Demenza, chi legge e scrive ogni giorno mostra un rischio più basso?

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva

Data articolo – 12 Febbraio, 2026

donna con lo smalto sulle dita, scrive un diario

Leggere, scrivere, studiare una lingua straniera: attività comuni che, secondo una nuova ricerca pubblicata su Neurology, potrebbero incidere in modo significativo sulla salute cognitiva. 

Lo studio, condotto da ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago, suggerisce che un’esposizione costante a stimoli intellettuali nel corso della vita sia associata a una riduzione del rischio di sviluppare malattia di Alzheimerdecadimento cognitivo lieve.

In un contesto in cui la demenza rappresenta una delle principali sfide sanitarie globali – con oltre 150 milioni di casi previsti entro il 2050, individuare strategie preventive diventa fondamentale per la sostenibilità dei sistemi sanitari.

Stimolazione mentale e rischio di Alzheimer

La ricerca ha coinvolto 1.939 persone, con un’età media di circa 80 anni, prive di demenza al momento dell’arruolamento. I partecipanti sono stati seguiti per un periodo medio di otto anni. Durante il follow-up, 551 soggetti hanno sviluppato malattia di Alzheimer e 719 hanno manifestato un decadimento cognitivo lieve (MCI).

Gli studiosi hanno valutato il cosiddetto “arricchimento cognitivo” lungo l’intero arco della vita, suddividendolo in tre fasi: infanzia e adolescenza (fino ai 18 anni), età adulta e terza età.

Confrontando il 10% dei partecipanti con il più alto livello di stimolazione cognitiva con il 10% con il livello più basso, è emerso un dato rilevante: nel gruppo più stimolato, il 21% ha sviluppato Alzheimer, contro il 34% nel gruppo meno esposto ad attività intellettuali.


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Dopo aver corretto i risultati per variabili come età, sesso e livello di istruzione, un maggiore arricchimento cognitivo nel corso della vita è risultato associato a un 38% di rischio in meno di Alzheimer e a un 36% di rischio in meno di decadimento cognitivo lieve.

L’importanza delle esperienze fin dall’infanzia

Lo studio ha considerato diversi indicatori di stimolazione mentale nelle varie fasi della vita.

Nell’infanzia, sono stati valutati fattori come la frequenza con cui si veniva letti libri, la presenza di quotidiani o atlanti in casa e lo studio di una lingua straniera per oltre cinque anni.

Nella mezza età, l’analisi ha incluso il livello di reddito intorno ai 40 anni, la disponibilità di risorse culturali domestiche, come abbonamenti a riviste, dizionari o tessere bibliotecarie, e la frequenza di visite a musei o biblioteche.

In età avanzata, sono state considerate attività quali lettura, scrittura e giochi cognitivi, oltre alle risorse economiche disponibili.

Secondo gli autori, la salute cognitiva in età avanzata risulterebbe “fortemente influenzata” dall’esposizione prolungata a contesti culturalmente stimolanti. Investire in ambienti educativi accessibili, biblioteche e programmi formativi precoci potrebbe quindi contribuire a ridurre l’incidenza della demenza nella popolazione.

Un possibile ritardo nell’insorgenza dei sintomi

Oltre alla riduzione del rischio, la stimolazione cognitiva è risultata associata anche a un ritardo nell’età di comparsa dei sintomi.

Le persone con il più alto livello di arricchimento cognitivo hanno sviluppato l’Alzheimer a un’età media di 94 anni, rispetto agli 88 anni del gruppo con minore stimolazione: un ritardo superiore ai cinque anni.

Per quanto riguarda il decadimento cognitivo lieve, l’età media di insorgenza è stata di 85 anni nel gruppo più stimolato, contro 78 anni in quello meno stimolato: un ritardo di circa sette anni.

Un sottogruppo di partecipanti deceduti durante lo studio e sottoposti ad autopsia ha mostrato, tra coloro con maggiore arricchimento cognitivo, migliori capacità di memoria e pensiero prima della morte e un declino più lento.


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I limiti dello studio

Come precisano i ricercatori, lo studio evidenzia un’associazione, ma non dimostra un rapporto di causa-effetto. Inoltre, alcune informazioni relative all’infanzia e alla mezza età sono state raccolte retrospettivamente in età avanzata, con possibile rischio di imprecisioni nei ricordi.

Nonostante questi limiti, i risultati rafforzano l’idea che la demenza non rappresenti un esito inevitabile dell’invecchiamento. Mantenere il cervello attivo nel tempo potrebbe contribuire in modo significativo alla prevenzione o al ritardo delle patologie neurodegenerative.

Coltivare abitudini culturali e intellettuali lungo tutto l’arco della vita, dalla lettura quotidiana allo studio di nuove lingue, si associa a un rischio significativamente inferiore di Alzheimer e decadimento cognitivo lieve, oltre a un possibile ritardo nell’insorgenza dei sintomi. 

In un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione, promuovere ambienti stimolanti e accessibili rappresenta una strategia di salute pubblica di crescente rilevanza.

Fonti

  • Neurology - Associations of Lifetime Cognitive Enrichment With Incident Alzheimer Disease Dementia, Cognitive Aging, and Cognitive Resilience
  • Alzheimer’s Research UK - Worldwide dementia cases to triple by 2050 to over 150 million people


Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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