La cannabis può davvero migliorare le funzioni cognitive? Cosa dicono i dati

Mattia Zamboni | Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano
A cura di Mattia Zamboni
Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano

Data articolo – 12 Febbraio, 2026

Primo piano di un coltivatore che osserva e tocca con cura una pianta di cannabis in un campo

Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, riaccende il dibattito sugli effetti della cannabis nella mezza età e oltre.

I ricercatori hanno osservato che, in un ampio campione di adulti tra i 40 e i 77 anni, l’uso di cannabis nel corso della vita è risultato associato a un maggior volume in alcune aree cerebrali e a performance cognitive migliori rispetto ai non utilizzatori.

Un risultato che sorprende, soprattutto perché la letteratura scientifica ha spesso evidenziato possibili effetti negativi della cannabis sul cervello, in particolare nei giovani. Ma cosa dice esattamente lo studio? E come interpretare questi dati?

Cannabis e volume cerebrale: quali aree coinvolte

La ricerca ha analizzato migliaia di partecipanti della UK Biobank, uno dei più grandi database biomedici al mondo, che include esami di neuroimaging e test cognitivi standardizzati.

L’obiettivo era verificare se l’uso di cannabis nel corso della vita fosse associato a:

  • variazioni nel volume di specifiche aree cerebrali;
  • differenze nelle prestazioni cognitive;
  • eventuali effetti dose-dipendenti.

I partecipanti sono stati suddivisi in gruppi in base alla storia di utilizzo:

  • mai usata;
  • uso nel corso della vita;
  • uso più frequente.

Per rimanere aggiornato sulle ultime news di salute, seguici su Google Discover.


I ricercatori hanno poi analizzato le scansioni cerebrali e i risultati ai test cognitivi, controllando per variabili come:

  • età;
  • sesso;
  • livello di istruzione ;
  • altri fattori potenzialmente confondenti.

Uno dei risultati più rilevanti riguarda il volume di alcune regioni cerebrali ricche di recettori cannabinoidi CB1, tra cui:

  • ippocampo, fondamentale per memoria e apprendimento;
  • amigdala, coinvolta nell’elaborazione emotiva;
  • striato (caudato e putamen), legato a funzioni motorie e processi cognitivi.

Potrebbe interessarti anche:


Negli adulti che avevano utilizzato cannabis nel corso della vita, queste aree mostravano in media un volume maggiore rispetto ai non utilizzatori.

Nel contesto dell’invecchiamento, il volume cerebrale tende fisiologicamente a ridursi; una maggiore preservazione volumetrica può, quindi, essere interpretata come un possibile segnale di minore atrofia, anche se gli autori sottolineano che il volume da solo non è un indicatore definitivo di “migliore salute cerebrale”.

Un’eccezione è stata osservata nel cingolo posteriore, dove un uso più intenso era associato a un volume leggermente inferiore. Il significato clinico di questo dato resta da chiarire.

Memoria e velocità di elaborazione: occhio alle dosi

Oltre agli aspetti strutturali, lo studio ha valutato le performance cognitive attraverso test standardizzati.

Gli adulti con storia di utilizzo di cannabis hanno mostrato, in media, risultati migliori in:

  • memoria a breve termine;
  • apprendimento;
  • velocità di elaborazione;
  • funzioni esecutive.

È importante sottolineare che le differenze osservate erano statisticamente significative, ma non necessariamente di entità clinicamente rilevante per ogni individuo. Si tratta di variazioni medie su larga scala, non di un effetto uniforme o garantito.

Un aspetto interessante emerso dall’analisi riguarda la quantità di utilizzo: i dati suggeriscono che un uso moderato nel corso della vita fosse associato ai risultati più favorevoli in termini di volume cerebrale e funzione cognitiva.

Al contrario, livelli di utilizzo più elevati non mostravano benefici proporzionali e, in alcuni casi, erano associati a pattern differenti in specifiche aree cerebrali.

Tuttavia, la ricerca non disponeva di informazioni dettagliate su:

  • potenza della cannabis (contenuto di THC o CBD);
  • modalità di assunzione;
  • motivazioni dell’uso (ricreativo o terapeutico).

Questi elementi rappresentano limiti importanti nell’interpretazione dei risultati.

Perché questi risultati sono diversi da quelli sugli adolescenti?

Gran parte degli studi precedenti ha evidenziato possibili effetti negativi della cannabis sul cervello in età adolescenziale, fase in cui lo sviluppo cerebrale è ancora in corso.Persona con guanti bianchi che pota piante di cannabis indoor con delle cesoie

Il cervello adulto, invece, è già strutturalmente formato. Questo potrebbe spiegare perché l’associazione osservata negli adulti di mezza età e negli anziani non replica necessariamente i dati ottenuti nei più giovani.

Gli autori ipotizzano che l’interazione tra sistema endocannabinoide e processi neurobiologici dell’invecchiamento possa seguire dinamiche diverse rispetto a quelle che avvengono durante lo sviluppo.

Un punto centrale, evidenziato dagli stessi ricercatori, è che lo studio è osservazionale.

Questo significa che:

  • non dimostra che la cannabis migliori il cervello;
  • non dimostra che protegga dal declino cognitivo;
  • non stabilisce un rapporto causa-effetto.

È possibile che altri fattori – stile di vita, condizioni socioeconomiche, abitudini di salute – abbiano contribuito alle differenze osservate.

In altre parole, l’associazione non equivale a beneficio diretto.

Con l’aumento della legalizzazione della cannabis in diversi Paesi e il crescente utilizzo tra adulti e over 50, comprendere l’impatto a lungo termine sulla salute cerebrale è una priorità.

Questo studio suggerisce che, almeno nella mezza età e oltre, l’uso nel corso della vita non è associato a un peggioramento strutturale o cognitivo evidente – e in alcune misure è associato a indicatori più favorevoli.

Tuttavia, gli esperti invitano alla cautela: servono studi longitudinali per osservare l’evoluzione nel tempo e sono necessari dati più dettagliati su quantità e tipologia di cannabis.

Occorre distinguere tra uso sporadico, moderato e cronico, ma il messaggio principale non è che la cannabis “fa bene al cervello”, bensì che il suo impatto nell’età adulta potrebbe essere più complesso e meno lineare di quanto spesso raccontato.

La ricerca apre nuove domande sulla relazione tra sistema endocannabinoide, invecchiamento cerebrale e funzioni cognitive – un ambito destinato a essere sempre più centrale nei prossimi anni.

Fonti:

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati