Un ragazzo su cinque ha pensato, almeno una volta, di farsi del male o di non voler più vivere. Non si tratta di un caso isolato, né di un'esagerazione. È uno dei dati più pesanti che emergono dal Rapporto nazionale sul disagio giovanile 2026, presentato a Roma durante la Maratona Bullismo 2026, l'iniziativa promossa dall'Osservatorio Nazionale sul Bullismo e sul Disagio Giovanile in collaborazione con Adnkronos.
L'indagine raccoglie le risposte di mille studenti tra i 14 e i 19 anni. Il quadro che ne emerge non lascia spazio all'ottimismo di facciata.
Il bullismo non è scomparso: si è fatto invisibile
Se in passato il disagio si esprimeva soprattutto con episodi di aggressività, cyberbullismo ed esclusione sociale evidenti, oggi emergono forme più silenziose e interiorizzate di sofferenza emotiva e crisi identitaria. Le botte, i lividi, le spinte nei corridoi della scuola rappresentano ormai una quota residuale del fenomeno.
Le aggressioni fisiche costituiscono appena il 3,96% dei casi, mentre la forma più diffusa di sopraffazione è diventata l'esclusione sociale, indicata dal 16,67% degli studenti.
Eppure il fenomeno cresce. Il 38% degli adolescenti dichiara di aver subito almeno una volta episodi di bullismo, in aumento rispetto al 34% dello scorso anno. Come spiega Luca Massaccesi, presidente dell'Osservatorio, anni di sensibilizzazione nelle scuole hanno ridotto la violenza fisica, ma il disagio giovanile sta cambiando forma: cresce una sofferenza più silenziosa e invisibile, legata all'identità, all'autostima e alla difficoltà di sentirsi accettati.
Ansia, vergogna, vuoto: la triade del malessere adolescenziale
Le insicurezze interiori sembrano essere il vero motore di questo disagio diffuso. Il 41% dei giovani vive un'ansia costante da inadeguatezza, il 30% prova vergogna per il proprio corpo e il 25% descrive un senso di vuoto persistente. Sono numeri che raccontano generazioni intere che crescono con la sensazione di non essere abbastanza: non abbastanza belli, non abbastanza bravi, non abbastanza degni di appartenere a un gruppo.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la difficoltà a parlarne. Un adolescente su cinque ha pensato almeno una volta di farsi del male o di non voler vivere, mentre il 31% dei ragazzi afferma di sentirsi più compreso dall'intelligenza artificiale che dalle persone in carne e ossa. Un dato che fa riflettere in profondità sul tipo di ascolto, o sulla sua assenza, che gli adulti riescono a offrire.
L'IA come confidente: il sintomo di un vuoto relazionale
Che un giovane su tre si senta più capito da un chatbot che da un essere umano non è semplicemente una curiosità tecnologica. È il segnale di una frattura relazionale profonda. Il 47% dei teenager considera chiedere aiuto uno scoglio insormontabile, e il 43% percepisce gli adulti come figure distanti.
I social media hanno nel frattempo colonizzato gli spazi emotivi: secondo Elisa Caponetti, psicologa e presidente del Comitato Scientifico che ha coordinato la ricerca, queste piattaforme non sono più semplici strumenti di comunicazione, ma luoghi dove i ragazzi cercano ascolto, conferme e riconoscimento, spesso preferendo un algoritmo al giudizio imprevedibile degli altri.
Il problema non è l'intelligenza artificiale in sé, né i social network come tali. Il problema è che stanno colmando un vuoto che dovrebbe essere riempito da presenze umane: genitori, insegnanti, professionisti della salute mentale.
Lo sport come ancora di salvezza
Non tutto è buio. Il 64% dei giovani riconosce nello sport una valvola di sfogo fondamentale per preservare l'equilibrio emotivo e il benessere psicologico. Un dato incoraggiante, che suggerisce come l'attività fisica possa svolgere un ruolo protettivo concreto, non solo sul piano fisico ma soprattutto su quello mentale.
Cosa fare
I dati del rapporto chiamano in causa adulti, istituzioni e sistema sanitario. Riconoscere i segnali del disagio, ritiro sociale, calo del rendimento scolastico, cambiamenti improvvisi nell'umore, è il primo passo. Il secondo è creare spazi di dialogo autentici, dove un adolescente possa sentirsi ascoltato senza timore di essere giudicato.
Se si sospetta che un giovane stia attraversando un momento di crisi, è fondamentale rivolgersi al medico di base o a uno specialista in salute mentale dell'età evolutiva.
In Italia, i servizi di Neuropsichiatria Infantile e Adolescenziale (NPIA) sono presenti su tutto il territorio e rappresentano il punto di riferimento istituzionale per queste situazioni.
Il fatto che quasi un terzo degli adolescenti preferisca aprirsi con una macchina piuttosto che con un essere umano non è una colpa di nessuno in particolare. Ma è un segnale che non può essere ignorato.
Fonti
Ansa - Bullismo: il 38% dei ragazzi ne è vittima, 1 su 5 pensa di farsi del male