Scrittura a mano e declino cognitivo: cosa rivela il nuovo studio

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 21 Maggio, 2026

Il primo piano di una mano che scrive

La velocità con cui si scrive e il controllo della penna potrebbero aiutare a individuare i primi segnali di decadimento cognitivo negli anziani.

È quanto emerge da uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista scientifica Frontiers in Human Neuroscience.

Quando la scrittura racconta il cervello

Una firma più lenta, pause improvvise durante una frase semplice, tratti incerti, quasi tremolanti. Non si tratta soltanto dell’età che avanza. Secondo i ricercatori, dietro alcuni cambiamenti della grafia potrebbero nascondersi alterazioni neurologiche molto precoci.

Lo studio, ha coinvolto anziani con differenti livelli di funzione cognitiva: persone sane, soggetti con Disturbo Cognitivo Lieve (MCI) e pazienti con deficit più marcati.

I partecipanti hanno eseguito compiti di scrittura su tavolette digitali capaci di registrare parametri estremamente precisi: velocità del tratto, pressione della penna, tempi di pausa, accelerazioni e fluidità dei movimenti.

Il risultato? I soggetti con deterioramento cognitivo mostravano una scrittura significativamente più lenta e meno stabile rispetto ai controlli sani. Non solo, i ricercatori hanno osservato un peggior controllo motorio fine, soprattutto durante i movimenti più rapidi e continui.

La penna diventa un biomarcatore digitale

Negli ultimi anni, neurologi e ingegneri stanno cercando “biomarcatori digitali”: segnali misurabili attraverso strumenti tecnologici capaci di intercettare malattie neurodegenerative prima della comparsa dei sintomi evidenti.

La scrittura interessa molto gli specialisti perché coinvolge contemporaneamente memoria, linguaggio, pianificazione motoria e attenzione. È un po’ come guardare il cervello mentre orchestra decine di micro-operazioni in tempo reale.

Va detto che il legame tra grafia e funzioni cognitive non nasce oggi: già nel 2023 uno studio pubblicato sul Journal of Alzheimer's Disease aveva evidenziato come alcune alterazioni della scrittura potessero correlare con il rischio di Alzheimer nelle fasi iniziali.


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Il nuovo lavoro aggiunge, però, un dettaglio interessante: persino differenze molto sottili nei tempi di esecuzione potrebbero avere valore clinico.

Perché la velocità conta più della calligrafia

Non è tanto la “bella scrittura” a interessare i neurologi: il punto è il ritmo.

Chi sviluppa un deterioramento cognitivo tende, infatti, a interrompere più spesso il gesto grafico, rallentare nei cambi di direzione e perdere fluidità. Segnali minuscoli. Invisibili a occhio nudo, spesso.

Nei laboratori di neuropsicologia dell’Università di Évora, in Portogallo – uno dei centri coinvolti nella ricerca – i software utilizzati riescono a registrare differenze di pochi millisecondi. Una variazione che un medico con carta e penna non potrebbe mai cogliere durante una visita tradizionale.

Ed è qui entra in gioco la tecnologia: le tavolette digitali analizzano la traiettoria della penna quasi come un elettrocardiogramma del movimento. Ogni esitazione lascia una traccia.

A conti fatti, la scrittura potrebbe trasformarsi in un test rapido e poco invasivo per individuare persone da monitorare più attentamente.

Alzheimer e decadimento cognitivo: il nodo della diagnosi precoce

Oggi oltre 55 milioni di persone convivono con una forma di demenza nel mondo, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il numero continua a crescere e il problema è che molte diagnosi arrivano tardi.

Spesso, i primi sintomi vengono confusi con “normali dimenticanze”: perdere le chiavi, dimenticare appuntamenti, rallentare nel parlare. Oppure nello scrivere, appunto.

Nei centri per i disturbi cognitivi italiani, soprattutto dopo la pandemia, neurologi e geriatri hanno iniziato a osservare con maggiore attenzione i cambiamenti motori fini.Il primo piano di una mano che scrive

Al Policlinico di Milano, raccontano alcuni specialisti durante i congressi SINdem, capita sempre più spesso che i familiari riferiscano episodi apparentemente banali: assegni compilati male, firme irregolari, liste della spesa scritte a metà.

Ciò non toglie che la scrittura, da sola, non basti per formulare una diagnosi. Gli stessi autori dello studio precisano che servono campioni più ampi e studi longitudinali per capire se questi parametri possano davvero prevedere l’evoluzione verso l’Alzheimer.

Cosa cambia per medici e pazienti

L’idea di usare la grafia come strumento clinico può sembrare insolita. Eppure non è così distante dalla pratica medica quotidiana.

I neurologi già osservano il modo in cui una persona cammina, parla o afferra un oggetto. La scrittura aggiunge un altro tassello. Più sofisticato, forse, ma accessibile.

Tra l’altro, i test digitali costano molto meno rispetto a PET cerebrali o biomarcatori liquorali. E potrebbero essere usati anche negli ambulatori territoriali o nelle RSA.

Certo, c’è ancora strada da fare: una persona può scrivere lentamente per mille ragioni: artrite, Parkinson, ansia, stanchezza. Separare i fattori neurologici da quelli motori non è semplice. Però, la direzione della ricerca sembra ormai tracciata.

Anche perché, dettaglio non secondario, la scrittura manuale resta una delle attività più complesse che il cervello umano compia ogni giorno. E il cervello, quando qualcosa cambia, lascia quasi sempre piccole impronte.

La prospettiva futura: screening invisibili nella vita quotidiana

I ricercatori immaginano già scenari molto concreti: tablet usati negli studi medici, applicazioni capaci di monitorare la grafia nel tempo e algoritmi in grado di segnalare variazioni sospette prima ancora che compaiano sintomi evidenti.

Sembra fantascienza, però alcune sperimentazioni sono già iniziate.

Il rischio, semmai, sarà evitare allarmismi. Perché una grafia incerta non significa automaticamente demenza. Ma potrebbe diventare un campanello d’allarme utile, soprattutto se associato ad altri segnali cognitivi.

E forse è proprio questo l’aspetto più interessante dello studio: ricordarci che il cervello comunica anche nei gesti più ordinari. Una parola scritta lentamente, una pausa inaspettata, una firma diversa dal solito. Piccoli cambiamenti che, fino a ieri, nessuno ascoltava davvero.

Fonti:

  • FrontiersHandwriting speed and pen motor control in older adults with and without cognitive impairment
  • Sage JournalsHandwriting Changes in Alzheimer’s Disease: A Systematic Review
  • WHODementia
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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