Ogni anno il Festival di Sanremo porta sul palco voci, strumenti e arrangiamenti che raggiungono milioni di spettatori. Ma insieme alla musica, cresce l’attenzione su un tema meno visibile: la salute dell’udito di chi suona.
Una vasta revisione scientifica internazionale evidenzia infatti una correlazione significativa tra attività musicale e disturbi uditivi, con una prevalenza di acufene che supera il 40% tra i musicisti.
La ricerca, pubblicata su Otolaryngology–Head and Neck Surgery, ha analizzato 67 studi condotti in 21 Paesi, coinvolgendo oltre 28.000 professionisti della musica, con l’obiettivo di valutare la diffusione di acufene, ipoacusia e iperacusia.
Quanto è diffuso l’acufene tra chi fa musica
L’acufene si manifesta con la percezione di fischi, ronzii o sibili in assenza di stimoli esterni. Dalla revisione emerge che il 42,6% dei musicisti riferisce questo disturbo, contro il 13,2% della popolazione generale.
Una differenza netta, che suggerisce un rischio triplicato per chi è esposto in modo continuativo a livelli sonori elevati.
Anche altri disturbi risultano più frequenti nei musicisti:
- Ipoacusia: 25,7% tra i musicisti contro 11,6% nei non musicisti;
- Iperacusia: 37,3% rispetto al 15,3% della popolazione generale.
Numeri che indicano come l’esposizione professionale al suono possa incidere in modo rilevante sull’apparato uditivo, indipendentemente dal contesto di esecuzione.
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Sintomi spesso sottovalutati
Non tutti i casi di acufene hanno la stessa intensità. La maggioranza dei musicisti coinvolti (76,3%) descrive episodi occasionali, talvolta percepiti al termine di concerti o lunghe sessioni di prova. Tuttavia, il 15,6% segnala una forma persistente, con possibili ripercussioni sulla concentrazione, sul sonno e sull’attività lavorativa.
Per quanto riguarda la perdita dell’udito, un dato merita attenzione: circa il 63% delle diagnosi deriva da auto-valutazioni soggettive, mentre solo il 37% è stato confermato con esami audiometrici. Questo elemento lascia ipotizzare che la diffusione reale del problema possa essere sottostimata, soprattutto in assenza di controlli periodici.
Il genere musicale non fa la differenza
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la revisione non ha rilevato differenze significative tra musicisti classici e pop/rock nella prevalenza dei disturbi uditivi. Il rischio sembra quindi legato non tanto al genere, quanto all’intensità e alla durata dell’esposizione sonora.
Anche l’ambiente, grande teatro, studio di registrazione o club, non appare un fattore determinante. Ciò che conta è il carico acustico complessivo accumulato nel tempo.
Prevenzione: un investimento per la carriera
Alla luce dei dati, rafforzare le misure preventive diventa centrale. Utilizzare protezioni acustiche su misura, programmare screening audiometrici regolari e promuovere una maggiore consapevolezza tra studenti e professionisti della musica rappresentano strategie fondamentali.
Le future ricerche dovranno approfondire il ruolo dei singoli strumenti, la frequenza di utilizzo dei dispositivi di protezione e l’impatto di altre esposizioni rumorose nella vita quotidiana. L’obiettivo è fornire indicazioni personalizzate che permettano di conciliare tutela della salute e attività artistica.
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Una questione di salute pubblica
Eventi come il Festival di Sanremo ricordano quanto la musica sia parte integrante della cultura e dell’identità collettiva. I dati scientifici invitano tuttavia a considerare l’attività musicale anche come possibile fattore di rischio per l’udito.
Riconoscere precocemente sintomi come fischi ricorrenti o riduzione della capacità uditiva e rivolgersi a uno specialista può contribuire a preservare nel tempo una funzione essenziale. Proteggere l’udito significa infatti salvaguardare non solo la salute individuale, ma anche il futuro professionale di chi vive di musica.
Fonti
Otolaryngology–Head and Neck Surgery - Auditory Symptoms Among Musicians: A Systematic Review and Meta-analysis