La morte della ricercatrice russa Daria Shipilova, che lavorava in un istituto specializzato nello studio della peste nella regione di Irkutsk, ha riacceso l’interesse per una malattia che in Europa viene spesso associata soltanto alle grandi epidemie del passato.
Il collegamento tra il decesso della giovane e la peste, però, non risulta confermato ufficialmente: dopo la sua morte sono state adottate misure di sorveglianza e circa 200 persone sono state poste sotto osservazione sanitaria, mentre le autorità continuano a indagare sulla causa dell’infezione.
Al di là del singolo episodio, la peste non è una malattia completamente scomparsa. È provocata dal batterio Yersinia pestis e continua a essere presente in alcuni serbatoi animali in diverse parti del mondo. Può presentarsi principalmente sotto forma bubbonica, setticemica o polmonare, tre quadri differenti che possono, in alcune circostanze, comparire anche nello stesso paziente.
Che cosa causa la peste e come arriva all’uomo
Il responsabile della malattia è Yersinia pestis, un batterio che può circolare tra roditori e pulci che li parassitano. Tra gli animali che possono fungere da serbatoio figurano ratti, alcune specie di scoiattoli e cani della prateria. In determinate circostanze anche animali domestici, come i gatti, possono entrare nel ciclo dell’infezione.
Il batterio può mantenersi all’interno delle popolazioni animali per lunghi periodi senza provocare necessariamente grandi morie. Quando invece un focolaio provoca la morte di numerosi roditori, le pulci infette possono cercare altri ospiti e arrivare a pungere l’essere umano, trasmettendo così la malattia. Non tutte le forme di peste, però, si trasmettono nello stesso modo. Ed è proprio questa una delle principali differenze da conoscere.
Peste bubbonica: la forma più comune e i caratteristici bubboni
La peste bubbonica è la forma più frequente della malattia. Il contagio avviene generalmente attraverso la puntura di una pulce infetta oppure quando materiale contaminato entra in contatto con una lesione della pelle.
Il suo segno più caratteristico è la comparsa dei cosiddetti bubboni, cioè linfonodi fortemente ingrossati e infiammati. Possono comparire soprattutto nelle zone vicine al punto in cui il batterio è entrato nell’organismo.
Ai bubboni si associano generalmente febbre, brividi, mal di testa e debolezza. L’infezione può essere molto seria, ma la peste bubbonica non viene normalmente trasmessa direttamente da una persona all’altra.
Se il trattamento non viene iniziato in tempo, il batterio può però diffondersi oltre il sistema linfatico e raggiungere il sangue o i polmoni, dando origine alle altre forme della malattia.
Peste setticemica: quando il batterio raggiunge il sangue
La peste setticemica si sviluppa quando Yersinia pestis si moltiplica nel sangue. Può comparire direttamente dopo il contagio oppure rappresentare una complicazione di una forma bubbonica o polmonare. Le modalità iniziali di trasmissione possono quindi essere simili a quelle della peste bubbonica.
I sintomi comprendono febbre, brividi, forte debolezza, dolori addominali e shock. Possono verificarsi anche sanguinamenti a livello della pelle e di altri organi. A differenza della forma bubbonica, nella peste setticemica i bubboni possono essere assenti, rendendo il quadro meno immediatamente riconoscibile.
Anche questa forma non viene normalmente trasmessa direttamente da persona a persona. La gravità dipende però dalla presenza del batterio nel circolo sanguigno e dalla rapidità con cui viene avviato il trattamento.
Peste polmonare: la forma che può trasmettersi tra persone
La peste polmonare rappresenta la forma particolarmente delicata dal punto di vista della trasmissione. In questo caso il batterio raggiunge e infetta direttamente i polmoni. Può svilupparsi come complicazione di un’altra forma di peste non trattata oppure essere acquisita direttamente attraverso l’esposizione alle secrezioni respiratorie di una persona infetta.
È infatti la forma che può trasmettersi da persona a persona attraverso goccioline e aerosol respiratori, soprattutto quando il contatto è ravvicinato. I primi sintomi possono ricordare quelli di altre infezioni acute: febbre, mal di testa e forte debolezza. Il quadro può però evolvere rapidamente verso una polmonite, con comparsa di tosse, respiro corto e dolore toracico.
Proprio la rapidità di progressione rende questa forma particolarmente pericolosa. Senza un trattamento tempestivo, le condizioni del paziente possono peggiorare nell’arco di pochi giorni.
Le differenze principali tra le tre forme
La distinzione tra peste bubbonica, setticemica e polmonare dipende essenzialmente da quale parte dell’organismo viene maggiormente interessata dal batterio.
Nella forma bubbonica sono soprattutto i linfonodi a essere coinvolti e la comparsa dei bubboni rappresenta il segnale più caratteristico. Nella forma setticemica il batterio prolifera nel sangue, con un quadro che può includere shock e sanguinamenti. Nella forma polmonare l’infezione interessa i polmoni e può essere trasmessa direttamente attraverso le secrezioni respiratorie.
Le tre condizioni non devono però essere considerate sempre completamente separate. Una peste bubbonica non trattata, per esempio, può progredire e coinvolgere sangue o polmoni. È per questo che diagnosi e trattamento precoci sono fondamentali.
Gli antibiotici hanno cambiato la prognosi della peste
La peste di oggi non è la stessa minaccia sanitaria che provocò le grandi epidemie dei secoli passati. La malattia può essere trattata con antibiotici e, soprattutto nella forma polmonare, iniziare rapidamente la terapia può fare una differenza decisiva. Tra i farmaci utilizzabili vengono indicati streptomicina, gentamicina, tetracicline e cloramfenicolo.
Nel caso della peste polmonare, il trattamento dovrebbe essere avviato il prima possibile, idealmente entro le prime 24 ore dalla comparsa dei sintomi, perché l’infezione può evolvere molto velocemente.
Per le persone che hanno avuto un’esposizione considerata a rischio può inoltre essere prevista una profilassi antibiotica.
La peste esiste ancora, anche se è molto meno diffusa
Non si può quindi parlare propriamente di un “ritorno” della peste, perché il batterio non è mai scomparso completamente.
Oggi la malattia presenta una diffusione molto più limitata rispetto al passato, ma continua a circolare in alcune aree dell’Africa, dell’Asia e delle Americhe attraverso serbatoi animali.
Storicamente il quadro era ben diverso. Nel XIV secolo la peste contribuì alla morte di una parte enorme della popolazione europea e rimase endemica nel continente per secoli. L’ultima grande pandemia iniziò invece in Cina alla fine dell’Ottocento e arrivò a coinvolgere oltre 30 milioni di persone, provocando circa 12 milioni di morti.
Fu proprio durante quella pandemia che gli studi di fine Ottocento permisero di identificare il batterio responsabile della malattia e di comprendere meglio il ruolo di roditori e pulci nella trasmissione.
Il caso russo resta da confermare
Nel caso della ricercatrice siberiana, la prudenza resta quindi essenziale. Alcune ricostruzioni hanno ipotizzato che Shipilova possa essere entrata accidentalmente in contatto con materiale infetto durante il lavoro in laboratorio, ma la versione ufficiale non ha confermato né l’incidente né una diagnosi di peste.
Dopo il decesso sono state comunque adottate misure preventive, con circa 200 persone sottoposte a osservazione sanitaria e l’attivazione di quarantene in alcune strutture.
Il caso ha riportato l’attenzione su una malattia antica, ma ancora presente. Oggi, però, conosciamo il batterio che la provoca, sappiamo distinguere le sue principali manifestazioni e disponiamo di antibiotici efficaci. La differenza fondamentale rispetto al passato è proprio questa: la peste resta una malattia potenzialmente grave, ma riconoscerla rapidamente permette di intervenire con strumenti che per secoli non sono esistiti.
Fonte
Istituto Superiore di Sanità - Peste