Il morbo di Parkinson si manifesta negli uomini da una volta e mezzo a due volte più spesso che nelle donne. Non solo: nei pazienti maschi la malattia tende anche a progredire più rapidamente, con un declino più veloce delle capacità cognitive e dell'autonomia nella vita quotidiana. Le ragioni di questa differenza sono rimaste a lungo poco chiare.
Una nuova ricerca presentata al FENS Forum 2026, il principale congresso europeo di neuroscienze, in corso a Barcellona fino al 10 luglio, propone ora un possibile meccanismo, individuato non nei neuroni ma nelle cellule che li sostengono all'interno del cervello.
Lo studio è stato condotto da un gruppo guidato da Julia Schulze-Hentrich, del Dipartimento di Genetica ed Epigenetica dell'Università del Saarland, in Germania, in collaborazione con il Center for Gender-Specific Biology and Medicine. Il Parkinson colpisce oggi quasi 12 milioni di persone nel mondo e il numero dei casi è destinato ad aumentare nei prossimi decenni, principalmente per l'invecchiamento della popolazione globale.
Circa il 90% dei casi nasce dall'intreccio tra predisposizione genetica, esposizioni ambientali e stile di vita, mentre una quota minore è legata a forme più direttamente ereditarie.
Una scoperta che parte dal sangue
Il gruppo di ricerca aveva già documentato, in un lavoro precedente condotto su campioni di sangue di lavoratori agricoli, una differenza sorprendente tra i due sessi. Nelle donne con Parkinson la metilazione del DNA, un meccanismo epigenetico che regola l'attivazione o la disattivazione dei geni senza modificarne la sequenza, funzionando un po' come un interruttore dimmer, risultava alterata in ben 69 regioni del genoma.
Negli uomini, invece, le regioni interessate erano appena due. Questo dato suggeriva che il patrimonio genetico individuale influenzi il modo in cui si sviluppano queste alterazioni epigenetiche, e che l'interazione con fattori ambientali, come l'esposizione ai pesticidi, possa contribuire allo sviluppo della malattia in modi diversi a seconda del sesso.
Il ruolo delle cellule di supporto del cervello
Nel nuovo studio, i ricercatori hanno spostato l'attenzione dal sangue al tessuto cerebrale, analizzando l'attività genica nelle diverse popolazioni cellulari del cervello e confrontando campioni di persone con e senza Parkinson.
È emerso un quadro articolato: la malattia attiva, in entrambi i sessi, una risposta condivisa allo stress cellulare a livello delle cellule gliali, le cellule che circondano e sostengono i neuroni. Accanto a questo meccanismo comune, però, sono emerse differenze specifiche legate al sesso nel modo in cui queste cellule gestiscono due funzioni cruciali: il metabolismo energetico e la protezione delle connessioni nervose.
Si tratta di un cambio di prospettiva importante. Per anni la ricerca sul Parkinson si è concentrata quasi esclusivamente sui neuroni dopaminergici, le cellule nervose la cui progressiva perdita è alla base dei sintomi motori della malattia. Questo studio suggerisce invece che anche le cellule di supporto giochino un ruolo attivo nelle differenze di genere osservate nella malattia.
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Verso terapie più personalizzate
Secondo Schulze-Hentrich, queste differenze biologiche potrebbero spiegare perché sintomi e decorso della malattia si differenziano tra uomini e donne, e potrebbero in futuro favorire lo sviluppo di trattamenti più personalizzati, superando l'approccio attuale che tende a considerare tutti i pazienti come biologicamente equivalenti indipendentemente dal sesso.
La ricercatrice sottolinea la necessità di studi futuri che analizzino sistematicamente uomini e donne separatamente, senza accorpare i dati in un'unica analisi, così da non perdere differenze biologiche rilevanti.
In questa direzione va anche il nuovo programma di ricerca tedesco "SEX and GLIA", finanziato dalla Fondazione Tedesca per la Ricerca (DFG) e in partenza nell'autunno 2026, che riunirà fisiologi, genetisti funzionali e biologi computazionali per approfondire in modo coordinato il ruolo delle cellule gliali nella biologia legata al sesso, un ambito finora poco esplorato in modo sistematico.
Gli stessi autori indicano come limite principale del lavoro il numero ridotto di campioni analizzati, sottolineando che saranno necessari studi su coorti più ampie per confermare i risultati ottenuti. L'obiettivo di lungo periodo resta quello di arrivare, un giorno, a terapie calibrate sul profilo di rischio individuale di ciascun paziente, tenendo conto anche delle differenze legate al sesso biologico.
Fonti