Niguarda, la sentenza sugli infermieri e i rischi per i pazienti

Mattia Zamboni | Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 21 Ottobre, 2026

Immagine della facciata dell'Ospedale Niguarda di Milano

Il Tribunale del lavoro di Milano ha condannato l’ospedale Niguarda per le condizioni di lavoro nel reparto di Cardiologia, accogliendo il ricorso di nove infermieri.

Al centro della sentenza, turni irregolari, riposi saltati e carenza di personale, con possibili conseguenze sulla sicurezza dell’assistenza.

La sentenza di Milano: 36 posti letto e quattro infermieri di notte

Trentasei posti letto, dodici dei quali ad alta intensità assistenziale, e appena quattro infermieri durante il turno notturno. È la situazione ricostruita nella sentenza del Tribunale di Milano, riportata il 21 ottobre 2026, relativa al reparto di Cardiologia 1-2 dell’ospedale Niguarda.

Il giudice del lavoro Luigi Pazienza, con la sentenza n. 4493/2026, depositata il 30 settembre, ha accolto il ricorso presentato da nove infermieri contro l’Azienda socio-sanitaria territoriale Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. Il provvedimento riconosce le criticità organizzative denunciate dai lavoratori e dispone misure per adeguare l’organico e garantire il rispetto dei riposi.

Secondo quanto ricostruito negli atti, la presenza infermieristica era di circa cinque unità al mattino e quattro nei turni pomeridiani e notturni. Durante la notte mancavano inoltre gli operatori socio-sanitari (OSS), figure che collaborano nell’assistenza di base. Di conseguenza, gli infermieri si occupavano anche dell’igiene dei pazienti e del rifacimento dei letti, sottraendo tempo alle attività strettamente infermieristiche.

Il problema, secondo il tribunale, non riguardava episodi isolati, ma modalità organizzative protratte nel tempo.

Turni modificati all’ultimo e riposi cancellati

A pesare sulle condizioni di lavoro era anche la gestione dei turni. La rotazione prevista, che alternava mattine, pomeriggi, notti e riposi, sarebbe stata disattesa ripetutamente.

Le timbrature del 2024 depositate nel procedimento avrebbero documentato riposi saltati e sequenze fino a cinque notti consecutive. I cambi di turno venivano comunicati anche il giorno precedente, attraverso telefonate o messaggi WhatsApp, anziché essere programmati con il preavviso previsto dal contratto collettivo.

A questo si aggiungeva l'impiego di infermieri provenienti da altri reparti, talvolta senza una formazione specifica sufficiente per affrontare le esigenze della Cardiologia. In alcuni periodi, la formazione dei neoassunti sarebbe durata appena due giorni.

La questione, però, non riguarda soltanto la fatica accumulata durante il servizio. Lavorare in un reparto ad alta intensità significa dover riconoscere rapidamente un peggioramento clinico, gestire terapie e monitorare pazienti potenzialmente instabili. La stanchezza prolungata può rendere più difficile mantenere la concentrazione richiesta da queste attività.

Stress cronico e sicurezza delle cure: cosa dice il giudice

La sentenza affronta anche il rapporto tra condizioni di lavoro e qualità dell’assistenza. Quando il personale è sottoposto a una pressione costante, mantenere elevati livelli di attenzione diventa più difficile, soprattutto nelle situazioni cliniche complesse.

Il giudice ha richiamato il rischio che una distrazione o una valutazione inadeguata possano avere conseguenze sulla salute dei pazienti. Non significa che siano stati accertati danni clinici riconducibili a singoli errori, ma che l’organizzazione descritta esponeva lavoratori e assistiti a rischi che non possono essere ignorati.

Per il danno da usura psicofisica, il tribunale ha disposto un risarcimento di 500 euro netti al mese per il primo anno e di 800 euro per gli anni successivi, dal gennaio 2021 al marzo 2025, per ciascuno dei nove ricorrenti. Ha inoltre condannato l’azienda al pagamento di 22.000 euro di spese legali.


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La decisione si fonda anche sull’articolo 2087 del Codice civile, che impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei dipendenti. Come approfondito nell’analisi giuridica della pronuncia, l’obbligo di sicurezza non riguarda soltanto la predisposizione di misure preventive: richiede anche di verificarne l’effettiva applicazione.

Carenza di infermieri, un problema che supera il singolo ospedale

Il caso Niguarda riporta l’attenzione sulla disponibilità di personale nel Servizio sanitario nazionale. Secondo il 9° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale della Fondazione GIMBE, presentato nell’ottobre 2026, le difficoltà di finanziamento e organizzazione continuano a mettere sotto pressione il sistema pubblico.

Va detto che una singola sentenza non permette di descrivere le condizioni di tutti gli ospedali italiani. Il caso riguarda uno specifico reparto e fatti esaminati in giudizio; per estendere le conclusioni al resto del Paese servono dati comparabili su organici, carichi assistenziali e turnazioni.

Ciò non toglie che la vicenda sollevi una questione più ampia: quando mancano infermieri e personale di supporto, aumentare il carico sui professionisti già in servizio non costituisce una soluzione organizzativa sostenibile. La continuità assistenziale deve essere garantita senza trasformare la disponibilità dei lavoratori a coprire le emergenze in una regola permanente.

Che cosa succede adesso

Il tribunale ha ordinato al Niguarda di adeguare il numero di infermieri per turno alle disposizioni contrattuali e di rispettare i riposi. La verifica dell’attuazione delle misure sarà determinante per capire se la pronuncia produrrà cambiamenti concreti nell’organizzazione del reparto.

Resta anche da distinguere la responsabilità accertata nel caso specifico dalle difficoltà strutturali del sistema sanitario. Per affrontarle servono programmazione degli organici, reclutamento, formazione adeguata e una distribuzione dei compiti coerente con le competenze professionali.

Il punto è semplice: un reparto non può dipendere stabilmente da turni prolungati e riposi sacrificati. La sicurezza delle cure passa anche dalle condizioni in cui lavorano le persone chiamate a garantirla.

Fonti:

Salviamo SNN – 9° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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