Interrompere o modificare autonomamente una terapia per una malattia cronica può comportare rischi importanti. Lo confermano le linee guida internazionali sul lupus eritematoso sistemico (LES), patologia autoimmune che può colpire diversi organi, tra cui i reni.
Una recente sentenza del Tribunale civile di Firenze ha riportato l’attenzione sul tema, riconoscendo il nesso causale tra la sospensione dei farmaci immunosoppressori e il peggioramento clinico di una paziente fino alla necessità di un trapianto renale.
Lupus e coinvolgimento renale: una malattia da monitorare nel tempo
Il lupus eritematoso sistemico è una malattia autoimmune cronica che può interessare pelle, articolazioni, sistema nervoso e organi interni. Tra le complicanze più rilevanti vi è la nefrite lupica, che può evolvere verso l’insufficienza renale.
Secondo i dati epidemiologici, il coinvolgimento renale si verifica in circa il 30–50% dei pazienti con LES. La gestione prevede terapie immunosoppressive e un attento monitoraggio clinico e laboratoristico, con l’obiettivo di controllare l’infiammazione e prevenire danni irreversibili agli organi.
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Le linee guida raccomandano di non sospendere o modificare i trattamenti senza supervisione specialistica, poiché la riacutizzazione della malattia può essere rapida e difficile da controllare.
La sospensione dei farmaci e il peggioramento clinico
Il caso esaminato dal Tribunale di Firenze riguarda una donna in cura dal 2015 presso strutture ospedaliere specializzate, prima all’Ospedale Bambino Gesù di Roma e successivamente al Polo ospedaliero di Pisa. La terapia prevedeva farmaci immunosoppressori per contenere l’attività del lupus e preservare la funzionalità renale.
Nel marzo 2016 la paziente si è rivolta a un medico che esercitava anche l’omeopatia. Secondo quanto ricostruito in sede giudiziaria, le sarebbe stato prospettato un percorso alternativo basato sulla sospensione delle terapie farmacologiche in corso.
La donna ha inizialmente ridotto i dosaggi degli immunosoppressori, per poi interromperli completamente nel maggio 2016. Le terapie alternative non hanno prodotto miglioramenti clinici documentati. Nel febbraio 2017 la paziente ha ripreso le cure ospedaliere, ma il quadro renale risultava ormai compromesso.
Nel 2018 si è reso necessario avviare un trattamento di emodialisi trisettimanale, segno di insufficienza renale avanzata. Nel gennaio 2019 la paziente è stata sottoposta a trapianto di rene da donatore vivente consanguineo, grazie alla disponibilità del fratello.
Il nesso causale e il risarcimento
Nel procedimento civile, il medico ha sostenuto che la decisione di interrompere i farmaci fosse stata assunta autonomamente dalla paziente. Tuttavia, il giudice ha ritenuto provato il nesso causale tra la sospensione del trattamento immunosoppressivo e la riacutizzazione della patologia fino all’esito più grave, rappresentato dal trapianto renale.
Una perizia medico-legale ha quantificato il danno biologico permanente e le conseguenze psico-fisiche. Il Tribunale ha quindi condannato il professionista al pagamento di 264 mila euro tra risarcimento e spese legali.
La sentenza ribadisce un principio centrale in medicina: nelle patologie croniche complesse, l’interruzione di terapie validate può comportare conseguenze cliniche rilevanti e talvolta irreversibili.
Il ruolo dell’aderenza terapeutica nelle malattie croniche
L’aderenza terapeutica rappresenta uno degli elementi chiave nella gestione del lupus e di molte altre malattie croniche. Studi internazionali evidenziano che una scarsa aderenza ai trattamenti immunosoppressivi aumenta significativamente il rischio di riacutizzazioni e di progressione verso l’insufficienza d’organo.
Nel caso della nefrite lupica, la sospensione dei farmaci può determinare una ripresa dell’attività autoimmune con danno progressivo ai glomeruli renali. Una volta instaurata un’insufficienza renale terminale, le opzioni terapeutiche si riducono alla dialisi o al trapianto.
Le società scientifiche sottolineano l’importanza del dialogo costante tra paziente e medico curante, invitando a discutere eventuali dubbi o effetti collaterali prima di modificare il piano terapeutico.
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Un richiamo alla responsabilità clinica
La vicenda giudiziaria evidenzia la delicatezza della gestione delle malattie autoimmuni e la necessità di affidarsi a percorsi terapeutici basati su evidenze scientifiche. Il lupus richiede un approccio multidisciplinare, controlli periodici e continuità terapeutica.
Interrompere trattamenti immunosoppressivi senza indicazione specialistica può favorire riacutizzazioni severe e compromettere in modo definitivo la funzionalità d’organo. La sentenza rappresenta un monito sull’importanza della responsabilità professionale e dell’aderenza alle cure nelle patologie croniche complesse.
Fonti
- Annals of the Rheumatic Diseases - Abs0744 adherence relationship with satisfaction with care and medication in systemic lupus erythematosus
- American College of Rheumatology - Linee guida internazionali sul lupus eritematoso sistemico (LES)