Esiste un fattore che può incidere profondamente sulla vita di chi convive con un disturbo mentale e che non compare in nessun esame: le parole con cui se ne parla. Il tema è tornato al centro del dibattito con il convegno dell'Istituto Superiore di Sanità del 1° ottobre, «Salute mentale, stigma e comunicazione: la forza delle parole», organizzato in vista della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre.
Quando lo stigma pesa sulla malattia
Nel 2022 la Commissione Lancet sullo stigma e la discriminazione nella salute mentale, guidata da Graham Thornicroft e Charlene Sunkel, ha raccolto e analizzato le evidenze disponibili sul fenomeno. Il punto di partenza è significativo: molte persone con esperienza diretta di un disturbo mentale riferiscono che stigma e discriminazione possono avere conseguenze molto pesanti sulla loro vita.
Un sondaggio del Global Mental Health Peer Network, richiamato dalla Commissione, ha rilevato che l'80% dei partecipanti provenienti da 45 Paesi concordava sul fatto che stigma e discriminazione possano essere peggiori dell'impatto della condizione di salute mentale stessa.
Le conseguenze non riguardano soltanto il modo in cui una persona viene percepita dagli altri. Possono influire anche sulla decisione di chiedere aiuto.
Una revisione sistematica pubblicata su Psychological Medicine, basata su 144 studi e oltre 90 mila partecipanti, ha rilevato infatti che lo stigma può rappresentare un ostacolo alla ricerca di assistenza professionale.
Il quadro assume ancora più peso considerando i numeri globali. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre un miliardo di persone nel mondo vive con una condizione di salute mentale, mentre l'accesso a servizi e cure adeguati resta insufficiente in molti Paesi.
Che cosa chiede il Vademecum
Al centro del convegno dell'ISS c'è anche il Vademecum «Informare sulla salute mentale», pubblicato nel 2025 e realizzato da Rai Per la Sostenibilità-ESG, Consiglio Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti e Dipartimento di Salute Mentale della ASL Roma 2.
Il documento è rivolto in particolare a giornalisti e comunicatori, ma contiene indicazioni che possono essere utili più in generale quando si parla di salute mentale.
Tra queste:
- mettere la persona prima della diagnosi, parlando per esempio di una «persona con schizofrenia» anziché trasformare la condizione in un'etichetta che ne definisce l'intera identità;
- evitare termini come «pazzo», «matto» o «folle» e titoli sensazionalistici;
- non utilizzare le diagnosi come metafore o insulti: espressioni come «politica schizofrenica», per esempio, trasformano una condizione clinica in sinonimo di incoerenza;
- rispettare privacy, dignità e diritto di replica;
- fornire, quando opportuno, informazioni su dove e come chiedere aiuto.
Disturbo mentale e violenza: cosa dicono i dati
È uno dei punti più delicati. Il Vademecum invita a non collegare automaticamente un comportamento violento o un reato alla presenza di un disturbo mentale e, soprattutto, a non formulare diagnosi sulla base di comportamenti, testimonianze o impressioni.
La letteratura scientifica mostra inoltre un altro aspetto spesso meno raccontato: le persone con gravi disturbi mentali possono essere maggiormente esposte al rischio di subire violenze e reati.
Una revisione sistematica pubblicata su Acta Psychiatrica Scandinavica da Roberto Maniglio ha analizzato nove studi, per un totale di oltre 5 mila persone con gravi disturbi mentali, riscontrando tassi di vittimizzazione superiori rispetto a quelli osservati nella popolazione generale, sebbene con differenze molto ampie tra gli studi.
Il rapporto tra salute mentale e violenza resta comunque complesso. La letteratura più recente sottolinea che i tassi assoluti di comportamenti violenti associati ai disturbi mentali sono bassi, pur in presenza di un aumento del rischio relativo per alcune condizioni e in determinate circostanze.
In altre parole, una diagnosi da sola non permette di spiegare un fatto di cronaca, così come comportamenti o impressioni non sono sufficienti per formulare una diagnosi.
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«Voci reali»: perché il tema 2026 non è solo uno slogan
Il tema scelto per la Giornata mondiale della salute mentale 2026 è «Lived Experiences Heard: Real Voices, Real Change», traducibile come «Esperienze vissute ascoltate: voci reali, cambiamento reale».
L'obiettivo è dare maggiore spazio alle persone che hanno un'esperienza diretta dei problemi di salute mentale, coinvolgendole non soltanto nel racconto, ma anche nelle decisioni, nei servizi e nelle politiche che le riguardano.
Non si tratta soltanto di un principio etico. La Commissione Lancet del 2022, che ha preso in esame 216 revisioni sistematiche, ha indicato gli interventi basati sul contatto sociale con persone con esperienza diretta di disturbi mentali tra le strategie con le evidenze più solide per contrastare lo stigma.
Nella pratica, il cambiamento può passare anche da scelte apparentemente piccole: dire «persona con schizofrenia» invece di «schizofrenico», evitare espressioni come «è un matto» o «ha dato di matto» e non commentare una notizia di cronaca formulando diagnosi sulla base di comportamenti o impressioni.
Chi attraversa un periodo di difficoltà può rivolgersi al medico di famiglia o al Centro di Salute Mentale della propria ASL. Chiedere aiuto può essere un primo passo importante, e utilizzare parole rispettose e non stigmatizzanti può contribuire a renderlo più semplice.
Fonti
- The Lancet - The Lancet Commission on ending stigma and discrimination in mental health
- Psychological Medicine - What is the impact of mental health-related stigma on help-seeking? A systematic review of quantitative and qualitative studies
- PubMed - Severe mental illness and criminal victimization: a systematic review
- Oms - Over a billion people living with mental health conditions – services require urgent scale-up