Pisolino dopo i 65 anni: quando può essere un segnale da valutare

Salvatore Privitera | Divulgatore scientifico
A cura di Salvatore Privitera
Divulgatore scientifico
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Data articolo – 08 Novembre, 2026

donna di mezza età dorme

Concedersi un riposo durante il giorno è un’abitudine comune e, per molte persone, completamente normale. Con l’avanzare dell’età può aumentare il bisogno di recuperare energie nel pomeriggio, ma quando il sonno diurno diventa molto più frequente rispetto al passato, dura a lungo oppure arriva senza essere desiderato, la domanda è inevitabile: può avere qualcosa a che fare con la salute del cervello? 

Le ricerche disponibili suggeriscono che un’associazione esiste, ma è molto più complessa di quanto possa far pensare l’idea di una semplice soglia di età o di minuti trascorsi a dormire. 

In particolare, alcuni studi longitudinali hanno osservato che gli anziani che fanno sonnellini frequenti possono andare incontro, negli anni successivi, a una maggiore probabilità di sviluppare deterioramento cognitivo o demenza. Questo dato, però, non permette di dire che sia il pisolino a causare il problema.

Cosa mostrano gli studi sui sonnellini diurni

Uno degli studi più citati ha seguito per circa dieci anni quasi mille adulti con almeno 65 anni. I ricercatori hanno osservato che fare sonnellini tutti i giorni o quasi si associava a una maggiore probabilità di sviluppare una forma possibile o probabile di demenza. Un’associazione simile è stata rilevata anche nelle persone che tendevano ad addormentarsi involontariamente durante la giornata.

Il dato, però, va interpretato con cautela. Lo studio si basava in parte su informazioni riferite direttamente dai partecipanti sulle proprie abitudini di sonno e non poteva stabilire con precisione la causa della demenza né dimostrare un rapporto diretto tra pisolino e malattia. Quando l’analisi veniva limitata ai soli casi più probabili di demenza, alcuni risultati risultavano inoltre meno solidi dal punto di vista statistico.

Un quadro ancora più prudente emerge da una revisione di 25 studi osservazionali, che ha cercato di valutare nel complesso il rapporto tra sonno diurno e declino cognitivo. In questo caso il legame con il peggioramento della memoria e delle funzioni cognitive globali è risultato incerto e non sempre statisticamente significativo. 

Le differenze possono dipendere dai metodi utilizzati nei vari studi, dal modo in cui viene misurato il sonno e dal fatto che una diagnosi di demenza non equivale a un semplice cambiamento nei test cognitivi.

Il rapporto tra pisolino e demenza potrebbe essere bidirezionale

Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio la direzione del rapporto. Un altro studio ha seguito per 14 anni oltre 1.400 anziani con un’età media di 81 anni, utilizzando dispositivi da polso capaci di registrare i periodi di inattività durante la giornata.

I ricercatori hanno osservato che sonnellini progressivamente più lunghi e frequenti si associavano a un rischio maggiore di ricevere successivamente una diagnosi di demenza o di Alzheimer. Allo stesso tempo, però, è emerso anche il fenomeno contrario: quando il deterioramento cognitivo iniziava a peggiorare, negli anni seguenti tendevano ad aumentare anche durata e frequenza del sonno diurno.

Questo fa pensare a una possibile relazione bidirezionale. Il sonnellino potrebbe non essere la causa del declino cognitivo, ma una conseguenza di cambiamenti cerebrali già iniziati. Oppure entrambe le condizioni potrebbero essere influenzate da altri fattori, come disturbi del sonno notturno, malattie croniche, farmaci, depressione o alterazioni neurologiche.

Anche la metodologia presenta dei limiti. I sensori da polso, per esempio, registrano soprattutto il movimento e l’immobilità e possono quindi confondere un vero sonno con un periodo trascorso semplicemente fermi.

Non esiste una soglia di un’ora oltre la quale il pisolino diventa pericoloso

Una delle interpretazioni più diffuse è che, dopo i 65 anni, dormire per più di un’ora nel pomeriggio possa rappresentare una sorta di limite di rischio. In realtà questa soglia non ha un significato clinico così preciso.

Nei lavori scientifici, i 60 minuti vengono spesso utilizzati come criterio statistico per dividere i partecipanti in gruppi e confrontare comportamenti diversi. Non significa che dormire 59 minuti sia sicuro e 61 minuti pericoloso. Allo stesso modo, i 65 anni rappresentano semplicemente l’età utilizzata da alcuni studi per selezionare i partecipanti, non un confine biologico oltre il quale il sonno diurno cambia improvvisamente significato.

Il rischio osservato non cresce necessariamente in maniera lineare con la durata dei sonnellini e i risultati differiscono tra uno studio e l’altro. Per questo il numero di minuti trascorsi sul divano, preso da solo, dice relativamente poco.

Ridurre i sonnellini non ha dimostrato di prevenire la demenza

Un altro punto importante è che non esiste, allo stato attuale, alcuna prova che eliminare o ridurre volontariamente i pisolini possa prevenire l’Alzheimer o altre forme di demenza.

Se una persona avverte un reale bisogno di dormire durante il giorno, costringersi a restare svegli non rappresenta una strategia preventiva dimostrata. Anzi, una forte sonnolenza può essere il segnale di un problema che merita di essere individuato.

Il vero interesse clinico nasce quando il sonno diurno cambia rispetto alle abitudini precedenti. Un conto è una persona che da decenni riposa 20 o 30 minuti dopo pranzo e continua a svolgere normalmente le proprie attività; un altro è iniziare improvvisamente ad addormentarsi più volte durante il giorno, per periodi sempre più lunghi, senza riuscire a controllarlo.

Sonnolenza diurna: spesso le cause sono diverse dalla demenza

Una sonnolenza marcata durante il giorno può dipendere da molte condizioni e non soltanto da un eventuale deterioramento cognitivo. Tra le cause possibili vengono citate le apnee ostruttive del sonno, la depressione e gli effetti collaterali di alcuni farmaci.

In questi casi il medico può raccogliere informazioni sulla qualità del riposo notturno, valutare eventuali terapie in corso e, se necessario, suggerire un diario sonno-veglia o ulteriori accertamenti. I farmaci non devono essere modificati o sospesi autonomamente, anche quando si sospetta che possano contribuire alla sonnolenza.

Proprio perché esistono molte spiegazioni possibili, un aumento dei pisolini non deve essere interpretato automaticamente come un segnale di Alzheimer. Il significato cambia in base all’età, alla qualità del sonno notturno, alla presenza di altre malattie e soprattutto a come evolve la situazione nel tempo.

Quando è utile parlarne con il medico

Più della durata precisa del riposo pomeridiano, conta il modo in cui cambiano le abitudini e il funzionamento quotidiano. Una sonnolenza che compare improvvisamente, che porta ad addormentarsi spesso senza volerlo oppure che interferisce con le normali attività merita una valutazione anche quando non sono presenti problemi di memoria.

L’attenzione aumenta se al cambiamento del sonno si associano dimenticanze che interferiscono con la vita quotidiana, difficoltà nello svolgere attività abituali, problemi di orientamento nel tempo o nello spazio o un peggioramento evidente delle capacità cognitive.

Questi segnali non significano automaticamente demenza, ma rappresentano elementi più utili di un semplice pisolino per decidere quando rivolgersi a un professionista.

Il punto non è dormire di giorno, ma capire se qualcosa è cambiato

Le ricerche sul rapporto tra sonno diurno e demenza stanno mostrando che il tema è probabilmente più interessante del semplice “dormire fa bene” o “dormire fa male”. Negli anziani, pisolini più frequenti e prolungati sono stati associati in alcuni studi a un maggiore rischio di deterioramento cognitivo, ma non sappiamo ancora se rappresentino una causa, una conseguenza o entrambe le cose.

La differenza più importante è quindi tra un’abitudine stabile e un cambiamento recente. Un sonnellino quotidiano mantenuto da anni, in una persona che continua a essere attiva e cognitivamente autonoma, non ha lo stesso significato di una sonnolenza nuova, crescente e accompagnata da difficoltà nella vita di tutti i giorni.

Più che fissarsi sull’orologio, conta osservare l’insieme dei cambiamenti. Il pisolino, da solo, è un segnale troppo generico per prevedere il futuro della salute cognitiva. Diventa più interessante solo quando si inserisce in un quadro più ampio di sonnolenza, cambiamento delle abitudini o comparsa di disturbi della memoria.

Fonte

PubMed Central - Napping characteristics and incident dementia: results from the National Health and Aging Trends Study

Ultimo aggiornamento – 03 Novembre, 2026

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