Un impianto sotto lo sterno apre nuove possibilità contro la morte cardiaca improvvisa

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva

Data articolo – 02 Febbraio, 2026

cardiologo mostra a paziente cuore cartonato

Ridurre il rischio di morte cardiaca improvvisa resta una delle sfide più complesse della medicina cardiovascolare. Negli ultimi anni, l’evoluzione dei defibrillatori impiantabili ha portato allo sviluppo di soluzioni meno invasive e potenzialmente più adatte a pazienti selezionati, soprattutto quando l’obiettivo è coniugare efficacia clinica e riduzione delle complicanze nel lungo periodo.

In questo scenario si inserisce l’esperienza dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano, dove è stato completato con successo l’impianto di un defibrillatore extravascolare sottosternale di nuova generazione in un paziente ad alto rischio. 

L’intervento, eseguito in un contesto ospedaliero senza cardiochirurgia “on-site”, rappresenta un passaggio significativo non solo sul piano tecnologico, ma anche organizzativo, perché suggerisce la possibilità di estendere procedure avanzate a un numero maggiore di strutture.

Perché la morte cardiaca improvvisa è ancora un’emergenza

La morte cardiaca improvvisa è un evento drammatico perché spesso arriva senza preavviso e lascia poco spazio all’intervento esterno. Nella maggior parte dei casi si verifica a causa di aritmie ventricolari potenzialmente letali, che possono portare in pochi minuti all’arresto cardiaco

Proprio la rapidità con cui evolve l’evento rende la prevenzione un tema centrale, soprattutto per chi presenta condizioni cliniche che aumentano il rischio.

La dimensione del problema emerge anche dai dati epidemiologici: secondo una review pubblicata sul Journal of Clinical Medicine, la morte cardiaca improvvisa può arrivare a rappresentare fino al 50% dei decessi cardiovascolari, confermandosi come una delle principali cause di mortalità legata al cuore e al circolo.

Per i pazienti ad alto rischio, i defibrillatori impiantabili restano tra gli strumenti più efficaci per prevenire esiti fatali. Tuttavia, la scelta del dispositivo e della tecnica di impianto può incidere in modo rilevante sulla gestione nel tempo, soprattutto per quanto riguarda infezioni e complicanze vascolari.

Il defibrillatore sottosternale: cosa cambia davvero

Il dispositivo impiantato a Milano, Aurora EV-ICD, appartiene alla categoria dei defibrillatori extravascolari. A differenza dei sistemi tradizionali, in cui l’elettrodo viene introdotto nel sistema venoso e posizionato all’interno del cuore, in questo caso il catetere viene collocato sotto lo sterno, vicino al miocardio, mentre il generatore viene posizionato in sede ascellare.

Questa impostazione permette di “proteggere” il cuore senza attraversare le vene centrali, un aspetto particolarmente rilevante per alcuni pazienti, perché consente di preservare il patrimonio venoso e di ridurre il rischio di problematiche che possono comparire nel lungo periodo con i dispositivi transvenosi.


Per rimanere aggiornato sulle ultime news di salute, seguici su Google Discover.


Efficacia clinica e riduzione delle complicanze

Nonostante l’approccio differente, il sistema mantiene le funzioni essenziali di un defibrillatore impiantabile. Il dispositivo è in grado di riconoscere aritmie ventricolari pericolose e di intervenire con stimolazione o shock quando necessario. In altre parole, l’obiettivo clinico resta lo stesso: interrompere rapidamente un’aritmia potenzialmente fatale e prevenire l’arresto cardiaco.

Tra i punti di forza segnalati vi sono anche le dimensioni contenute e una longevità stimata superiore agli 11 anni, un elemento che può tradursi in un minor numero di sostituzioni nel tempo e in una gestione più sostenibile per il paziente e per il sistema sanitario.

Un intervento complesso eseguito senza cardiochirurgia “on-site”

La procedura è stata eseguita dall’équipe di Elettrofisiologia guidata dal dottor Giovanni Forleo, in collaborazione con il chirurgo toracico Daniel Di Mattia. L’intervento ha riguardato un paziente ad alto rischio di morte cardiaca improvvisa ed è stato portato a termine in condizioni di sicurezza grazie a una pianificazione clinica accurata e a un lavoro multidisciplinare.

Il dato organizzativo non è secondario: completare un impianto di questo livello in una struttura priva di cardiochirurgia in sede significa dimostrare che, con competenze adeguate e un modello strutturato, anche procedure avanzate possono essere realizzate fuori dai grandi centri.


Potrebbe interessarti anche:


Una possibile svolta per la sanità di prossimità

L’esperienza dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco suggerisce un cambio di prospettiva: l’innovazione non riguarda solo il dispositivo, ma anche la possibilità di rendere più accessibile la prevenzione salvavita. Dimostrare che un impianto complesso possa essere eseguito in sicurezza anche senza cardiochirurgia “on-site” può favorire percorsi di cura più vicini ai pazienti e ridurre le differenze territoriali.

La morte cardiaca improvvisa resta un’emergenza sanitaria rilevante. In questo contesto, i defibrillatori extravascolari sottosternali aprono nuove opportunità per la prevenzione nei pazienti ad alto rischio, con l’obiettivo di ridurre complicanze e ampliare l’accesso a interventi efficaci anche fuori dai grandi centri.

Fonti

Journal of Clinical Medicine  - Sudden Cardiac Death: Clinical Updates and Perspectives

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati
Due coppie camminano nel bosco come terapia.
Camminare nel bosco può davvero diventare una terapia? I benefici secondo un nuovo studio

Un nuovo studio italiano esplora come la terapia forestale guidata possa incidere sulla salute e contribuire a ridurre il carico sul Sistema sanitario nazionale. Scopri come e perché.