Il nuovo programma di screening della Regione Lombardia per la diagnosi precoce del tumore al polmone è entrato nella fase operativa. Al Policlinico San Matteo di Pavia sono state eseguite le prime TAC toraciche a basso dosaggio, coordinate dall’ATS di Pavia, su cittadini già inseriti in un percorso di monitoraggio clinico.
I primi tre esami hanno dato esito negativo: non sono state individuate lesioni sospette. È un avvio limitato nei numeri, ma significativo sul piano organizzativo, perché segna il passaggio dalla programmazione alla presa in carico concreta dei cittadini.
Lo screening punta a individuare eventuali alterazioni polmonari in fase precoce, quando la malattia può essere più trattabile. Nel tumore al polmone, infatti, uno dei problemi principali resta la diagnosi tardiva: spesso i sintomi compaiono quando la patologia è già avanzata.
A chi è rivolto lo screening
Nella fase iniziale, il programma è rivolto ai cittadini tra i 60 e i 64 anni che sono forti fumatori o ex fumatori. L’obiettivo della Regione è estendere progressivamente la platea, arrivando a includere persone dai 55 ai 74 anni, sempre sulla base del profilo di rischio.
La scelta di partire da chi ha una storia importante di esposizione al tabacco non è casuale. Il fumo di sigaretta resta il principale fattore di rischio per il tumore del polmone. Per questo gli screening di questo tipo non sono pensati per tutta la popolazione, ma per gruppi selezionati in cui il rischio è più alto.
È un passaggio diverso dagli screening già consolidati, come quelli per mammella, colon-retto o cervice uterina. Qui la selezione dei partecipanti dipende in modo forte da età, abitudine al fumo e storia clinica.
Perché si usa la TAC a basso dosaggio
L’esame previsto è la TAC toracica a basso dosaggio, una tecnica radiologica che permette di osservare i polmoni con una quantità di radiazioni inferiore rispetto a una TAC tradizionale. È considerata uno degli strumenti più adatti per individuare noduli o lesioni sospette in soggetti ad alto rischio.
Il vantaggio principale è la possibilità di trovare alterazioni molto piccole, prima che diano sintomi. Non tutte le anomalie rilevate corrispondono a tumori, e non tutti i noduli sono pericolosi. Per questo lo screening deve essere inserito in un percorso organizzato, con criteri chiari di refertazione, eventuali approfondimenti e follow-up.
La diagnosi precoce, da sola, non basta. Serve una rete capace di accompagnare il cittadino dall’esame iniziale fino all’eventuale presa in carico specialistica, evitando sia ritardi sia controlli inutili.
Prevenzione e Centro Antifumo nello stesso percorso
Uno degli aspetti più importanti del programma lombardo è l’integrazione con i Centri Antifumo. Chi partecipa allo screening ed è ancora fumatore può essere indirizzato subito a un percorso specialistico per smettere di fumare.
Questo rende l’intervento più completo. Da una parte c’è la prevenzione secondaria, cioè la ricerca precoce di eventuali segni di malattia attraverso la TAC. Dall’altra c’è la prevenzione primaria, cioè la riduzione del fattore di rischio più importante: il tabacco.
L’assessore regionale al Welfare ha sottolineato proprio questo punto: non si tratta solo di cercare la malattia prima che diventi evidente, ma di offrire una presa in carico strutturata a chi ha bisogno di uscire dal tabagismo. È una distinzione centrale, perché uno screening efficace non dovrebbe limitarsi a “fare un esame”, ma dovrebbe diventare un’occasione per cambiare il rischio futuro.
Una rete con centri Hub e Spoke
Il piano regionale è strutturato attraverso una rete di centri Hub e Spoke. Questo modello serve a distribuire l’offerta sul territorio, mantenendo però standard comuni e percorsi coordinati.
Le strutture coinvolte devono garantire requisiti specifici: capacità di eseguire TAC a basso dosaggio, gestione degli eventuali approfondimenti, collegamento con percorsi antifumo e presa in carico dei pazienti che dovessero risultare positivi o richiedere controlli successivi.
Regione Lombardia ha indicato l’obiettivo di creare una rete organizzata e diffusa, capace di offrire accesso uniforme allo screening su tutto il territorio regionale. Non è quindi un’iniziativa isolata di un singolo ospedale, ma un programma pensato per essere ampliato progressivamente.
Perché il tumore al polmone richiede diagnosi precoce
Il tumore al polmone resta una delle principali sfide dell’oncologia. È spesso associato al fumo, ma può colpire anche persone che non hanno mai fumato. Il problema è che, nelle fasi iniziali, può non dare segnali chiari. Tosse persistente, affanno, dolore toracico, sangue nell’espettorato o perdita di peso possono comparire più tardi e non sempre vengono collegati subito a una malattia oncologica.
La TAC a basso dosaggio non elimina il rischio di tumore, ma può aumentare la possibilità di intercettare lesioni in una fase più precoce nei soggetti più esposti. È questo il senso dello screening: non sostituire la prevenzione primaria, ma aggiungere uno strumento mirato dove il rischio è più alto.
Il programma lombardo si inserisce in un quadro nazionale ed europeo in cui si valuta sempre di più l’utilità di screening organizzati anche per tumori finora non coperti da campagne diffuse su larga scala.
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Non è un esame per tutti
Un punto va chiarito: lo screening del tumore al polmone non è pensato come controllo generico per chiunque. Eseguire TAC senza indicazione può portare a falsi allarmi, accertamenti inutili e esposizione non necessaria a radiazioni, anche se a basso dosaggio.
Per questo i programmi organizzati stabiliscono criteri di accesso e percorsi di follow-up. Il beneficio dello screening emerge soprattutto nei gruppi ad alto rischio, dove la probabilità di intercettare una malattia significativa è maggiore.
Chi non rientra nei criteri ma ha sintomi respiratori persistenti o dubbi legati alla propria storia clinica dovrebbe parlarne con il medico, senza trasformare lo screening in un controllo fai da te.
Fonti
Regione Lombardia - Screening per il tumore al polmone