Stop al termine “prediabete”: la nuova classificazione a stadi che cambia diagnosi e prevenzione

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Arianna Bordi
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Data articolo – 15 Aprile, 2026

Una dottoressa misura il livello di glicemia di un giovane paziente con un glucometro.

La proposta pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology e accolta con favore dalla SID (Società Italiana di Diabetologia) mira a eliminare l'ambiguità della terminologia legata al diabete. 

Possiamo smettere di aspettare che la glicemia "esploda" per iniziare a curare i danni che, silenziosamente, stanno già avvenendo alle arterie e ai reni.

Oltre il “prediabete”: un concetto da rivedere

Per decenni il termine prediabete ha indicato una fase intermedia, caratterizzata da valori glicemici alterati ma non ancora sufficienti per una diagnosi di diabete­; lo studio sottolinea come questa definizione sia limitante.

Le evidenze più recenti mostrano, infatti, che già in questa fase si verificano alterazioni metaboliche rilevanti, associate a un aumento del rischio di patologie cardiovascolari, renali e persino neurodegenerative.

In altre parole, ciò che chiamiamo “prediabete” andrebbe trattato come una fase iniziale della malattia stessa, e continuare a considerarla separata potrebbe ritardare interventi fondamentali.

Un modello a progressione continua

Il cuore della proposta è un modello a stadi che descrive il diabete di tipo 2 come un continuum.

Alla base di questo processo c’è un progressivo deterioramento della funzione delle cellule β pancreatiche, responsabili della produzione di insulina.

Secondo gli autori, la malattia si sviluppa lungo diverse fasi:

  • stadio iniziale (rischio elevato): la glicemia è ancora nei limiti normali, ma l’organismo presenta insulino-resistenza compensata da una maggiore produzione di insulina;

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  • stadio intermedio (disglicemia): compaiono valori glicemici alterati (come glicemia a digiuno aumentata o HbA1c tra 5,7% e 6,4%), tradizionalmente classificati come prediabete;
  • stadio avanzato (diabete conclamato): la capacità di compenso si riduce e si manifesta il diabete di tipo 2.

La progressione tra questi stadi non è uniforme: alcune persone evolvono rapidamente, mentre altre possono rimanere stabili per anni.

Perché una classificazione a stadi è importante

L’introduzione di un sistema a stadi consente una diagnosi più precoce, perché intervenire quando i valori glicemici sono ancora nella norma e il rischio è elevato può fare la differenza nel prevenire la progressione della malattia.

In secondo luogo, permette una medicina più personalizzata: non tutti i pazienti, infatti, necessitano dello stesso trattamento; chi si trova nelle fasi iniziali può beneficiare soprattutto di modifiche dello stile di vita, mentre negli stadi più avanzati può essere necessario un approccio farmacologico.

Infine, una classificazione più precisa può contribuire a ridurre le complicanze. Il diabete di tipo 2 è infatti associato a patologie croniche come malattie cardiovascolari, insufficienza renale e neuropatie, che spesso iniziano a svilupparsi già nelle fasi precoci della malattia.

Il ruolo chiave della prevenzione

Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio è l’importanza dell’intervento precoce: il diabete di tipo 2 si sviluppa spesso in modo silenzioso, senza sintomi evidenti nelle fasi iniziali.

Fattori come obesità, sedentarietà e dieta squilibrata contribuiscono allo sviluppo della resistenza insulinica, uno dei principali motori della malattia.


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In questo contesto adottare strategie preventive già nei primi stadi, se non prima, può rallentare o interrompere la progressione; dunque, alimentazione equilibrata, attività fisica regolare e controllo del peso non sono più semplici raccomandazioni, ma veri strumenti terapeutici.

Implicazioni per i sistemi sanitari e la ricerca

Il superamento del concetto di prediabete solleva anche questioni più ampie, che riguardano l’organizzazione dei sistemi sanitari e la ricerca clinica.

Attualmente, non esistono linee guida uniformi per il trattamento del prediabete, né criteri regolatori chiari per l’approvazione di farmaci in questa fase.

Una classificazione a stadi potrebbe colmare questa lacuna, fornendo un quadro più strutturato per:

  • sviluppare nuove terapie mirate alle fasi precoci;
  • definire protocolli di screening più efficaci;
  • migliorare l’allocazione delle risorse sanitarie.

In un contesto globale in cui il diabete è in costante aumento anticipare la diagnosi, personalizzare le cure e intervenire precocemente non sono più opzioni, ma necessità.

Fonti:

The Lancet Diabetes & Endocrinology - Staging prediabetes and type 2 diabetes: the time to start is now

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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