Stanchezza cronica, nuovo indizio nel “lavaggio” del cervello

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
Seguici su Google Discover Aggiungici alle Fonti Preferite di Google

Data articolo – 10 Luglio, 2026

Una donna affaticata si tiene la testa con una mano

La sindrome da fatica cronica, nota anche come encefalomielite mialgica o ME/CFS, potrebbe essere collegata a un’alterazione del sistema con cui il cervello elimina parte delle sostanze di scarto. È l’ipotesi emersa da un piccolo studio australiano pubblicato su Frontiers in Neuroscience, che per la prima volta ha individuato tramite risonanza magnetica segnali compatibili con una ridotta funzione del cosiddetto sistema glinfatico nei pazienti con questa condizione.

Il risultato è ancora preliminare e non dimostra che questa alterazione sia la causa della malattia. Tuttavia apre una nuova strada per comprendere una sindrome complessa, caratterizzata da stanchezza profonda, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione e “brain fog”, oltre ad altri sintomi che possono compromettere fortemente la vita quotidiana.

Per decenni la ME/CFS è stata poco compresa e talvolta interpretata come un problema prevalentemente psicologico. Negli ultimi anni, però, diversi gruppi di ricerca hanno descritto anomalie biologiche nel sangue, nel liquido cerebrospinale, nel microbioma intestinale e in alcuni segnali genetici, con particolare attenzione ai processi immunitari e infiammatori.

Cos’è il sistema glinfatico

Il sistema glinfatico viene spesso descritto, in modo semplificato, come una sorta di rete di pulizia del cervello. Il suo compito sarebbe favorire la circolazione dei liquidi nei tessuti cerebrali e contribuire all’eliminazione di prodotti di scarto, cellule danneggiate e altre sostanze accumulate durante l’attività del sistema nervoso.

Gran parte di ciò che sappiamo deriva ancora da studi sugli animali. Le ricerche disponibili suggeriscono che questo sistema sia particolarmente attivo durante il sonno, quando onde di liquido cerebrospinale sembrano attraversare il cervello e partecipare ai processi di “smaltimento”.


Potrebbe interessarti anche:


Negli esseri umani, alterazioni della funzione glinfatica sono state studiate in relazione a diverse condizioni, tra cui malattia di Alzheimer, Parkinson, sclerosi multipla, problemi di memoria e declino cognitivo. Il nuovo lavoro è il primo a esplorare direttamente un possibile legame con la ME/CFS.

Lo studio su 31 pazienti e 27 persone sane

Il gruppo della Griffith University, in Australia, ha esaminato il cervello di 31 persone con ME/CFS e confrontato i risultati con quelli di 27 controlli sani.

Visualizzare direttamente il sistema glinfatico è difficile. Le tecniche più precise possono richiedere l’iniezione di un tracciante nel liquido cerebrospinale, una procedura invasiva. I ricercatori hanno quindi utilizzato un metodo alternativo basato sulla risonanza magnetica, capace di stimare indirettamente la funzione glinfatica osservando la diffusione dell’acqua lungo piccoli spazi che circondano i vasi sanguigni cerebrali.

È un approccio meno diretto e meno preciso rispetto alle tecniche con tracciante, ma ha il vantaggio di non richiedere procedure invasive.

Le immagini hanno mostrato nei pazienti con ME/CFS segnali compatibili con una funzione glinfatica ridotta. La particolarità è che la differenza è stata osservata soltanto nell’emisfero destro del cervello, mentre non emergeva nello stesso modo a sinistra.

Il legame con sonno e “brain fog”

Uno degli aspetti più interessanti riguarda la relazione con i sintomi. Nei pazienti che riferivano problemi del sonno più severi o maggiori difficoltà di concentrazione, i ricercatori osservavano anche segni più marcati di alterazione glinfatica nell’emisfero destro.

Secondo Kiran Thapaliya, neuroimmunologo coinvolto nello studio, il risultato potrebbe offrire una possibile spiegazione meccanicistica per alcune alterazioni infiammatorie già descritte da altri gruppi di ricerca nei pazienti con ME/CFS.

L’ipotesi è che, se il sistema di rimozione delle sostanze di scarto funziona meno efficacemente, alcuni prodotti possano accumularsi o essere eliminati più lentamente, contribuendo potenzialmente a sostenere processi infiammatori nel sistema nervoso centrale.

È però importante sottolineare che lo studio non dimostra questo passaggio. Il meccanismo resta ipotetico.

Perché solo l’emisfero destro?

La differenza tra i due emisferi è uno dei punti ancora senza spiegazione. Gli autori osservano che forme di asimmetria emisferica sono state descritte anche in altre malattie neurologiche, tra cui epilessia del lobo temporale, Parkinson e sclerosi laterale amiotrofica.

Nel caso della ME/CFS, però, non è ancora chiaro perché il segnale emerga soprattutto a destra né se questa caratteristica abbia un ruolo diretto nei sintomi.

La ricerca non può inoltre stabilire la direzione del rapporto: non sappiamo se un’alterazione del sistema glinfatico contribuisca allo sviluppo della sindrome oppure se sia una conseguenza di altri processi, per esempio disturbi del sonno, infiammazione o modificazioni neurologiche già presenti.

Una possibile strada per diagnosi e ricerca futura

Secondo Sonya Marshall-Gradisnik, direttrice del National Centre for Neuroimmunology and Emerging Diseases della Griffith University, i risultati rafforzano l’idea che il sonno possa avere un ruolo importante nel mantenimento della salute cerebrale.

In prospettiva, una tecnica di risonanza non invasiva potrebbe diventare utile anche per studiare meglio i pazienti e identificare eventuali marcatori oggettivi. È però troppo presto per parlare di un nuovo test diagnostico: il campione era piccolo e i risultati dovranno essere replicati in gruppi più ampi e indipendenti.

Lo stesso vale per le terapie. Lo studio non individua una cura e non dimostra che intervenire sul sistema glinfatico possa migliorare la ME/CFS.

Fonti:

Frontiers in Neuroscience - Disrupted glymphatic function and its relationship with sleep and cognitive impairment in ME/CFS assessed via DTI-ALPS

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati
Una persona in anestesia
Il cervello sotto anestesia resta più attivo del previsto: lo studio che riapre il dibattito sulla coscienza

Il cervello smette davvero di elaborare i suoni in anestesia? Un nuovo studio mostra che l’ippocampo potrebbe continuare a riconoscere il linguaggio.

Una signora accaldata che si fa aria con un ventaglio
Caldo e salute mentale: lo studio spiega perché le ondate di calore colpiscono il cervello

Il caldo estremo può peggiorare disturbi mentali e funzioni cognitive: cosa dice la revisione su PLOS Climate e perché il cervello è vulnerabile.