Sonno, dormire di più non significa dormire meglio: lo studio

Dr. Christian Raddato
Revisionato da Dr. Christian RaddatoMedico Generale
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 18 Settembre, 2026

Una ragazza che dorme

Dormire non significa soltanto accumulare ore: uno studio ha analizzato 95.559 adulti della UK Biobank, collegando le diverse fasi del riposo notturno al rischio di oltre mille malattie nel corso degli anni.

Ecco cosa è emerso.

Non conta solo quanto si dorme

Per anni la domanda più semplice è stata anche quella più frequente: quante ore bisogna dormire? La nuova ricerca sposta, però, l'attenzione sulla struttura del riposo, cioè su come quelle ore vengono effettivamente trascorse.

Il lavoro, condotto da Jian Luo, Rui Liu, Jing Yin, Wei Cao, Shengzhi Sun e colleghi, ha utilizzato i dati di 95.559 partecipanti della UK Biobank. Le persone coinvolte avevano indossato per sette giorni un accelerometro da polso, un dispositivo capace di registrare i movimenti e fornire una stima delle diverse fasi del riposo. I ricercatori hanno poi collegato questi dati alle informazioni sanitarie disponibili, con un follow-up mediano di 8,9 anni.

Il risultato più ampio è una mappa di 156 associazioni statisticamente significative tra caratteristiche del riposo e malattie incidenti, dopo la correzione per i confronti multipli. L'analisi ha preso in considerazione 1.049 fenotipi di malattia.


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Non significa, però, che una determinata fase del riposo "protegga" direttamente da una malattia: è proprio qui che la ricerca richiede qualche cautela.

REM e sonno profondo: cosa ha trovato lo studio

La fase REM, quella associata alla maggiore attività cerebrale e alla maggior parte dei sogni ricordati, è stata quella con il maggior numero di associazioni favorevoli.

Un aumento della durata della REM pari all'intervallo interquartile dello studio, circa 47,6 minuti, è risultato associato a un rischio più basso di 83 malattie appartenenti a 12 categorie. Tra queste figuravano:

I numeri meritano attenzione, ma vanno letti nel modo corretto. Per esempio, per l'insufficienza cardiaca il rischio associato a quella maggiore durata della REM era 0,74; per le demenze era 0,54 e per il parkinsonismo 0,20. Si tratta di associazioni statistiche, non della dimostrazione che aumentare volontariamente la REM riduca quelle malattie.

Anche il sonno profondo, corrispondente principalmente alla fase N3, ha mostrato associazioni con la salute. Una maggiore durata, sempre per un intervallo interquartile di circa 47,5 minuti, è stata associata a un rischio inferiore per sette condizioni, tra cui:

Il dettaglio tecnico non è secondario: REM e sonno profondo non sono intercambiabili. Il primo appartiene a una fase caratterizzata da intensa attività cerebrale; il secondo è la parte del riposo a onde lente, quella in cui il cervello presenta oscillazioni più lente e ampie. Pensarli semplicemente come "sonno di qualità" rischia quindi di appiattire un'architettura molto più complessa.

Il dato sulle ore: perché 6/8 sembrano distinguersi

Quando i ricercatori hanno analizzato la durata complessiva del riposo, il rapporto con le malattie non è risultato lineare. In altre parole, più ore non significavano automaticamente meno rischio. Su 86 fenotipi con un'associazione non lineare statisticamente significativa, 69 presentavano il livello minimo di rischio all'interno di una finestra compresa tra 6 e 8 ore. Tra gli esempi figuravano diabete di tipo 2, broncopneumopatia cronica ostruttiva, malattia renale cronica, demenze e depressione maggiore.

Il confronto tra i gruppi ha aggiunto un altro elemento: rispetto a chi dormiva 6/8 ore, le persone che dormivano meno di 6 ore presentavano associazioni con un rischio maggiore per 51 fenotipi dopo correzione FDR; dopo una correzione statistica ancora più severa, 24 associazioni restavano significative. Il segnale più marcato riguardava però chi dormiva meno di 5 ore. Nella suddivisione più dettagliata della durata, 37 delle 41 associazioni significative con un rischio maggiore rispetto al gruppo di riferimento erano concentrate proprio sotto le cinque ore.Una ragazza che dorme

C'è un altro particolare interessante: la regolarità delle notti conta. Una maggiore irregolarità del riposo è risultata associata, tra le altre condizioni, a un rischio più elevato di ansia e disturbi d'ansia e depressione maggiore. Anche il tempo trascorso svegli dopo essersi addormentati, indicato negli studi come WASO (wakefulness after sleep onset), mostrava associazioni con alcune patologie.

Cosa cambia davvero nella vita quotidiana

Per chi si sveglia ogni mattina con una sveglia puntata alle 6.30, il dato più utile non è trasformare il proprio orologio in un laboratorio del sonno. Gli accelerometri possono stimare le fasi del riposo attraverso algoritmi, ma non equivalgono alla polisonnografia, il metodo di riferimento per misurare direttamente l'architettura del sonno attraverso parametri fisiologici come attività cerebrale, movimenti oculari e tono muscolare.

Il risultato può, invece, aiutare a leggere diversamente alcuni segnali quotidiani. Dormire sistematicamente meno di cinque o sei ore, avere orari molto irregolari o trascorrere una parte consistente della notte svegli non sono semplicemente dettagli della routine. Eppure non basta guardare il numero sullo smartwatch. Una notte frammentata dopo una giornata particolare non racconta la stessa storia di mesi di sonno insufficiente. La differenza, per la salute, è nella continuità del comportamento nel tempo.

Anche la stessa fonte dei dati pone un limite importante alla generalizzazione: la UK Biobank comprende persone reclutate nel Regno Unito e originariamente incluse tra i 40 e i 69 anni. Il campione analizzato, quindi, non rappresenta automaticamente bambini, adolescenti o tutte le fasce della popolazione. La UK Biobank descrive il proprio progetto come una coorte di circa mezzo milione di volontari, i cui dati vengono utilizzati per la ricerca biomedica.

Il limite più importante: associazione non significa causa

Va detto che questo è uno studio osservazionale. I ricercatori hanno osservato ciò che accadeva alle persone nel tempo e hanno cercato associazioni statistiche tra caratteristiche del riposo e malattie successive. Non hanno assegnato ai partecipanti un determinato numero di ore di sonno e non hanno modificato sperimentalmente la durata della REM o del sonno profondo.

La distinzione è sostanziale. Se una maggiore quantità di REM è associata a un rischio più basso di una patologia, non significa necessariamente che aumentare la REM faccia diminuire quel rischio. Potrebbero esserci fattori biologici o comportamentali non completamente intercettati dall'analisi, oppure la relazione potrebbe funzionare in entrambe le direzioni.

Gli autori hanno cercato di ridurre questo problema attraverso diversi aggiustamenti statistici, includendo caratteristiche sociodemografiche, indice di massa corporea, fumo, consumo di alcol, attività fisica, utilizzo di televisione, computer e smartphone, inquinamento atmosferico e rumore notturno. Hanno inoltre effettuato analisi di sensibilità e modelli che tenevano conto di alcune comorbidità.

Resta il fatto che nessuna correzione statistica trasforma una coorte osservazionale in uno studio clinico randomizzato. È il principale punto di cautela anche nella lettura divulgativa della ricerca.

La domanda che resta aperta

Il lavoro pubblicato su PLOS Medicine aggiunge un tassello a una domanda che la ricerca sul riposo sta affrontando con strumenti sempre più sofisticati: non soltanto quanto dormiamo, ma come dormiamo.

Il passo successivo sarà capire quali meccanismi biologici possano spiegare le associazioni osservate e, soprattutto, se modificare realmente durata, regolarità o architettura del riposo produca benefici misurabili sulla salute.

Per ora, il dato più solido non è una nuova "formula" da applicare alla notte. È piuttosto l'idea che il riposo sia un fenomeno multidimensionale: durata, regolarità e distribuzione delle diverse fasi raccontano parti differenti della stessa storia.

A conti fatti, dunque, le 7 ore dormite non sono tutto, e forse è proprio questo il risultato più interessante dello studio: per capire una notte, bisogna smettere di considerarla soltanto come un numero.

Fonti:

  • EurekAlert!REM and deep sleep, not just total sleep time, associated with disease risk
  • Plos MedicineAccelerometer-derived real-world sleep stages and risk of incident diseases: A UK Biobank cohort study and phenome-wide association analysis
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