Un gruppo di scienziati del San Raffaele di Milano ha fatto una scoperta importante: il gene alla base della sindrome di Rett, se somministrato come cura nel cervello adulto, non provoca danni.
Una notizia che potrebbe cambiare l'approccio alle terapie per questa malattia rara, rendendole più sicure.
Di cosa si tratta: una malattia rara che colpisce le bambine
La sindrome di Rett è una malattia neurologica rara che riguarda quasi esclusivamente le bambine: si stima che ne sia colpita circa una su 10.000–15.000 nate. Chi ne soffre, dopo un primo periodo di sviluppo apparentemente normale, perde progressivamente alcune capacità acquisite: la capacità di parlare, di muoversi, di usare le mani. Possono comparire anche crisi epilettiche e difficoltà respiratorie.
La causa è quasi sempre un "errore" in un gene chiamato MECP2. Questo gene produce una proteina che serve al cervello per funzionare correttamente. Quando manca o non funziona bene, il sistema nervoso ne risente in modo importante.
Il problema delle cure: finora si temeva di "esagerare"
Da anni i ricercatori lavorano alla cosiddetta terapia genica: l'idea è consegnare alle cellule del cervello una copia funzionante del gene mancante, usando come "corriere" un virus reso innocuo in laboratorio. In teoria, potrebbe correggere la malattia alla radice.
C'era però un ostacolo. Si sapeva che avere troppo MECP2 poteva essere dannoso quanto averne troppo poco: esiste infatti un'altra condizione, chiamata sindrome da duplicazione di MECP2, in cui il gene è presente in doppia copia fin dalla nascita e causa gravi problemi neurologici. Per questo, i medici erano molto cauti nel dosare la quantità di gene da somministrare con la terapia: troppa avrebbe potuto fare danni.
La scoperta: il cervello adulto sa difendersi
I ricercatori del San Raffaele, coordinati dalla professoressa Vania Broccoli, hanno confrontato cosa succede quando si aumenta la quantità di MECP2 in due situazioni diverse: nelle cellule cerebrali ancora "in via di sviluppo" (come avviene durante la gravidanza) e nei neuroni già maturi (come avviene quando si somministra una terapia a un bambino o un adulto).
Il risultato è stato sorprendente. Nelle cellule in sviluppo, un eccesso di MECP2 causa davvero problemi: altera la crescita del cervello e spiega perché la sindrome da duplicazione è così grave. Ma nei neuroni già formati e maturi, lo stesso eccesso non provoca quasi nessun danno rilevante. Il cervello adulto, in sostanza, è capace di gestire una quantità maggiore di questa proteina senza andare in crisi.
I ricercatori hanno capito anche il perché: nei neuroni maturi, i "posti" dove MECP2 si attacca per fare il suo lavoro sono già tutti occupati dalla proteina naturale. Quella aggiunta in più dalla terapia non riesce a legarsi, viene smaltita rapidamente e non crea effetti indesiderati. Lo stesso risultato è stato confermato anche su cellule umane coltivate in laboratorio, rendendo la scoperta ancora più rilevante per i pazienti.
Cosa cambia per i pazienti e le famiglie
Questa scoperta non significa che esista già una cura, ma è un passo avanti importante verso terapie più sicure. Finora, la paura di somministrare "troppo" gene obbligava i ricercatori a muoversi con estrema cautela, rischiando di sottodosare la terapia e renderla meno efficace. Sapere che il cervello adulto tollera meglio l'eccesso di MECP2 permette di progettare trattamenti con margini più ampi, potenzialmente più efficaci.
I primi trial clinici con terapia genica per la sindrome di Rett sono già in corso nel mondo, e i risultati preliminari vanno nella stessa direzione: anche a dosi elevate, non si osservano i temuti effetti tossici legati a MECP2.
Potrebbe interessarti anche:
- Esercizio fisico e ricordi: la scienza svela il meccanismo nascosto nel cervello
- Quanta energia consuma il cervello? Il maxi-studio italiano che riscrive le regole su Alzheimer, Parkinson e disturbi psichiatrici
- Non sono solo i pollini: la vera causa degli occhi rossi che nessuno considera
I prossimi passi
La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications, è stata condotta interamente in Italia, all'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano. Gli studiosi sottolineano che saranno necessari ulteriori studi per confermare i risultati nel lungo termine e su modelli più vicini alla malattia reale. Ma il messaggio principale è chiaro: uno dei principali timori che frenava lo sviluppo delle terapie geniche per la sindrome di Rett è oggi molto meno fondato di quanto si credesse.
Per le famiglie che vivono con questa malattia, si tratta di una notizia concreta di speranza.
Fonti
Nature Communications - MeCP2 gene dosage-dependent neurodevelopmentally restricted defects arise by aberrant activation of cell fate-determining bivalent genes