L’età riportata sulla carta d’identità non racconta sempre tutto. Accanto all’età anagrafica esiste infatti anche quella biologica, cioè il livello reale di deterioramento del nostro organismo. Secondo una nuova ricerca condotta dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, le persone che mantengono ritmi quotidiani più regolari potrebbero mostrare un invecchiamento biologico più lento rispetto a chi vive con orari disordinati e frammentati.
Gli studiosi spiegano che il corpo umano funziona seguendo ritmi circadiani molto precisi, cicli biologici di circa 24 ore che regolano sonno, energia, metabolismo e numerose altre funzioni. Con il passare degli anni questi ritmi tendono naturalmente a modificarsi, ma lo studio suggerisce che la perdita di regolarità potrebbe essere collegata anche a un’accelerazione dei processi di invecchiamento.
Lo studio su oltre 200 adulti anziani
Per analizzare il fenomeno, i ricercatori hanno monitorato 207 adulti anziani per una settimana raccogliendo dati relativi a movimento, sonno ed esposizione alla luce. Attraverso questi parametri hanno valutato quanto fossero costanti gli orari di attività e riposo dei partecipanti, osservando anche quanto fossero frequenti i passaggi improvvisi tra momenti attivi e periodi sedentari.
Successivamente, tutte queste informazioni sono state confrontate con quattro diversi “orologi epigenetici”, strumenti scientifici che utilizzano specifici marcatori del DNA per stimare l’età biologica dell’organismo. In pratica, questi sistemi cercano di capire quanto il corpo sia realmente “consumato” rispetto all’età anagrafica della persona.
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I risultati hanno mostrato una tendenza piuttosto chiara: le persone con routine più stabili e prevedibili presentavano segnali compatibili con un invecchiamento biologico più lento, mentre chi aveva ritmi irregolari e frammentati mostrava indicatori associati a un deterioramento più rapido.
Perché i ritmi quotidiani sono così importanti
Secondo gli autori dello studio, il corpo sembra funzionare meglio quando alterna in modo coerente periodi di attività e momenti di riposo. I ritmi circadiani influenzano infatti numerosi processi fisiologici, tra cui pressione sanguigna, produzione ormonale, metabolismo e qualità del sonno. Quando questi cicli vengono alterati in modo frequente, il rischio di diversi problemi di salute tende ad aumentare.
Non è un caso che studi precedenti abbiano già collegato ritmi quotidiani disturbati a fenomeni come infiammazione cronica, riduzione del volume cerebrale e peggioramento delle condizioni cardiovascolari. Situazioni simili vengono osservate spesso, ad esempio, nei lavoratori notturni o in chi dorme in orari molto variabili durante la settimana.
La nuova ricerca ha inoltre rilevato che il collegamento tra regolarità delle abitudini e rallentamento dell’invecchiamento risultava più evidente nelle donne e nei partecipanti bianchi, anche considerando fattori come età, istruzione e condizioni di salute pregresse.
I limiti della ricerca e i prossimi passi
Gli stessi ricercatori precisano però che si tratta ancora di dati preliminari. Lo studio rappresenta una fotografia limitata nel tempo e non permette di stabilire con certezza quale sia il rapporto di causa ed effetto. Non è ancora chiaro, infatti, se siano le routine disordinate ad accelerare l’invecchiamento oppure se il processo di invecchiamento stesso renda più difficile mantenere ritmi stabili.
Per ottenere risposte più solide saranno necessari studi più lunghi, capaci di seguire le persone per anni. L’obiettivo sarà capire se intervenire sui ritmi quotidiani - migliorando sonno, regolarità degli orari e gestione dell’attività fisica - possa davvero contribuire a rallentare il deterioramento biologico del corpo nel tempo.
Fonti:
- ScienceAlert - Your Daily Rhythms May Help Slow Biological Aging, Study Suggests
- JAMA Network Open - Twenty-Four–Hour Rest-Activity Rhythms and Epigenetic Age Acceleration in Middle-Aged and Older Adults