Osteoporosi, individuato un meccanismo che potrebbe aiutare a rendere le ossa più forti

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 21 Giugno, 2026

uomo con schiena dolorante si alza dal divano

L’osteoporosi si sviluppa quando il corpo non riesce a sostituire in modo adeguato il tessuto osseo che viene progressivamente degradato. Con il tempo, le ossa diventano più fragili, più esposte alle fratture e anche più lente da riparare. È una condizione molto diffusa, soprattutto con l’avanzare dell’età, e rappresenta ancora oggi una sfida importante per la medicina.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Lipsia, in Germania, e della Shandong University, in Cina, ha individuato un meccanismo che potrebbe aprire nuove possibilità terapeutiche. Al centro dello studio c’è un recettore cellulare chiamato GPR133, noto anche come ADGRD1, che sembra avere un ruolo cruciale nella densità ossea attraverso l’attività degli osteoblasti, le cellule incaricate di costruire nuovo tessuto osseo.

Il punto di partenza era già interessante: alcune variazioni nel gene GPR133 erano state in precedenza associate alla densità delle ossa. Per questo i ricercatori hanno deciso di concentrarsi sulla proteina codificata da quel gene, cercando di capire se potesse essere coinvolta direttamente nel mantenimento della forza ossea.

Cosa hanno mostrato i test sui topi

Lo studio, pubblicato nel 2025, è stato condotto su topi in cui il gene GPR133 era assente oppure poteva essere attivato tramite una sostanza chiamata AP503. I risultati sono stati piuttosto chiari: in assenza del gene, gli animali sviluppavano ossa deboli, con caratteristiche simili a quelle osservate nell’osteoporosi.

Quando invece il recettore era presente e veniva attivato con AP503, la situazione cambiava. La produzione di tessuto osseo aumentava e le ossa risultavano più resistenti. In questo contesto, AP503 funziona come una sorta di interruttore biologico: stimola il recettore GPR133 e spinge gli osteoblasti a lavorare di più.

Secondo la biochimica Ines Liebscher dell’Università di Lipsia, l’uso di AP503 ha permesso di aumentare in modo significativo la resistenza ossea sia nei topi sani sia in quelli con caratteristiche osteoporotiche. I ricercatori hanno inoltre osservato che l’effetto poteva combinarsi con l’esercizio fisico, rafforzando ulteriormente le ossa.

Perché il recettore GPR133 è importante

Sapere che GPR133 è coinvolto nel mantenimento di ossa forti nei topi è un dato rilevante, anche se non equivale ancora a una terapia per l’essere umano. I processi biologici alla base della formazione ossea, però, sono considerati in parte simili tra le specie. Per questo i ricercatori ritengono che il meccanismo meriti ulteriori approfondimenti.

Liebscher ha spiegato che, quando questo recettore viene compromesso da alterazioni genetiche, i topi mostrano segni precoci di perdita di densità ossea, in modo simile a quanto accade nell’osteoporosi umana. Questo suggerisce che GPR133 possa rappresentare un bersaglio utile per sviluppare nuovi farmaci capaci non solo di rallentare l’indebolimento delle ossa, ma forse anche di favorire un recupero della loro forza.

Oggi i trattamenti disponibili contro l’osteoporosi possono rallentare la progressione della malattia, ma non esiste ancora una cura in grado di invertirla completamente. Inoltre, alcune terapie possono avere effetti collaterali importanti o perdere efficacia nel tempo. Per questo la ricerca sta cercando nuovi approcci, più mirati e possibilmente più sostenibili nel lungo periodo.

Non solo GPR133: il corpo come fonte di riparazione

La scoperta si inserisce in un filone più ampio di studi che cercano di sfruttare i meccanismi naturali del corpo per riparare o rafforzare le ossa. Nel 2024, ad esempio, un altro gruppo di scienziati ha sviluppato un impianto basato sul sangue, pensato per potenziare i processi di guarigione in caso di fratture.

Quando un tessuto viene ferito, il sangue tende a coagulare e a formare una barriera naturale che partecipa alla riparazione. I ricercatori hanno creato un materiale “biocooperativo rigenerativo” che usa peptidi sintetici per migliorare la struttura e la funzione di questa barriera. Nei test sui ratti, una sostanza simile a un gel, anche stampabile in 3D, si è dimostrata efficace nella riparazione di danni ossei.

Secondo l’ingegnere biomedico Cosimo Ligorio, dell’Università di Nottingham, la possibilità di trasformare in modo relativamente semplice e sicuro il sangue dei pazienti in impianti altamente rigenerativi è particolarmente interessante. Il sangue, infatti, è disponibile in quantità sufficienti e può essere ottenuto direttamente dal paziente.

Il nuovo ormone scoperto nei topi femmina

Un’altra ricerca del 2024 ha individuato un ormone in topi femmina capace di promuovere la crescita di ossa particolarmente dense e resistenti. Il gruppo, guidato da ricercatori dell’Università della California, San Francisco, ha identificato una molecola chiamata maternal brain hormone, o MBH, che nei test su topi maschi e femmine sembrava aumentare densità, massa e forza ossea.

Durante l’allattamento, MBH appare nel cervello femminile in neuroni vicini a cellule chiamate taniciti. Nei test, le ossa trattate mostravano una mineralizzazione e una capacità di guarigione superiori a quelle ottenute con altre strategie. Secondo il biologo delle cellule staminali Thomas Ambrosi, dell’Università della California Davis, i risultati osservati non erano mai stati raggiunti prima con approcci simili.

Anche in questo caso, però, si parla di dati ottenuti negli animali. La distanza tra un esperimento su topo e una terapia per l’essere umano resta ampia, e richiede verifiche rigorose sulla sicurezza, sull’efficacia e sulla possibilità di adattare il meccanismo alla fisiologia umana.


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Una prospettiva promettente, ma ancora da verificare

Molte delle scoperte più recenti sul rafforzamento delle ossa sono ancora in fase preclinica. Non sono state testate sull’uomo e non possono essere considerate trattamenti disponibili. Tuttavia, indicano una direzione comune: invece di limitarsi a rallentare la perdita ossea, la ricerca punta a capire come stimolare il corpo a ricostruire tessuto osseo più forte.

Gli autori dello studio del 2025 sperano che, in futuro, interventi basati sul recettore GPR133 possano essere usati sia per rafforzare ossa già sane sia per riportare ossa degradate a una condizione migliore, come potrebbe avvenire nei casi di osteoporosi legata alla menopausa.

Secondo la biologa molecolare Juliane Lehmann, dell’Università di Lipsia, il potenziale medico di questo recettore è particolarmente rilevante in una popolazione che invecchia. L’idea di attivare un meccanismo interno capace di aumentare la resistenza ossea è ancora lontana dall’applicazione clinica, ma rappresenta una pista concreta.

La ricerca, pubblicata su Signal Transduction and Targeted Therapy, non offre ancora una cura per l’osteoporosi. Aggiunge però un elemento importante alla comprensione dei processi che regolano la forza delle ossa. E, se confermata negli esseri umani, potrebbe contribuire allo sviluppo di farmaci capaci di andare oltre il semplice contenimento della malattia.

Fonti

Ultimo aggiornamento – 17 Giugno, 2026

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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