Obesità in Italia al 7%: il tasso più basso dell'UE (ma non è tutto oro)

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 14 Settembre, 2026

Una persona dal nutrizionista

Nel 2025 il 7% degli adulti in Italia rientra nella categoria dell’obesità, la quota più bassa tra i Paesi dell’Unione europea.

I nuovi dati Eurostat mostrano però che nell’UE il 16,3% degli adulti è obeso e un ulteriore 35,4% è in pre-obesità.

Italia ultima per obesità, ma il sovrappeso riguarda oltre metà dell’UE

Il dato italiano spicca nella fotografia europea. Secondo Eurostat, dati sull’obesità nell’UE nel 2025, tra gli adulti di almeno 18 anni la quota di persone con un indice di massa corporea (BMI) pari o superiore a 30 è del 7% in Italia, contro il 16,3% della media dell’Unione europea.

La distanza è notevole anche rispetto ai Paesi che seguono l’Italia nella classifica: la Grecia si ferma al 12,8%, mentre la Romania arriva al 12,9%. All'estremo opposto c'è Malta, con il 26,6% della popolazione adulta classificata come obesa. Seguono Lettonia, al 24,6%, e Finlandia, al 23,2%

Il dato che forse dice più del semplice confronto tra Paesi, però, è un altro. Nell'UE il 35,4% degli adulti è classificato come pre-obeso, cioè con un BMI compreso tra 25 e meno di 30. Sommando questa fascia al 16,3% di persone obese, si arriva al 51,7% degli adulti europei in condizione di sovrappeso


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La fotografia, dunque, è meno rassicurante di quanto possa suggerire il solo primato italiano.

Cosa misura davvero il BMI

Per capire i numeri bisogna partire dalla metrica utilizzata. Eurostat calcola il BMI dividendo il peso, espresso in chilogrammi, per il quadrato dell'altezza in metri. Negli adulti, un valore inferiore a 18,5 indica sottopeso, tra 25 e meno di 30 pre-obesità e da 30 in poi obesità. La categoria del sovrappeso comprende entrambe le ultime due condizioni. 

Il BMI è un indicatore semplice e facilmente confrontabile. Ma non racconta tutto.

La stessa Organizzazione mondiale della sanità lo definisce un indicatore indiretto dell'adiposità: peso e altezza consentono di individuare una condizione associata a un maggiore rischio per la salute, ma non misurano direttamente la quantità di tessuto adiposo. Per una valutazione clinica possono essere utili anche altre misure, come la circonferenza della vita. 

È un dettaglio tecnico tutt'altro che secondario. Due persone con lo stesso BMI possono avere una composizione corporea diversa: un atleta molto muscoloso, per esempio, può avere un peso elevato senza presentare la stessa quantità di grasso corporeo di una persona sedentaria con identico indice.

Per questo il 7% italiano non dovrebbe essere letto come la percentuale di adulti che, nel nostro Paese, hanno necessariamente la stessa condizione clinica. È la quota che rientra nella definizione statistica adottata da Eurostat.

Uomini più esposti all'obesità e al sovrappeso

La differenza non riguarda soltanto i Paesi. Anche all'interno della popolazione europea il quadro cambia sensibilmente in base al sesso.

Nel 2025 l'obesità interessava il 17,4% degli uomini europei, contro il 15,3% delle donne. Ancora più ampio è il divario nella fascia della pre-obesità: il 41,9% degli uomini rientrava in questa categoria, rispetto al 29,3% delle donne

Il risultato è che la condizione complessiva di sovrappeso, ottenuta sommando obesità e pre-obesità, riguarda una quota particolarmente elevata della popolazione maschile.

Per le donne compare invece un altro dato: il sottopeso interessa il 2,9%, contro l'1% degli uomini. Anche questa informazione contribuisce a spiegare perché una singola media nazionale possa nascondere situazioni molto differenti all'interno della stessa popolazione. Una persona sulla bilancia

L'età aggiunge un'altra variabile. Nel rapporto Eurostat sul monitoraggio degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, la prevalenza dell'obesità nel 2025 raggiunge il 20,4% tra le persone di 65/74 anni, prima di diminuire nella fascia dai 75 anni in su. Lo stesso rapporto segnala inoltre differenze legate al livello di istruzione: l'obesità passa dal 12,6% tra gli adulti con istruzione terziaria al 18,5% tra quelli con istruzione secondaria inferiore o più bassa. 

Qui il semplice confronto tra nazioni lascia spazio a una questione più complessa: il peso corporeo non dipende soltanto dalle scelte individuali.

Perché il dato italiano non significa che il problema sia risolto

Va detto che il 7% italiano va interpretato con cautela. Il confronto europeo fotografa una situazione statistica, non stabilisce una graduatoria della salute dei singoli cittadini.

L'obesità è infatti riconosciuta dall'OMS come una malattia cronica e recidivante, determinata dall'interazione tra fattori genetici, neurobiologici, comportamentali, ambientali e socioeconomici. Tra questi rientrano anche la disponibilità di alimenti, l'ambiente alimentare e le possibilità concrete di svolgere attività fisica. 

La questione, però, è un'altra: perché l'Italia presenti un valore così distante dalla media europea?

I dati Eurostat, da soli, non consentono di stabilire una causa. Non sarebbe quindi corretto attribuire il 7% a una singola caratteristica della dieta italiana, al maggiore consumo di determinati alimenti o a presunti comportamenti virtuosi degli italiani. Sono spiegazioni possibili da studiare, non conclusioni contenute nella statistica.

C'è inoltre un secondo elemento di cautela. Eurostat segnala che i dati alla base dell'indicatore provengono dalle rilevazioni statistiche europee sulla salute e sulle condizioni di vita; alcune differenze metodologiche tra Paesi possono quindi incidere sulla comparabilità. Nel rapporto 2026, per esempio, Eurostat segnala esplicitamente una minore affidabilità dei dati 2025 per alcuni Paesi e dati provvisori per altri. 

Questo non mette in discussione il primato italiano, che Eurostat riporta chiaramente. Significa piuttosto evitare di trasformare una classifica statistica in una spiegazione epidemiologica.

Un dato che va letto insieme alla salute, non solo alla bilancia

L'altra faccia della statistica europea è il peso sulla salute pubblica. Secondo l'OMS, sovrappeso e obesità sono associati a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, alcuni tumori e disturbi muscoloscheletrici. 

Nel rapporto Sustainable development in the European Union – 2026 edition, Eurostat osserva inoltre che l'obesità contribuisce ad altre malattie croniche legate all'alimentazione, tra cui patologie cardiovascolari, diabete e alcuni tumori. Lo stesso rapporto mostra che tra il 2019 e il 2025 la quota complessiva di adulti europei in sovrappeso è scesa dal 52,7% al 51,7%, soprattutto per la riduzione della pre-obesità, mentre la quota di persone obese è diminuita soltanto di 0,2 punti percentuali. 

È un movimento piccolo, ma interessante: il problema europeo non sta semplicemente crescendo in modo lineare. Alcuni indicatori migliorano, mentre altri restano sostanzialmente stabili.

A conti fatti, il primato dell'Italia va quindi letto per quello che è: un dato statistico favorevole nel confronto europeo, non un certificato di buona salute della popolazione.

La prossima questione da seguire sarà capire se questa distanza dall'Europa resterà stabile nelle rilevazioni successive e, soprattutto, come evolveranno sovrappeso e obesità nelle diverse fasce di età e nei gruppi sociali. È lì che il numero del 7% smette di essere una classifica e diventa un indicatore di salute pubblica.

Fonti:

  • EurostatObesity rate in the EU: 16.3% in 2025
  • WHOObesity and overweight
  • Ec.EuropaSustainable development in the European Union
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