Nuova pandemia, l’Oms avverte: perché il mondo non è pronto

Dr. Christian Raddato
Revisionato da Dr. Christian Raddato — Medico Generale
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 17 Ottobre, 2026

mamma e bambina con la mascherina

La prossima pandemia non è descritta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come un evento imminente né come qualcosa di cui sia possibile prevedere la data. Il messaggio lanciato dal direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus riguarda piuttosto una certezza epidemiologica di lungo periodo: nuove minacce infettive continueranno a emergere e il problema non è stabilire se il mondo dovrà affrontarne un’altra capace di diffondersi su scala globale, ma quanto sarà preparato nel momento in cui accadrà.

Intervenendo a New York durante il Meeting di alto livello delle Nazioni Unite sulla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie, Tedros ha sintetizzato il concetto sostenendo che “l’arrivo della prossima pandemia è solo questione di tempo”. Rispetto al 2020, però, il sistema internazionale dispone oggi di strumenti che allora non esistevano o erano meno sviluppati. Il lavoro da fare, secondo l’OMS, resta comunque consistente.

Dopo il Covid il mondo ha più strumenti, ma non abbastanza

La pandemia da Covid-19 rappresenta inevitabilmente il punto di confronto. Secondo i dati ricordati da Tedros, quella crisi avrebbe causato oltre 20 milioni di morti in eccesso e prodotto perdite economiche superiori a 10.000 miliardi di dollari a livello globale.

Negli anni successivi, l’OMS e gli Stati membri hanno cercato di trasformare alcune delle lezioni apprese durante l’emergenza in strumenti permanenti di preparazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha avviato dieci iniziative distribuite in cinque aree considerate strategiche. 

Tra queste figurano il Fondo Pandemico, il Centro OMS per l’intelligence su pandemie ed epidemie di Berlino, il programma Covax, il programma per il trasferimento della tecnologia mRNA in Sudafrica e il Corpo Globale per le Emergenze Sanitarie.

L’obiettivo comune è riuscire a individuare prima le minacce, condividere informazioni più velocemente e rendere più rapida la risposta sanitaria quando compare un nuovo agente patogeno con capacità di diffusione internazionale.

L’Accordo sulle Pandemie è un passaggio centrale

Un altro cambiamento riguarda le regole internazionali. Gli Stati membri hanno adottato un pacchetto di modifiche al Regolamento Sanitario Internazionale, entrato in vigore lo scorso settembre, mentre durante l’ultima Assemblea Mondiale della Sanità è stato approvato anche l’Accordo dell’OMS sulle Pandemie.

Tedros lo ha definito un risultato storico e una dimostrazione del fatto che la cooperazione multilaterale tra Paesi continua ad avere un ruolo centrale nelle emergenze sanitarie. L’accordo punta a creare una struttura più coordinata per prepararsi alle future pandemie, cercando anche di evitare alcuni dei problemi emersi durante il Covid-19, quando l’accesso a vaccini e altri strumenti sanitari è stato molto diverso tra Paesi ricchi e nazioni con meno risorse. Il quadro, però, non è ancora completo.

Il nodo del PABS, il sistema per condividere i patogeni

Uno dei passaggi ancora aperti riguarda il Pathogen Access and Benefit-Sharing System, indicato con l’acronimo PABS. Si tratta di un meccanismo pensato per consentire ai Paesi di condividere rapidamente campioni biologici e informazioni genetiche relative a patogeni con potenziale pandemico.

L’idea è che, quando emerge una nuova minaccia, ricercatori e laboratori di differenti parti del mondo possano accedere più velocemente alle informazioni necessarie per studiarla e sviluppare test, vaccini e trattamenti. La condivisione, però, dovrebbe essere accompagnata anche da un secondo principio: i benefici ottenuti grazie a quei campioni e a quei dati non dovrebbero rimanere concentrati soltanto nei Paesi o nelle aziende con maggiori risorse.

Il PABS dovrebbe quindi legare l’accesso ai patogeni a una distribuzione più equa di vaccini, farmaci e altre contromisure sanitarie, comprese formule gratuite o a prezzi ridotti per i Paesi con minore capacità produttiva.

Perché l’OMS insiste sulla distribuzione equa dei vaccini

Durante la pandemia da Covid-19 uno dei problemi più evidenti è stato l’accesso molto diseguale ai vaccini. Mentre alcuni Paesi riuscivano a garantirsi rapidamente grandi quantità di dosi, altri hanno dovuto attendere molto più a lungo. Il nuovo sistema dovrebbe cercare di limitare proprio questo fenomeno, creando in anticipo regole condivise tra governi, laboratori, aziende farmaceutiche e produttori.

In questo modo la condivisione di un nuovo patogeno permetterebbe alla comunità scientifica di lavorare immediatamente allo sviluppo delle contromisure, ma con l’impegno a rendere una parte dei prodotti ottenuti disponibile anche nelle aree con minori risorse.

Secondo Tedros, senza la definizione del sistema PABS l’Accordo sulle Pandemie non può completare il percorso necessario per entrare pienamente in vigore come strumento di diritto internazionale.

Per il direttore generale dell’OMS, ulteriori ritardi potrebbero quindi avere conseguenze concrete quando comparirà una nuova emergenza.

Sapere che arriverà non significa sapere quando

Il messaggio dell’OMS può facilmente essere interpretato in modo più allarmistico di quanto dica realmente. Non esiste, nelle dichiarazioni riportate, una previsione secondo cui una nuova pandemia sarebbe imminente né viene indicato un virus specifico destinato a provocarla.

Il ragionamento è diverso: la storia delle malattie infettive mostra che nuovi agenti patogeni emergono periodicamente, mentre globalizzazione, viaggi internazionali e interconnessione tra Paesi permettono a un’infezione di spostarsi rapidamente da un territorio all’altro.

Prepararsi significa quindi costruire sistemi di sorveglianza e risposta prima che l’emergenza si verifichi, invece di doverli organizzare quando il nuovo patogeno ha già iniziato a circolare. È anche per questo che Tedros ha sottolineato come non sia possibile dichiarare il mondo definitivamente “abbastanza preparato”. Le minacce cambiano e, secondo il direttore dell’OMS, anche gli strumenti per affrontarle devono continuare a evolvere.

Il vero obiettivo è non ripetere gli errori del 2020

Rispetto all’inizio della pandemia da Covid-19, il sistema sanitario internazionale dispone oggi di maggiore esperienza, nuove strutture e strumenti normativi più avanzati. Questo non significa però che una futura pandemia avrebbe automaticamente conseguenze più contenute.

Molto dipenderebbe dal patogeno coinvolto, dalla sua trasmissibilità, dalla gravità della malattia, dalla disponibilità di vaccini o terapie e dalla rapidità con cui i Paesi riuscirebbero a condividere le informazioni.

Ed è proprio quest’ultimo punto che l’OMS considera ancora incompleto. La frase secondo cui la prossima pandemia sarebbe “solo questione di tempo” è un invito a considerare le pandemie come un rischio sanitario permanente. 

La differenza, rispetto al 2020, dovrebbe essere arrivare al prossimo evento con sistemi già pronti per individuare il problema, condividere i dati e sviluppare rapidamente gli strumenti necessari, evitando che accesso a cure e vaccini dipenda ancora una volta soprattutto dalle risorse economiche dei singoli Paesi.

Fonte

WHO - WHO Director-General's remarks at the High-Level Meeting on Pandemic Prevention, Preparedness and Response – 25 September 2026

Ultimo aggiornamento – 14 Ottobre, 2026

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