Le microplastiche sono ormai considerate una presenza diffusa nell’ambiente: si trovano nell’aria, nell’acqua, nel suolo e in molti alimenti. Negli ultimi anni, diversi studi hanno iniziato a individuarle anche nel corpo umano, sollevando domande sempre più precise sui possibili effetti per la salute.
Ora una ricerca italiana pubblicata sullo European Heart Journal aggiunge un dato importante al dibattito: nelle persone colpite da infarto, micro e nanoplastiche sono state trovate nel sangue con una frequenza molto più alta rispetto ad altri pazienti sottoposti a controlli cardiologici.
Il punto va letto con cautela. Lo studio non dimostra che queste particelle siano la causa diretta dell’attacco cardiaco. Mostra però una forte associazione tra microplastiche nel sangue, esposizione ambientale e malattia cardiovascolare acuta.
Lo studio italiano su 61 pazienti
La ricerca è stata condotta da gruppi della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Verona e dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” di Napoli, con il coinvolgimento dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma.
I ricercatori hanno analizzato 61 persone sottoposte a coronarografia per sospetto problema cardiaco. I partecipanti sono stati divisi in gruppi: pazienti con infarto, persone con cardiopatia ischemica cronica e soggetti con coronarie normali.
L’attenzione si è concentrata sulla presenza di micro e nanoplastiche nel sangue delle arterie coronariche, cioè i vasi che portano sangue al cuore, e nel sangue periferico. È un passaggio rilevante perché consente di osservare non solo una possibile esposizione generale, ma anche ciò che circola vicino al muscolo cardiaco.
Il dato più evidente: 84,2% nei pazienti con infarto
Il risultato più netto riguarda i pazienti che avevano effettivamente avuto un infarto. In questo gruppo, composto da 19 persone, le microplastiche sono state rilevate nell’84,2% dei casi.
La percentuale è più che doppia rispetto a quella osservata nei pazienti senza attacco cardiaco. Nel gruppo con cardiopatia ischemica cronica le particelle sono state trovate nel 40% dei casi, mentre tra le persone con coronarie sane la percentuale era del 32%.
Nei pazienti con infarto è stata osservata anche una maggiore varietà di plastiche presenti nel sangue. La tipologia più comune era il polietilene, materiale ampiamente usato negli imballaggi e in molti prodotti di consumo quotidiano.
Fumo e inquinamento sembrano avere un ruolo
Lo studio ha osservato anche un legame con due esposizioni ambientali già note per il loro impatto sulla salute: fumo e inquinamento atmosferico.
Le persone esposte più a lungo a livelli elevati di particolato fine, in particolare PM2,5, avevano più probabilità di mostrare microplastiche nel sangue. Il dato più marcato riguarda però i fumatori: secondo la ricerca, chi fumava aveva una probabilità circa sei volte maggiore di avere queste particelle nel sangue.
L’ipotesi avanzata dai ricercatori è che il fumo possa facilitare l’ingresso di micro e nanoplastiche nel flusso sanguigno attraverso i polmoni. L’inquinamento atmosferico potrebbe agire in modo simile, contribuendo a un’esposizione continua e difficile da evitare.
Un dato rende bene questa sovrapposizione: tutti i pazienti che erano fumatori ed erano anche esposti a livelli più alti di inquinamento mostravano plastiche nel sangue. Tra chi non fumava e non era esposto a livelli più elevati di inquinamento, la percentuale scendeva al 12,5%.
Perché il cuore potrebbe essere coinvolto
La relazione tra microplastiche e cuore è ancora in fase di studio. Le particelle potrebbero entrare nell’organismo attraverso respirazione, alimentazione o altre vie di esposizione, per poi raggiungere il sangue.
Il possibile legame con le malattie cardiovascolari potrebbe passare da meccanismi come infiammazione, stress ossidativo e alterazioni della funzione dei vasi sanguigni. Nello studio, la presenza di microplastiche si accompagnava anche a segnali infiammatori più elevati, un elemento che rende l’associazione ancora più interessante dal punto di vista biologico.
Tuttavia, bisogna evitare conclusioni troppo rapide. Una presenza più alta di microplastiche nei pazienti con infarto non significa automaticamente che siano state loro a provocarlo. Potrebbero essere un indicatore di esposizioni ambientali più ampie, oppure agire insieme ad altri fattori già noti, come fumo, inquinamento, ipertensione, colesterolo, diabete e familiarità.
Il limite principale: lo studio è piccolo
Il lavoro ha un valore importante perché analizza direttamente il sangue coronarico umano, ma resta uno studio su un numero limitato di persone. 61 pazienti sono pochi per stabilire un rapporto definitivo di causa-effetto.
Inoltre, misurare micro e nanoplastiche nei campioni biologici è tecnicamente complesso. Il rischio di contaminazione o di difficoltà nell’identificazione delle particelle è un tema noto in questo campo di ricerca. Per questo serviranno studi più ampi, con metodi standardizzati e gruppi di pazienti più numerosi.
Il messaggio più corretto, oggi, è quindi prudente: le microplastiche potrebbero rappresentare un nuovo fattore ambientale da considerare nella salute cardiovascolare, ma non possono ancora essere trattate come una causa dimostrata di infarto.
Una nuova pista nella prevenzione cardiovascolare
Il dato resta comunque rilevante. Per decenni la prevenzione cardiovascolare si è concentrata soprattutto sui fattori individuali: pressione alta, colesterolo, fumo, sedentarietà, alimentazione, peso corporeo e glicemia. Negli ultimi anni, però, è diventato sempre più chiaro che anche l’ambiente conta.
Aria inquinata, esposizione al fumo e contaminanti diffusi possono contribuire al rischio complessivo. Le microplastiche potrebbero inserirsi proprio in questo quadro più ampio.
Secondo i ricercatori, ridurre l’esposizione a inquinamento atmosferico, tabacco e contaminazione da plastica potrebbe avere benefici non solo ambientali, ma anche potenzialmente cardiovascolari. È una prospettiva ancora da confermare, ma coerente con l’idea che la salute del cuore non dipenda soltanto dalle scelte individuali.
Fonti
European Heart Journal - High-sensitivity point-of-care measurement of cardiac troponin: A scientific statement of the association for acute cardiovascular care of the ESC