Un dato che fino a poco tempo fa avrebbe fatto tremare le certezze dell'oncologia: un paziente su tre è ancora in vita a distanza di dieci anni dalla diagnosi di melanoma con metastasi cerebrali.
A rendere ancora più straordinario questo traguardo è il punto di partenza: le metastasi cerebrali asintomatiche da melanoma sono state a lungo considerate una condanna quasi senza appello, con aspettative di vita che si misuravano in mesi.
Oggi, grazie alla combinazione di due farmaci immunoterapici, ipilimumab e nivolumab, quella stessa diagnosi non significa più necessariamente fine corsa.
I numeri dello studio NIBIT-M2
I dati arrivano dall'analisi finale dello studio di fase III NIBIT-M2, promosso dalla Fondazione NIBIT nell'ambito del programma AIRC "5 per mille" EPICA e coordinato dal professor Michele Maio, ordinario di Oncologia all'Università di Siena e presidente della stessa Fondazione NIBIT.
La ricerca vanta un primato difficile da eguagliare: il follow-up più lungo mai registrato per questa categoria di pazienti, con un monitoraggio che ha superato i 125 mesi, ovvero oltre dieci anni di osservazione.
I risultati sono stati presentati in forma orale, riconoscimento di per sé significativo, al congresso annuale dell'American Association for Cancer Research (AACR) di San Diego, in California, dalla professoressa Anna Maria Di Giacomo, ordinaria di Oncologia Medica a Siena e responsabile delle sperimentazioni cliniche di fase I e II al Centro di Immuno-Oncologia dell'ospedale universitario senese.
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Lo studio ha confrontato tre strategie terapeutiche su pazienti con metastasi cerebrali mai trattate in precedenza: la chemioterapia tradizionale con fotemustina, la combinazione di fotemustina con ipilimumab e la doppia immunoterapia.
Infatti, mentre la chemioterapia spesso allunga la vita di tutti ma di poco, l'immunoterapia permette a una fetta di pazienti (quel 32-36%) di raggiungere un plateau: una volta superati i primi anni, la curva di sopravvivenza diventa piatta; ciò significa che chi risponde bene tende a rimanere libero da malattia per tempi lunghissimi, configurando la guarigione clinica.
Il responso a distanza di un decennio è netto: il 32% dei pazienti nel gruppo trattato con la coppia immunoterapica è ancora vivo e senza progressione di malattia, contro il 13% di chi ha ricevuto solo chemioterapia; la sopravvivenza specifica per melanoma nel gruppo immunoterapico raggiunge il 36%.
Perché è una scoperta importante
Per decenni le metastasi al sistema nervoso centrale sono rimaste il tallone d'Achille dell'oncologia moderna: oltre il 40% dei pazienti con melanoma avanzato sviluppa lesioni cerebrali nel corso della malattia, una complicanza che fino all'avvento dell'immunoterapia comportava quasi inevitabilmente un rapido peggioramento del quadro clinico.
In parte la difficoltà derivava dalla barriera emato-encefalica, quella struttura protettiva che filtra l'accesso di molte sostanze al cervello e che si supponeva potesse vanificare anche l'azione dei farmaci immunologici.
Lo studio NIBIT-M2 dimostra che quella barriera non è insormontabile per il sistema immunitario opportunamente attivato; anzi, alcune caratteristiche del microambiente tumorale cerebrale sembrano favorire proprio la risposta immunologica.
La professoressa Di Giacomo sintetizza così la portata di questi risultati: i dati dimostrano che è oggi possibile ottenere un controllo prolungato della malattia anche a livello cerebrale, aprendo la strada a ciò che fino a pochi anni fa era considerato impensabile in oncologia, ovvero la guarigione definitiva.
La biopsia liquida: un prelievo che anticipa il futuro
Ma c'è un secondo elemento che rende lo studio NIBIT-M2 particolarmente rilevante, ossia la possibilità di prevedere in anticipo chi risponderà alle terapie.
Attraverso la cosiddetta biopsia liquida, che è un normale prelievo di sangue, i ricercatori senesi hanno identificato biomarcatori capaci di indicare già nelle prime settimane di trattamento se un paziente sta rispondendo o meno alla cura.
Nello specifico, l'analisi della metilazione del DNA tumorale circolante nel sangue si è rivelata uno strumento predittivo di notevole precisione: bassi livelli di questo marcatore all'avvio della terapia, e soprattutto la loro riduzione nelle settimane iniziali, risultano associati a una prognosi migliore e a una risposta più duratura al trattamento.
Si tratta di un approccio non invasivo, dunque facilmente ripetibile nel tempo, che potrebbe guidare le scelte cliniche senza richiedere procedure difficoltose come una biopsia cerebrale tradizionale.
Il professor Maio sottolinea come questo doppio risultato, ossia l'efficacia a lungo termine della doppia immunoterapia e l'identificazione di nuovi biomarcatori, rappresenti un passo concreto verso una medicina oncologica più precisa e personalizzata, capace di monitorare la malattia nel tempo e di adattare le strategie terapeutiche sulla base di segnali misurabili nel sangue fin dall'inizio del percorso di cura.
Fonti:
- European Journal of Cancer - Nivolumab plus ipilimumab in melanoma patients with asymptomatic brain metastases: 7-year outcomes and quality of life from the multicenter phase III NIBIT-M2 trial;
- Italian Network for Tumor Biotherapy Foundation - A Study of Fotemustine(FTM) Vs FTM and Ipilimumab (IPI) or IPI and Nivolumab in Melanoma Brain Metastasis (NIBIT-M2)