La genetica come bussola: verso una cura su misura per il tumore alla tiroide

Arianna Bordi | Autrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello
A cura di Arianna Bordi
Autrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello

Data articolo – 29 Dicembre, 2025

Medico che esegue un esame ecografico della tiroide su una paziente anziana

Non tutti i tumori alla tiroide sono uguali e oggi la scienza ha una marcia in più per distinguerli.

Una vasta ricerca internazionale, che ha visto protagonisti anche i ricercatori dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano e dell'Università Statale di Milano, ha gettato nuova luce sul carcinoma papillare, la forma più diffusa di questa patologia.

Vediamo in che modo.

Oltre le apparenze: il ruolo dei geni

Solitamente il carcinoma papillare ha una prognosi positiva, ma esistono casi in cui la malattia si rivela più aggressiva del previsto.

I ricercatori hanno scoperto che la chiave per prevedere questo comportamento risiede in due specifiche alterazioni genetiche: le mutazioni dei geni BRAF e TERT.

Lo studio ha coinvolto oltre 4.700 pazienti (condotto su un arco temporale di oltre quarant'anni (dal 1979 al 2023) provenienti da 10 Paesi tra Europa, Asia e America per analizzare come specifiche mutazioni genetiche influenzino la sopravvivenza dei pazienti affetti da carcinoma papillare della tiroide.

Ecco chi sono i protagonisti dello studio:

  • genere: prevalenza femminile (76,1%) rispetto a quella maschile (23,9%);
  • età: la metà dei pazienti aveva circa 48 anni (con una minoranza del 1,9% sotto i 18 anni);
  • etnia: sui 4.400 casi documentati, la distribuzione è risultata quasi equa tra pazienti di origine asiatica (48,6%) e bianca (47,6%).

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Il messaggio è chiaro: per combattere il tumore in modo efficace, non basta guardare la sua forma esterna; bisogna leggerne il "codice segreto" scritto nei geni.

Dall'analisi è emerso che:

  • la combinazione fa la differenza: i pazienti che presentano contemporaneamente entrambe le mutazioni corrono i rischi maggiori;
  • il "falso" basso rischio: anche se un tumore appare inizialmente poco preoccupante alle analisi cliniche tradizionali, la presenza di queste firme genetiche segnala la necessità di un'attenzione molto più alta.

L'impatto sulla mortalità

Nei pazienti classificati con i vecchi criteri (AJCC7) la doppia mutazione ha mostrato un aumento della mortalità in ogni stadio:

  • stadi iniziali (I e II): il rischio di mortalità è aumentato di circa 6 volte;
  • stadio III: il rischio è risultato 4 volte superiore;
  • stadio IV: sebbene già critico, la mutazione lo ha reso quasi 2 volte più letale. Inoltre, la sola mutazione TERTp ha dimostrato di essere un fattore di rischio isolato molto pesante per lo Stadio IV, triplicando le probabilità di decesso.

Con l'aggiornamento dei criteri clinici (AJCC8), il quadro rimane simile, ma con picchi ancora più evidenti nei primi stadi:

  • stadio I: la doppia mutazione aumenta il rischio di oltre 10 volte;
  • stadio II: il rischio è quasi 4 volte maggiore;
  • stadi avanzati: allo stadio IV la doppia mutazione non sembra aggiungere ulteriore rischio rispetto alla gravità già nota della malattia, ma la singola mutazione TERTp continua a pesare significativamente, raddoppiando il rischio.

Dunque, i dati suggeriscono che la sola classificazione clinica (lo "stadio" del tumore) non basta a raccontare tutta la storia.

I pazienti che non presentano mutazioni mostrano curve di sopravvivenza eccellenti e stabili nel tempo; al contrario, la presenza del "duetto genetico" BRAF + TERTp segnala una malattia molto più aggressiva che richiede un'attenzione clinica superiore, indipendentemente dallo stadio iniziale in cui viene diagnosticata.

Infatti, mentre la mutazione BRAF è comune, è la sua combinazione con TERTp a rappresentare la sfida clinica più rilevante per la sopravvivenza a lungo termine.

Curare meglio, non necessariamente di più

La personalizzazione della terapia è il vero traguardo di questa ricerca. 

Come sottolineato da Carla Colombo, professoressa dell'Università Statale di Milano e specialista presso l'Auxologico, le sole informazioni cliniche classiche a volte non bastano a prevedere le mosse del tumore: "L'analisi genetica gioca un ruolo fondamentale per prevedere il potenziale andamento della malattia. Questi risultati permettono agli specialisti di personalizzare le cure, evitando trattamenti eccessivi a chi ha tumori poco aggressivi e individuando invece precocemente chi necessita di monitoraggi più stretti."


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Integrare la genetica nella pratica quotidiana, operazione che deve essere svolta esclusivamente in centri di riferimento specializzati, significa, dunque, passare da un approccio standard a una medicina di precisione.

Mettere il paziente al centro significa oggi utilizzare i dati molecolari per colpire il bersaglio giusto, garantendo a ciascuno la terapia più efficace ed evitando interventi non necessari.

Fonti:

The Lancet Oncology - Genetic modification of the AJCC classification of papillary thyroid cancer: an international, multicentre, retrospective cohort study

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