Invecchiamento e Parkinson: scoperto il meccanismo cerebrale che causa le cadute

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Arianna Bordi
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Data articolo – 29 Marzo, 2026

Fisioterapista assiste un'anziana in una seduta di terapia del movimento

Per gli anziani e per chi convive con il morbo di Parkinson mantenere diventa un insieme di riflessi che, paradossalmente, finisce per complicare le cose invece di risolverle.

Uno studio ha gettato nuova luce su questo meccanismo, svelando un retroscena controintuitivo: la tendenza del cervello a reagire in modo eccessivo può essere la causa principale delle cadute.

La gerarchia del controllo: chi comanda il movimento?

In condizioni normali il tronco encefalico si occupa della maggior parte del lavoro dedicato all’equilibrio: è veloce, automatico e reattivo; è quello che ci salva quando inciampiamo su un marciapiede senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Quando, però, il sistema dell'equilibrio inizia a deteriorarsi a causa dell'età o della malattia entrano in gioco i "piani alti", ossia la corteccia cerebrale e i gangli della base.

Negli adulti più giovani i sistemi lavorano in parallelo come circuiti di feedback sensomotori, attivandosi solo quando il tronco encefalico non basta più.

I dettagli dello studio

Per capire come questa dinamica evolva con l'età e con il Parkinson, lo studio ha analizzato il comportamento dei muscoli della parte inferiore della gamba (il tibiale anteriore e il gastrocnemio mediale) in risposta a improvvise perturbazioni dell'equilibrio.

Attraverso un modello neuromeccanico avanzato, hanno scomposto l'attività muscolare in base ai tempi di risposta, chiamati Long-Latency Responses (LLR):

  1. LLR1 (circa 120 ms): una risposta rapida, legata ai circuiti automatici del tronco encefalico;
  2. LLR2 (circa 210 ms): una risposta più tardiva, che riflette il coinvolgimento diretto della corteccia.

Il dato affascinante è che entrambi aumentano all'aumentare della difficoltà della sfida motoria; si presenta, però, una differenza cruciale: gli anziani (sia sani che con Parkinson) mostrano un LLR2 molto più pronunciato rispetto ai giovani, anche quando la sfida è minima.

Dunque, il cervello "anziano" deve faticare di più, reclutando la corteccia cerebrale molto prima di quanto faccia un giovane per ottenere lo stesso risultato di stabilità; ciò indica come sia significativo l’invecchiamento del cervello, a prescindere dalla presenza di una malattia neurodegenerativa o meno.

Amici e nemici: l'attività antagonista

Lo studio ha isolato una componente "destabilizzante" nell'attività dei muscoli antagonisti che appare intorno ai 180 ms.

  • negli anziani sani è strettamente legata alla capacità clinica di restare in equilibrio: chi ha una componente destabilizzante più forte solitamente ha punteggi peggiori nei test clinici;
  • nel gruppo Parkinson la correlazione scompare, suggerendo che la malattia alteri profondamente la logica stessa con cui il corpo tenta (e a volte fallisce) di correggere la propria posizione.

Il problema dei muscoli antagonisti

Quando una persona anziana cerca di stabilizzarsi attivando un muscolo, spesso si verifica un fenomeno di co-contrazione: anche il muscolo opposto (l'antagonista) si irrigidisce contemporaneamente.

Si tratta di una rigidità che agisce come un freno tirato durante un'accelerazione: rende il movimento inefficiente, goffo e aumenta drasticamente il rischio di caduta.

Dunque, per capire cosa accade in un corpo che invecchia bisogna guardare a come reagisce un giovane.

In un adulto sano e giovane la reazione è fulminea e avviene su due livelli:

  1. il riflesso automatico: il tronco encefalico ordina ai muscoli una correzione immediata e istintiva;
  2. l'intervento cosciente: solo se la spinta è molto forte, entra in gioco la corteccia cerebrale con una seconda ondata di attività per rifinire il movimento.

Il sistema è efficiente perché interviene solo quando strettamente necessario, risparmiando energia e mantenendo i muscoli fluidi.

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Analizzando, invece, gli anziani (sia sani che affetti da Parkinson), il team ha osservato un panorama radicalmente diverso: anche di fronte a piccoli squilibri, quasi impercettibili, il loro cervello si accende con un'intensità sproporzionata.

Il problema è che questo sforzo extra non si traduce in una maggiore stabilità: al contrario, i dati mostrano che più l'attività cerebrale è elevata, minore è la capacità di recupero reale; il cervello è così impegnato a gestire l'allarme da perdere l'efficacia nell'azione pratica.

Guardare al futuro: un nuovo approccio di diagnosi e cura

La vera rivoluzione di questo approccio è che permette di identificare i cambiamenti meccanicistici nel controllo neurale senza misurazioni cerebrali dirette (come l'EEG o la risonanza).

Analizzando solo il "linguaggio" dei muscoli attraverso modelli matematici, si potrà capire se un problema di equilibrio derivi da un ritardo nella corteccia o da un malfunzionamento dei circuiti automatici.


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Infatti, in futuro identificare chi ha una risposta eccessiva permetterebbe di intervenire molto prima di un incidente serio, attraverso:

  • allenamenti mirati per la gestione del peso e dello spazio;
  • esercizi di de-condizionamento per insegnare al sistema nervoso a non "andare nel panico";
  • protocolli di fisioterapia specifici per ridurre la co-contrazione.

Fonti:

eNeuro - Cortically-mediated muscle responses to balance perturbations increase with perturbation magnitude in older adults with and without Parkinson’s disease

Ultimo aggiornamento – 28 Marzo, 2026

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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