In Italia la durata della vita non dipende solo da dove si nasce, ma anche da quanti anni si è andati a scuola. È quanto emerge dal report ISTAT "La salute: una conquista da difendere", diffuso in occasione della Giornata Mondiale della Salute, che per la prima volta mette a confronto in modo sistematico le disuguaglianze territoriali e quelle legate al livello di istruzione nella mortalità degli italiani.
Il quadro generale: l'Italia tra i Paesi più longevi al mondo
Secondo l'ISTAT, l'Italia si conferma oggi tra i Paesi più longevi al mondo, con una speranza di vita alla nascita che ha raggiunto gli 83,4 anni. Il dato assume un peso ancora maggiore se confrontato con il passato: nel 1872 la penisola era tra i territori europei con l'aspettativa di vita più bassa, ferma a soli 29,8 anni, quando Francia, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia avevano già superato i 40-50 anni.
Tra il 1990 e il 2024, la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni. Guardando all'età mediana alla morte, nel 2023 si registrano 81,6 anni per gli uomini e 86,3 anni per le donne.
Il fattore istruzione: la differenza che pesa di più
È qui che il report ISTAT introduce un dato meno noto rispetto al consueto divario Nord-Sud, ma altrettanto rilevante. Tra gli adulti di almeno trent'anni, chi ha un basso livello di istruzione presenta una mortalità circa il 40% più elevata rispetto a chi ha un livello di istruzione alto.
Una differenza che, secondo l'Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello di istruzione, realizzato da ISTAT e INMP, in alcune aree del Paese risulta ancora più marcata: nelle Isole chi ha un basso livello di istruzione presenta una mortalità 2,4 volte superiore rispetto ai più istruiti, mentre nel Nord-Est il rapporto è più contenuto, pari a 1,9.
Le stime ISTAT permettono di tradurre questo divario in termini più concreti: l'eliminazione delle disuguaglianze legate al livello di istruzione porterebbe a una riduzione di circa il 30% della mortalità generale maschile e di quasi il 20% di quella femminile.
Sono numeri che, se applicati alla differenza di età mediana alla morte osservata tra le regioni italiane (oltre 4 anni tra Campania e Marche), aiutano a spiegare perché il titolo parli di anni di vita "guadagnati" attraverso l'istruzione: non si tratta di un effetto magico, ma di un fattore che incide quanto, e in alcuni casi più, della sola provenienza geografica.
Perché istruzione e territorio sono legati
Il livello di istruzione non agisce isolatamente: è anche un indicatore di condizioni socioeconomiche più ampie, che includono l'accesso alle cure, la prevenzione, le abitudini di vita e l'esposizione a fattori di rischio ambientali e lavorativi.
Per questo l'ISTAT osserva che il divario Nord-Sud nella mortalità, pur reale, si è ridotto nel complesso del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne tra il 1990 e il 2023, ma con un miglioramento più rapido al Centro-Nord, dove storicamente si concentrano anche livelli di istruzione più elevati.
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Le nuove sfide: più anni di vita, più malattie croniche
Vivere più a lungo comporta anche nuove sfide sanitarie. Secondo l'ISTAT, in Italia 13 milioni di persone convivono oggi con almeno due patologie croniche. Resta invece un risultato straordinario quello legato alla mortalità infantile, crollata da oltre 200 decessi per mille nati vivi nel periodo post-unitario a soli 2,7 per mille nel 2023, tra i valori più bassi al mondo.
Il messaggio che emerge dal report è chiaro: la longevità degli italiani è una conquista storica importante, ma non equamente distribuita. E tra i fattori che la determinano, l'istruzione gioca un ruolo che la sola lettura della mappa regionale rischia di non far emergere del tutto.
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