Il caso Wendy Duffy scuote il Regno Unito: cosa cambia ora per il fine vita in Europa

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 24 Aprile, 2026

Una donna che presta sostegno ad un'altra ragazza

Il caso di Wendy Duffy, 56 anni, ex operatrice socio-sanitaria originaria delle West Midlands, sta scuotendo il Regno Unito e riaccendendo il dibattito sul fine vita.

La donna, in buone condizioni fisiche ma segnata da una sofferenza psicologica che definisce “insopportabile”, ha deciso di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, dopo aver ottenuto l’approvazione della Pegasos Swiss Association, struttura con sede a Basilea già finita al centro di polemiche negli ultimi anni.

Ma in cosa consiste il fine vita e a che punto siamo in Italia? Scopriamolo.

La storia di Wendy

Secondo quanto riferito dalla stessa Duffy al Daily Mail, la decisione maturata non è improvvisa, ma il risultato di un lungo percorso segnato da tentativi falliti di elaborazione del lutto.

Alla base della sua scelta c’è, infatti, la morte del figlio unico, Marcus, scomparso quattro anni fa a soli 23 anni in seguito a un soffocamento accidentale mentre mangiava: un evento traumatico che, a suo dire, nessun supporto terapeutico è riuscito ad attenuare.

È la mia vita, è una mia scelta”, ha dichiarato, sottolineando come il ricorso a una clinica specializzata rappresenti una via più dignitosa rispetto a un gesto autonomo che potrebbe coinvolgere terzi, esponendoli alle conseguenze del ritrovamento del corpo. In passato, la donna aveva già tentato il suicidio, arrivando a rischiare gravi danni permanenti.

Per accedere alla procedura, Duffy ha affrontato una serie di valutazioni, anche di natura psichiatrica e, negli ultimi mesi, ha pianificato con lucidità ogni dettaglio: dalle lettere di addio destinate ai familiari – quattro sorelle e due fratelli, tutti informati della sua decisione – fino alla scelta degli abiti e della musica per gli ultimi momenti.

Secondo alcune ricostruzioni, avrebbe persino impostato un conto alla rovescia sul telefono e chiesto che la finestra della stanza resti aperta, gesto simbolico legato all’idea di “liberazione”.

Il dibattito sul fine vita nel Regno Unito

La vicenda ha assunto rapidamente una dimensione pubblica, alimentando interrogativi etici e giuridici in un Paese – il Regno Unito – dove l’eutanasia e il suicidio assistito restano illegali.

Proprio in queste ore, infatti, la Camera dei Lord è chiamata a discutere nuovamente una proposta di legge sul fine vita, già approvata dalla Camera dei Comuni.

Il testo prevede la possibilità di accedere alla morte assistita solo per adulti affetti da malattie terminali con una prognosi inferiore ai sei mesi, e sotto strette condizioni di controllo medico e legale.

Tuttavia, l’iter appare in salita: le critiche si concentrano soprattutto sulle garanzie ritenute insufficienti per le persone vulnerabili, mentre l’ostruzionismo parlamentare rischia di far slittare ulteriormente l’approvazione del provvedimento.

In questo contesto, la storia di Duffy – che non rientrerebbe nei criteri previsti dalla proposta di legge – diventa emblematica di un vuoto normativo che continua a dividere opinione pubblica e politica.


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A rendere ancora più controverso il caso è il ruolo della Pegasos Swiss Association, fondata nel 2019 dall’attivista Ruedi Habegger: la clinica è stata più volte criticata per aver consentito l’accesso al suicidio assistito anche a persone non affette da patologie terminali, sollevando interrogativi sui confini etici di queste pratiche e sulla necessità di regolamentazioni più stringenti a livello internazionale.

È importante distinguere tra eutanasia (in cui il medico somministra direttamente il farmaco letale) e suicidio assistito (in cui il paziente compie l'ultimo atto autonomamente). In Svizzera, l'assistenza al suicidio non è regolata da una legge specifica sulla medicina, ma è depenalizzata dall'Articolo 115 del Codice Penale, a patto che chi presta aiuto non sia mosso da motivi egoistici. Questo vuoto normativo permette a cliniche come Pegasos di accettare anche casi basati su sofferenze psicologiche, diversamente da altre associazioni più restrittive.

Intanto, mentre il dibattito prosegue nelle sedi istituzionali, la scelta di Wendy Duffy continua a interrogare una società divisa tra il riconoscimento dell’autodeterminazione individuale e la tutela delle fragilità. Una linea sottile, che il diritto fatica ancora a tracciare con chiarezza.

La valutazione della capacità decisionale in pazienti con sofferenza psichica è il punto più critico del percorso. I protocolli richiedono che il desiderio di morte sia “stabile, meditato e non dovuto a una fase acuta di una malattia mentale trattabile”. Il dilemma bioetico risiede nel determinare se una depressione da lutto possa essere considerata una “patologia irreversibile” al pari di una malattia oncologica, o se la richiesta di morte sia essa stessa un sintomo della patologia non ancora risolta.

La situazione in Italia

Ad oggi, il fine vita in Italia è regolato più da sentenze e principi costituzionali che da una legge organica.

Il riferimento normativo principale resta la legge n. 219/2017 sul consenso informato e le DAT, che riconosce il diritto del paziente a rifiutare o interrompere i trattamenti sanitari, inclusa la sedazione profonda nell’ambito delle cure palliative.

Sul piano giurisprudenziale, la svolta è arrivata con la sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, che ha dichiarato non punibile l’aiuto al suicidio in condizioni rigorose (patologia irreversibile, sofferenza intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità decisionale piena), introducendo di fatto una “procedura medicalizzata” ma senza creare un diritto pienamente esigibile.

La letteratura scientifica e giuridica sottolinea proprio questa natura ibrida del sistema italiano, basato su un equilibrio tra autodeterminazione e tutela sanitaria.Due mani tese che si stringono

Nonostante i ripetuti richiami della Corte al legislatore, nel 2026 manca ancora una legge nazionale che disciplini tempi e modalità operative, generando un’applicazione disomogenea sul territorio.

I dati più recenti indicano che, dal primo caso del 2022, sono almeno 14 le persone che hanno avuto accesso al suicidio medicalmente assistito in Italia entro marzo 2026, a conferma di un diritto riconosciuto ma ancora limitato nella sua concreta accessibilità.

Dati e numeri sul fenomeno del suicidio assistito

La letteratura scientifica più recente mostra che il suicidio assistito è un fenomeno in crescita nei Paesi in cui è legalmente regolamentato.

Sono oltre 200 milioni le persone  che vivono oggi in giurisdizioni dove esistono forme di assisted dying, con almeno 12 Paesi che hanno introdotto normative specifiche a livello nazionale o regionale.

In Svizzera, uno dei principali Paesi di destinazione per cittadini stranieri, i dati dell’Ufficio federale di statistica mostrano una crescita costante: nel 2025 si registrano circa 18,8 casi ogni 100.000 abitanti, rispetto ai 3,3 ogni 100.000 del 2005.

Le organizzazioni hanno, inoltre, documentato 1.421 suicidi assistiti nel solo 2025, in aumento rispetto all’anno precedente .

La letteratura sottolinea anche un problema metodologico: l’assenza di codifiche ICD specifiche e la forte eterogeneità normativa tra Paesi rendono difficile una comparazione internazionale rigorosa dei dati, limitando la possibilità di analisi epidemiologiche uniformi.

Quadro legale comparato (Regno Unito, Svizzera, Europa e Italia)

A livello comparato, il quadro normativo europeo resta altamente disomogeneo. La Svizzera rappresenta un modello peculiare: il suicidio assistito è consentito a determinate condizioni, purché non vi sia “motivo egoistico” da parte di chi assiste, rendendo il Paese uno dei principali poli di riferimento per i casi internazionali.

Nei Paesi Bassi e in Belgio, invece, l’eutanasia è legalmente regolata e consente, sotto rigorosi criteri clinici, anche la somministrazione diretta del farmaco letale da parte del medico, configurando un sistema più esteso rispetto al modello svizzero.

Nel Regno Unito, come detto, il suicidio assistito resta illegale, ma il dibattito parlamentare è in evoluzione. Le proposte attualmente in discussione prevedono l’accesso esclusivamente per pazienti terminali con prognosi inferiore ai sei mesi, sotto stretta supervisione medica, ma il percorso legislativo rimane incerto e politicamente divisivo.

In Italia, la situazione è intermedia: la Corte costituzionale ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio in casi estremi, ma senza introdurre una legge organica. La dottrina giuridica più recente evidenzia come questo abbia creato un “vuoto regolatorio controllato”, in cui il diritto esiste nella giurisprudenza ma non è pienamente tradotto in procedura amministrativa uniforme.

Depressione, lutto traumatico e suicidio: evidenze scientifiche

La relazione tra depressione, lutto complicato e rischio suicidario è ampiamente documentata in letteratura psichiatrica.

Gli studi clinici indicano che il lutto prolungato e traumatico può evolvere in Prolonged Grief Disorder, condizione riconosciuta nel DSM-5-TR, caratterizzata da persistente sofferenza, anedonia e compromissione del funzionamento quotidiano.

Una revisione evidenzia che la perdita di un figlio è uno dei fattori di rischio più forti per ideazione suicidaria persistente, con un incremento significativo della vulnerabilità depressiva rispetto ad altri tipi di lutto.

Lo studio mostra che nei contesti di fine vita la sofferenza psicologica, più che quella fisica, è spesso il fattore determinante nelle richieste di morte assistita, con una prevalenza di sintomi depressivi, perdita di senso e riduzione della percezione di dignità personale.

La letteratura sottolinea tuttavia un punto cruciale: depressione e decisioni di fine vita devono essere valutate con estrema cautela clinica, perché la presenza di disturbi dell’umore può influenzare in modo significativo la percezione della propria condizione e della volontà di morire.

Per questo motivo, i protocolli nei Paesi dove il suicidio assistito è legale prevedono sempre valutazioni psichiatriche multiple e indipendenti.

Fonti:

  • Pegasos Swiss AssociationPegasos Swiss Association is a Voluntary Assisted Dying (VAD) organization
  • Gazzetta UfficialeLEGGE 22 dicembre 2017, n. 219
  • Corte costituzionaleSentenza N. 242
  • RicpLa «procedura medicalizzata» dell’aiuto al suicidio nella sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale
  • PubMedA public health perspective on assisted dying and its different modalities
  • MDPIAssisted Suicide and Euthanasia in Mental Disorders: Ethical Positions in the Debate between Proportionality, Dignity, and the Right to Die
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