Per decenni è stata considerata soprattutto una patologia ginecologica legata alla fertilità e alla presenza di presunte “cisti ovariche”.
Oggi, però, la comunità scientifica internazionale sta cambiando prospettiva: la sindrome dell’ovaio policistico, nota come PCOS, viene ufficialmente ridefinita come una malattia endocrino-metabolica complessa – e proprio per questo motivo cambia anche nome.
Dal 12 maggio, secondo quanto annunciato in un lavoro pubblicato sulla rivista medica The Lancet, la condizione sarà indicata come PMOS, acronimo di “sindrome ovarica poliendocrina metabolica”: una scelta che non rappresenta soltanto un aggiornamento terminologico, ma segna un vero cambio di paradigma nella comprensione della patologia.
Perché la PCOS non descriveva davvero la malattia
Quando la sindrome fu identificata per la prima volta circa un secolo fa, i medici notarono sulle ovaie di alcune pazienti delle piccole strutture che vennero interpretate come cisti.
Da qui nacque il nome “ovaio policistico”. Nel tempo, però, gli studi hanno dimostrato che quelle formazioni non erano vere cisti, bensì follicoli ovarici il cui sviluppo si era arrestato a causa di uno squilibrio ormonale più ampio.
Secondo la professoressa Helena Teede, endocrinologa della Monash University e tra le principali promotrici del cambiamento, il vecchio nome ha contribuito per anni a generare incomprensioni sia tra le pazienti sia tra molti professionisti sanitari.
Potrebbe interessarti anche:
- PCOS e insulino-resistenza: la guida della nutrizionista a sintomi e dieta
- Prediabete, si può tornare a valori normali: come farlo in 3 mosse
- Quando assumere la vitamina D: come migliorarne l’assorbimento
L’attenzione, infatti, si è concentrata quasi esclusivamente sull’apparato riproduttivo, mentre la sindrome coinvolge anche:
- metabolismo;
- sistema cardiovascolare;
- equilibrio ormonale;
- salute della pelle.
Una patologia molto più ampia della fertilità
Oggi la PMOS è considerata una condizione sistemica associata a un aumentato rischio di:
- diabete di tipo 2;
- insulino-resistenza;
- obesità metabolica;
- alterazioni cardiovascolari;
- infertilità;
- acne e irsutismo;
- disturbi mestruali cronici.
Le ricerche degli ultimi anni hanno evidenziato che molte pazienti sviluppano alterazioni metaboliche già in adolescenza, spesso senza ricevere controlli adeguati.
Gli esperti sottolineano che per troppo tempo la gestione clinica si è focalizzata quasi soltanto sugli aspetti ginecologici, trascurando i rischi cardiometabolici.
Questo approccio avrebbe ritardato diagnosi e prevenzione in migliaia di donne.
Il nuovo nome PMOS punta a migliorare diagnosi e cure
La scelta di sostituire PCOS con PMOS nasce dopo oltre dieci anni di confronto internazionale tra ricercatori, medici e associazioni di pazienti.
Uno degli obiettivi principali è rendere più chiara la reale natura della malattia, evitando che venga ancora percepita come un semplice problema ovarico.
Molte donne, infatti, riferiscono di aver ricevuto informazioni incomplete o fuorvianti dopo la diagnosi. In diversi casi, la convinzione di avere “cisti ovariche” ha creato ansia e incomprensioni sul decorso della sindrome.
Secondo le associazioni che hanno partecipato al progetto, un nome più accurato potrebbe migliorare:
- la consapevolezza dei sintomi;
- l’accesso agli screening metabolici;
- la presa in carico multidisciplinare;
- gli investimenti nella ricerca scientifica.
Gli specialisti ritengono, inoltre, che la nuova classificazione possa favorire l’introduzione di terapie più mirate anche sul piano metabolico, comprese strategie già utilizzate contro obesità e insulino-resistenza.
Come si diagnostica oggi la PMOS
Le linee guida più recenti spiegano che la diagnosi non dipende necessariamente dalla presenza di alterazioni ovariche visibili all’ecografia.
Per identificare la sindrome vengono considerati almeno due di questi tre criteri:
- livelli elevati di androgeni, cioè ormoni maschili;
- ciclo mestruale irregolare o assente;
- aumento dell’ormone antimulleriano (AMH) oppure presenza di numerosi follicoli ovarici non maturi.
In molti casi, spiegano gli endocrinologi, è possibile arrivare alla diagnosi senza ricorrere all’ecografia transvaginale. Gli esami del sangue stanno assumendo un ruolo sempre più centrale perché consentono valutazioni più rapide e meno invasive.
Quando entrerà ufficialmente in uso il termine PMOS
Il passaggio definitivo richiederà ancora alcuni anni. Gli esperti prevedono che il nuovo nome verrà progressivamente adottato nella letteratura scientifica, nelle linee guida cliniche e nei sistemi sanitari internazionali fino al 2028, quando dovrebbe comparire anche nella classificazione internazionale delle malattie.
La transizione, però, potrebbe incontrare alcune resistenze: il termine PCOS è ormai radicato da anni nel linguaggio medico, nei contenuti online e nelle campagne informative. Nonostante questo, i promotori del cambiamento sostengono che la revisione fosse necessaria per allineare il nome della sindrome alle attuali conoscenze scientifiche.
Per molte pazienti, spiegano gli specialisti coinvolti nel progetto, il nuovo termine rappresenta soprattutto il riconoscimento di una realtà spesso sottovalutata: la PMOS non riguarda soltanto le ovaie, ma l’intero equilibrio metabolico e ormonale dell’organismo.
Fonti:
The Lancet – Polyendocrine metabolic ovarian syndrome, the new name for polycystic ovary syndrome: a multistep global consensus process