L’epidemia di Ebola che da mesi interessa la Repubblica Democratica del Congo ha ormai assunto dimensioni che richiedono un coordinamento internazionale. Il 20 ottobre 2026 la Nigeria ha confermato un caso importato nella capitale Abuja: una donna con una recente storia di viaggio in Uganda, che aveva iniziato a manifestare i sintomi il 7 ottobre ed è stata successivamente ricoverata in isolamento.
Le autorità sanitarie hanno individuato 44 persone potenzialmente esposte, avviandone il monitoraggio. Poche settimane prima anche il Kenya aveva registrato l’arrivo di un caso proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo, seguito da ulteriori contagi tra contatti stretti. Il centro dell’emergenza rimane però il Congo, dove l’epidemia causata dal virus Bundibugyo ha raggiunto numeri molto elevati.
In Congo oltre 9.600 casi e 4.600 decessi
Secondo il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiornato al 19 ottobre, nella Repubblica Democratica del Congo erano stati registrati 9.637 casi confermati e 4.646 decessi, con un rapporto grezzo tra morti e casi accertati pari al 48,2%.
L’infezione aveva raggiunto 66 zone sanitarie distribuite in otto province, con la provincia dell’Ituri che continuava a raccogliere la quota maggiore dei casi complessivi. L’epidemia è diventata la più estesa mai registrata nel Paese e una delle maggiori epidemie di Ebola documentate finora.
Il numero dei decessi non significa però che ogni persona che contrae il virus abbia automaticamente una probabilità del 48,2% di morire. Il tasso descrive ciò che è stato osservato tra i casi confermati e può risentire di diversi fattori, tra cui la capacità di individuare anche le infezioni meno gravi, la rapidità con cui i pazienti raggiungono una struttura sanitaria e la disponibilità delle cure di supporto.
In un’epidemia che coinvolge aree segnate da conflitti, spostamenti della popolazione e difficoltà logistiche, anche l’accesso tempestivo all’assistenza può avere un peso importante.
Il virus responsabile è Bundibugyo
Quando si parla di Ebola non si fa riferimento a un unico virus. L’epidemia attuale è provocata dal Bundibugyo virus, identificato per la prima volta in Uganda nel 2007 e capace di provocare nell’uomo una grave malattia emorragica.
È diverso dallo Zaire ebolavirus, responsabile di molte delle epidemie più conosciute, compresa quella che tra il 2014 e il 2016 colpì duramente diversi Paesi dell’Africa occidentale.
Contro la malattia provocata dal virus Zaire sono stati sviluppati vaccini e trattamenti specifici, mentre per il virus Bundibugyo non sono attualmente disponibili vaccini o terapie antivirali specifiche autorizzate. Questo rende ancora più importanti le misure classiche utilizzate per interrompere la trasmissione: riconoscimento precoce dei casi, isolamento, protezione degli operatori sanitari, tracciamento dei contatti e monitoraggio delle persone esposte.
Come si trasmette l’Ebola
Il contagio avviene attraverso il contatto diretto con sangue o altri liquidi biologici di una persona malata, tra cui vomito, feci e secrezioni, oppure entrando in contatto con superfici e materiali contaminati. Il rischio può aumentare durante l’assistenza a un paziente se non vengono utilizzati dispositivi di protezione adeguati e durante alcune pratiche funerarie nelle quali si entra direttamente in contatto con il corpo di una persona deceduta.
L’Ebola non si diffonde invece nello stesso modo dell’influenza attraverso la normale respirazione e una persona infetta non è considerata contagiosa prima della comparsa dei sintomi.
Potrebbe interessarti anche:
- Ebola, viaggia in tre Paesi con i sintomi e muore a Nairobi
- Ebola in Congo, oltre 7mila casi: cresce l’allerta per Kinshasa
- Ebola in Congo, perché questa epidemia sta correndo così veloce
È una caratteristica epidemiologica importante perché permette, quando i casi vengono identificati rapidamente, di ricostruire i contatti e mettere sotto sorveglianza le persone realmente esposte. Il periodo di incubazione può andare generalmente da 2 a 21 giorni, motivo per cui il monitoraggio dei contatti viene mantenuto per diverse settimane.
Quali sono i primi sintomi
L’esordio della malattia può essere poco specifico. Tra i primi sintomi possono comparire febbre improvvisa, debolezza intensa, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, manifestazioni che possono inizialmente ricordare molte altre infezioni. Successivamente possono svilupparsi nausea, vomito, diarrea, dolore addominale e una forte perdita di liquidi.
Nei casi più severi possono comparire alterazioni della coagulazione, danni al fegato e ai reni, shock e insufficienza di più organi. Nonostante Ebola venga spesso indicata come una “febbre emorragica”, i sanguinamenti non sono presenti in tutti i pazienti e non rappresentano necessariamente il primo o il principale sintomo. I disturbi gastrointestinali e la disidratazione possono essere molto più frequenti e richiedere un supporto intensivo.
Senza un vaccino specifico, le cure puntano sul supporto al paziente
L’assenza di una terapia antivirale specificamente autorizzata contro Bundibugyo non significa che non sia possibile intervenire. Una parte fondamentale dell’assistenza consiste nelle cure di supporto, che possono comprendere la somministrazione di liquidi, la correzione degli squilibri elettrolitici, il mantenimento della pressione arteriosa e, quando necessario, il sostegno respiratorio e il trattamento delle complicanze.
In una malattia che può provocare rapidamente disidratazione e alterazioni sistemiche importanti, iniziare precocemente queste cure può essere determinante. Sono inoltre in fase di studio anticorpi e altri trattamenti sperimentali progettati per agire contro più virus appartenenti al gruppo Ebola, ma la loro efficacia specifica contro Bundibugyo deve ancora essere dimostrata attraverso studi clinici adeguati.
In Kenya nove casi confermati
La diffusione oltre i confini congolesi è uno degli elementi che maggiormente preoccupano le autorità sanitarie. In Kenya, al 20 ottobre, risultavano nove casi confermati e un decesso. Il primo paziente aveva viaggiato dalla Repubblica Democratica del Congo attraversando l’Uganda prima di arrivare a Nairobi, dove era stato ricoverato ed era poi morto il 5 ottobre. I casi successivi hanno riguardato persone che avevano avuto contatti stretti con il paziente, tra cui familiari e operatori sanitari.
Un aspetto rilevante è che i successivi casi erano già stati messi in quarantena quando è arrivata la diagnosi. Questo riduce il rischio che una persona infetta continui ad avere numerosi contatti nella comunità e mostra concretamente perché tracciamento e sorveglianza dei contatti restino strumenti centrali nella gestione dell’Ebola.
Il nuovo caso in Nigeria e i 44 contatti sotto controllo
Il 20 ottobre la Nigeria ha confermato un caso importato di malattia da virus Bundibugyo nel Federal Capital Territory di Abuja. La paziente era arrivata dall’Uganda e aveva iniziato ad avere sintomi quattro giorni dopo il suo arrivo nel Paese. Dopo essersi rivolta a una struttura sanitaria privata, gli esami di laboratorio hanno confermato l’infezione.
La donna è stata posta in isolamento e le autorità hanno ricostruito i suoi spostamenti alla ricerca di possibili esposizioni. Sono state identificate 44 persone entrate potenzialmente in contatto con lei, tutte sottoposte a monitoraggio sanitario. Le indagini devono inoltre stabilire con maggiore precisione dove e in quali circostanze la paziente abbia contratto il virus. L’arrivo di un caso non significa automaticamente che sia iniziata una trasmissione diffusa nel Paese: proprio la rapidità nell’identificare e controllare i contatti serve a impedire che un caso importato dia origine a un nuovo focolaio.
Perché fermare l’epidemia in Congo è così difficile
La dimensione dell’epidemia non dipende soltanto dalle caratteristiche del virus. In diverse aree della Repubblica Democratica del Congo la risposta sanitaria deve fare i conti con conflitti armati, spostamenti della popolazione, difficoltà negli spostamenti e accesso limitato ad alcune comunità. Raggiungere rapidamente un paziente, trasportare campioni, distribuire materiale sanitario e rintracciare tutte le persone esposte può diventare molto più complesso rispetto a quanto avverrebbe in un contesto stabile.
Ogni ritardo nella diagnosi può lasciare più tempo a una persona sintomatica per entrare in contatto con familiari, operatori sanitari o altre persone. Africa CDC ha quindi convocato per il 28 ottobre una riunione straordinaria dei ministri della Salute africani, con l’obiettivo di rafforzare la collaborazione tra i Paesi e coordinare sorveglianza, risposta sanitaria e gestione dei movimenti transfrontalieri.
Qual è il rischio per Italia ed Europa
La presenza di nuovi casi in diversi Paesi africani non significa che esista oggi un rischio elevato per la popolazione italiana. L’European Centre for Disease Prevention and Control continua a considerare molto basso il rischio per la popolazione generale dell’Unione Europea e dello Spazio Economico Europeo. Casi importati sono possibili, soprattutto tra persone che hanno lavorato o soggiornato nelle aree maggiormente colpite, ma i sistemi di sorveglianza, isolamento e controllo delle infezioni riducono fortemente la possibilità che un singolo caso produca una trasmissione estesa.
Anche l’OMS non raccomanda restrizioni generalizzate ai viaggi o agli scambi commerciali con i Paesi interessati. Chi ha soggiornato in una zona colpita e, entro 21 giorni da una possibile esposizione, sviluppa febbre, forte debolezza, dolori, vomito o diarrea deve però contattare tempestivamente i servizi sanitari e riferire con precisione la propria storia di viaggio e gli eventuali contatti avuti.
La priorità resta interrompere la trasmissione nei Paesi colpiti
L’esperienza delle epidemie precedenti ha mostrato che Ebola può essere contenuta, ma richiede una risposta molto organizzata. Individuare rapidamente le persone malate, garantire un’assistenza sicura, proteggere gli operatori e seguire i contatti per l’intero periodo di incubazione permette di spezzare le catene di trasmissione. Nell’epidemia attuale la difficoltà aggiuntiva è rappresentata proprio dal virus Bundibugyo e dall’assenza di un vaccino specifico autorizzato, che rende ancora più importante evitare che ogni caso generi nuove infezioni.
Con oltre 9.600 casi confermati nella Repubblica Democratica del Congo e infezioni registrate oltre i suoi confini, l’emergenza ha ormai assunto una dimensione internazionale. Per l’Italia e l’Europa il rischio generale rimane molto basso; nei territori direttamente coinvolti, invece, le prossime settimane saranno decisive soprattutto per contenere i nuovi focolai e ridurre la pressione su sistemi sanitari che in alcune aree operano già in condizioni estremamente difficili.
Fonte:
OMS - Ebola Bundibugyo Situation Report