Dopo un’infezione virale non riconosceva più il padre: il raro caso di prosopagnosia legato al COVID

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 19 Giugno, 2026

Una figlia con il padre

Riconoscere il viso di un genitore è uno di quei gesti mentali che avvengono senza sforzo. Non ci pensiamo, semplicemente accade. Per una donna di 28 anni del New Hampshire, però, questa capacità si è improvvisamente incrinata dopo una sospetta infezione da COVID-19. Quando, nel giugno del 2020, ha rivisto la famiglia per la prima volta dopo la malattia, non è riuscita a riconoscere il volto di suo padre. Non riusciva nemmeno a distinguerlo visivamente da suo zio.

Il caso, descritto in un report medico e ripreso da Live Science, riguarda una condizione chiamata prosopagnosia, spesso definita “cecità facciale”. Chi ne soffre non perde la vista e non smette di sapere che un volto è un volto. Il problema riguarda piuttosto la capacità di collegare quel volto a un’identità, soprattutto quando si tratta di riconoscere persone familiari.

La donna riusciva ancora a identificare le persone attraverso altri indizi, come la voce. Il disturbo, quindi, non sembrava riguardare la memoria generale o il legame affettivo con i familiari, ma un aspetto molto specifico dell’elaborazione visiva.

I primi sintomi durante la pandemia

La storia clinica è iniziata nel marzo 2020, nella fase iniziale della pandemia. La paziente ha sviluppato febbre alta, senso di costrizione al petto, difficoltà respiratorie, diarrea e perdita di gusto e olfatto. Aveva anche attacchi di tosse così intensi da provocarle svenimenti. In base ai sintomi, il medico di base le diagnosticò il COVID-19, anche se non venne sottoposta a un test formale, perché in quel periodo l’accesso alla diagnostica era ancora limitato.

Dopo la diagnosi non cercò ulteriori cure mediche, anche per il timore dei costi sanitari. Tre settimane dopo l’inizio dei sintomi si sentiva abbastanza bene da tornare a lavorare da casa. Circa quattro settimane più tardi, però, molti disturbi tornarono. A questi si aggiunsero una sensazione di disorientamento e l’impressione che qualcosa non funzionasse più nel modo in cui percepiva i volti.


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Il medico le consigliò di recarsi al pronto soccorso. Una TAC cerebrale non mostrò sanguinamenti attivi e la paziente venne dimessa. Il problema, però, non si era risolto.

La difficoltà a trattenere i volti nella mente

Un dettaglio rende il caso particolarmente significativo: la donna lavorava part-time come ritrattista. Prima della malattia riusciva a osservare le fotografie di riferimento e a mantenerne i dettagli in mente per diversi minuti. Dopo l’infezione, invece, questa capacità si era indebolita in modo evidente. Faceva fatica a conservare mentalmente le caratteristiche dei volti e a usarle nel proprio lavoro.

Il problema entrava nella sua vita quotidiana e professionale, cambiando attività che prima erano naturali. Anche compiti comuni iniziarono a diventare più difficili: orientarsi nel proprio supermercato, trovare la strada per tornare all’auto in un parcheggio, muoversi in luoghi che conosceva.

Nel novembre 2020, la donna iniziò anche ad avere problemi di equilibrio e frequenti emicranie. L’insieme dei sintomi, il loro andamento intermittente e la storia di sospetta infezione portarono i medici a diagnosticare una forma di long COVID, oggi indicata anche come conseguenza post-acuta dell’infezione da SARS-CoV-2.

La diagnosi: prosopagnosia acquisita

La prosopagnosia può essere presente dalla nascita oppure comparire più tardi nella vita. Si stima che circa il 2,5% della popolazione generale nasca con qualche grado di cecità facciale. La forma acquisita, invece, è considerata più rara. Alcune stime indicano circa 1 persona su 30.000 negli Stati Uniti, anche se il numero reale non è facile da stabilire.

Nel caso della paziente, i medici hanno effettuato diversi test sulla memoria dei volti. Le è stato chiesto di memorizzare visi sconosciuti e di riconoscere volti di celebrità. I risultati sono stati nettamente peggiori rispetto a quelli di un gruppo di confronto composto da 10 donne di età simile.

Il dato più interessante è che la donna otteneva risultati normali in altri test cognitivi. Anche la capacità di percepire un volto come tale era conservata. Questo suggeriva un disturbo abbastanza specifico: non un problema generale di intelligenza, attenzione o vista, ma una difficoltà nel ricordare e riconoscere l’identità associata ai volti.

Perché il caso è insolito

La prosopagnosia acquisita può comparire dopo lesioni o alterazioni in aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione dei volti. In alcuni casi può essere legata a tumori, ictus o altre condizioni neurologiche. Diverse infezioni sono state associate a casi di cecità facciale, tra cui la meningite batterica e la malattia di Whipple, anche se si tratta di segnalazioni poco comuni.

Nel caso della donna del New Hampshire, gli autori del report sospettano che la prosopagnosia sia stata innescata dalla sospetta infezione da COVID-19, durante la fase acuta o nelle sue conseguenze successive. Non risultava, però, un ictus. Questo rende il caso diverso da un’altra segnalazione collegata al COVID-19, in cui la cecità facciale era comparsa dopo l’infezione ma in presenza di un ictus nell’emisfero destro, una causa già nota di prosopagnosia.

Qui il collegamento resta più difficile da spiegare. È noto che il SARS-CoV-2 può essere associato a una varietà di effetti neurologici, ma non è chiaro attraverso quale meccanismo possa aver portato, in questo caso, a un deficit così specifico nel riconoscimento dei volti.

Long COVID e difficoltà visive più ampie

Gli autori del caso hanno anche esaminato più di 50 persone con long COVID per capire se mostrassero segni simili di cecità facciale. Molte presentavano un peggioramento generale nelle capacità di riconoscimento visivo e di orientamento, ma non un deficit specifico per i volti come quello osservato nella paziente.

Questo suggerisce che la prosopagnosia possa essere una conseguenza rara del long COVID, non un effetto comune. Il caso rimane quindi importante non perché indichi un rischio frequente, ma perché mostra fino a che punto un’infezione virale possa, in circostanze particolari, essere associata a disturbi neurologici molto selettivi.

La difficoltà di orientamento osservata nella donna non è del tutto sorprendente. Molte persone con prosopagnosia acquisita presentano anche problemi nel muoversi in luoghi familiari. Secondo gli autori del report, questo potrebbe dipendere dalla vicinanza tra le regioni cerebrali coinvolte nell’elaborazione dei volti e quelle legate al riconoscimento degli ambienti.

Esistono trattamenti?

Il caso clinico non descrive una terapia specifica seguita dalla paziente. In generale, le opzioni per trattare la prosopagnosia sono limitate. Quando il disturbo ha una causa chiara e trattabile, come un tumore in un’area cerebrale rilevante, intervenire sulla causa può migliorare il problema.

Se invece la condizione diventa permanente, il lavoro si concentra soprattutto su strategie di compensazione. Alcuni percorsi di addestramento percettivo possono aiutare a osservare e ricordare meglio i tratti del volto. Altre tecniche insegnano a usare indizi alternativi, come la voce, il modo di camminare, il contesto sociale, l’abbigliamento o altri dettagli riconoscibili.

Sono strumenti pratici, non cure definitive. Ma possono rendere più gestibile una condizione che, nella vita quotidiana, può essere molto disorientante.

Un caso raro, ma utile per capire il cervello

La storia della paziente non permette di concludere che il COVID-19 causi comunemente prosopagnosia. Al contrario, i dati disponibili suggeriscono che questa sia una conseguenza rara. Il caso, però, aggiunge un tassello alla comprensione degli effetti neurologici che possono seguire alcune infezioni virali.

La parte più rilevante è la specificità del disturbo. La donna non aveva perso la capacità di pensare, comunicare o riconoscere le persone in senso generale. Aveva perso, in modo selettivo, la capacità di collegare un volto a un’identità, persino quando quel volto apparteneva a suo padre.

È un promemoria di quanto siano complessi e specializzati i meccanismi con cui il cervello costruisce il riconoscimento. Un processo che sembra automatico può dipendere da reti molto precise. E quando queste reti si alterano, anche una scena familiare può diventare improvvisamente estranea.

Fonti:

LiveScience - Diagnostic dilemma: Viral infection caused woman not to recognize her own father

ScienceDirect - Persistent prosopagnosia following COVID-19

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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