Psilocibina e Alzheimer: il caso che riapre il dibattito sui possibili effetti dei funghi psichedelici

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 13 Giugno, 2026

Una signora triste consolata dalla figlia su una panchina

La demenza resta una malattia degenerativa per la quale non esiste, al momento, un farmaco capace di bloccare o invertire completamente il processo. Per questo ogni possibile nuova strada terapeutica viene osservata con attenzione, soprattutto quando riguarda sostanze già studiate per i loro effetti sul cervello.

Un recente caso clinico pubblicato da neuroscienziati brasiliani ha riportato miglioramenti temporanei in una paziente di oltre 80 anni con Alzheimer avanzato dopo l’assunzione controllata di funghi contenenti psilocibina, il composto psichedelico presente nei cosiddetti “funghi magici”.

Gli autori precisano subito un punto importante: non si tratta di una guarigione, né di una prova che la psilocibina possa invertire l’Alzheimer. Il caso suggerisce però che alcune capacità funzionali possano restare parzialmente accessibili anche in una fase avanzata della neurodegenerazione.

Cosa è successo alla paziente

Prima del trattamento sperimentale, la donna riusciva a comunicare quasi esclusivamente con monosillabi, avviava raramente conversazioni ed era fortemente dipendente dall’assistenza quotidiana. Il trattamento è stato condotto in Brasile sotto supervisione clinica, con consenso informato scritto da parte del tutore legale della paziente.

La prima somministrazione è stata molto elevata: 5 grammi di funghi contenenti psilocibina, una quantità superiore a quella utilizzata nella maggior parte degli studi clinici moderni. Dopo l’assunzione, la paziente è entrata in uno stato prolungato simile a un sonno profondo. Circa 19 ore dopo, però, ha iniziato improvvisamente a parlare da sola e ha continuato per diverse ore.

Nei giorni successivi, secondo il resoconto dei ricercatori, la donna avrebbe mostrato miglioramenti nella capacità di vestirsi, camminare da sola, mantenere il contatto visivo, sorridere in risposta agli altri e partecipare a brevi conversazioni.


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Uno degli aspetti più rilevanti riguarda il controllo della vescica: dopo oltre 5 anni di incontinenza cronica, la paziente avrebbe temporaneamente recuperato la continenza urinaria.

La seconda somministrazione

Poiché i miglioramenti sembravano persistere per alcune settimane, i ricercatori hanno eseguito una seconda sessione circa un mese dopo la prima, questa volta con 3 grammi di funghi contenenti psilocibina.

Durante la seconda esperienza la paziente non si è addormentata, ma è rimasta più verbalmente espressiva.

Nel resoconto clinico vengono descritti un aumento dell’espressività facciale, maggiore reciprocità emotiva, umorismo spontaneo e una migliore agilità nel cammino.

In un momento della sessione, la donna avrebbe pronunciato spontaneamente una frase riferita all’esperienza, definendola piacevole.

Perché gli scienziati restano prudenti

Gli autori dello studio sottolineano diversi limiti. Non sono stati monitorati in modo sistematico lo stato del sonno o l’attività cerebrale durante l’esperienza, né sono state usate scale cognitive standardizzate per misurare con precisione i cambiamenti.

Per questo il caso va considerato come un’osservazione clinica utile a generare ipotesi, non come una prova di efficacia.

Secondo i ricercatori, la psilocibina potrebbe aver modulato temporaneamente alcune reti cerebrali ancora parzialmente funzionanti, rendendo accessibili capacità che sembravano perdute.

È però una possibilità ancora speculativa, da verificare con studi controllati.

Una linea di ricerca ancora all’inizio

In diversi Paesi sono già in corso studi sulla psilocibina in persone con depressione, ansia, disturbi cognitivi lievi o Alzheimer in fase iniziale.

Alcune ricerche suggeriscono che una singola dose possa indurre cambiamenti duraturi nell’attività cerebrale, ma i dosaggi utilizzati nei trial clinici sono di solito molto più bassi rispetto a quello assunto dalla paziente brasiliana.

Gli esperti ricordano inoltre che dosi così elevate possono comportare rischi importanti e non dovrebbero mai essere assunte senza supervisione medica e contesto clinico adeguato.

Il caso pubblicato su Frontiers in Neuroscience non dimostra che la psilocibina possa curare la demenza. Mostra però perché la ricerca sugli psichedelici e sul cervello anziano stia attirando sempre più attenzione:

alcune funzioni potrebbero non essere del tutto scomparse, ma temporaneamente bloccate o difficili da raggiungere. Capire se e come riattivarle resta una domanda aperta.

Fonti:

  • ScienceAlert - Huge Psilocybin Dose Has Incredible Effect on Elderly Dementia Patient
  • Frontiers in Neuroscience - Transient multidomain functional improvement in advanced Alzheimer’s disease following high-dose psilocybin-containing mushroom administration: a case report

Ultimo aggiornamento – 08 Giugno, 2026

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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