Bibite zero e cervello: cosa dice davvero lo studio

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 26 Luglio, 2026

Una persona che tiene in mano una bibita

Le bibite “zero” sono spesso percepite come una scelta più leggera rispetto alle bevande zuccherate. Meno calorie, meno zucchero, gusto simile. Per molte persone sono diventate un’abitudine quotidiana, soprattutto quando si cerca di controllare il peso o ridurre l’assunzione di zuccheri.

Un grande studio brasiliano, però, riapre la discussione sul ruolo dei dolcificanti a basso o nullo contenuto calorico nella salute del cervello. La ricerca, pubblicata online il 3 settembre 2025 sulla rivista Neurology, ha osservato un’associazione tra il consumo più elevato di alcuni sostituti dello zucchero e un declino più rapido delle funzioni cognitive nel tempo.

Il dato va letto con equilibrio. Non significa che una lattina “zero” al giorno faccia invecchiare automaticamente il cervello. Significa che, in un gruppo molto ampio di adulti seguiti per anni, chi assumeva più dolcificanti mostrava in media un peggioramento più veloce nei test cognitivi rispetto a chi ne consumava meno.

Lo studio su 12.772 adulti brasiliani

I ricercatori hanno analizzato i dati di 12.772 adulti coinvolti nello studio longitudinale ELSA-Brasil, con un’età media di circa 52 anni. I partecipanti sono stati seguiti per otto anni e hanno svolto test cognitivi in tre momenti diversi.

Le prove valutavano diversi aspetti: memoria, velocità di elaborazione, linguaggio e capacità cognitive generali. In parallelo, attraverso questionari alimentari, gli studiosi hanno stimato il consumo di sette dolcificanti: aspartame, saccarina, acesulfame K, eritritolo, xilitolo, sorbitolo e tagatosio.

I partecipanti sono stati poi divisi in gruppi in base alla quantità consumata. Il gruppo con l’assunzione più alta arrivava in media a 191 milligrammi al giorno di dolcificanti, mentre quello con il consumo più basso era intorno a 20 milligrammi al giorno.


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Secondo gli autori, nel caso dell’aspartame la quantità più elevata poteva essere paragonata, in modo approssimativo, a quella contenuta in una lattina di bibita dietetica.

Cosa significa il dato del 62%

Il risultato più citato è il 62%. Nel gruppo che consumava più dolcificanti, il declino cognitivo globale risultava più rapido del 62% rispetto al gruppo con il consumo più basso. Secondo la stima dei ricercatori, questa differenza corrispondeva a circa 1,6 anni aggiuntivi di invecchiamento cognitivo.

Nel gruppo intermedio, l’accelerazione del declino era del 35%.

È importante chiarire bene cosa non significa questo numero. Non vuol dire perdere il 62% della memoria, né che una singola bevanda “zero” produca un danno immediato. Il dato descrive la diversa velocità media con cui sono cambiati i punteggi dei test cognitivi nei gruppi osservati.

In altre parole, lo studio misura un andamento nel tempo, non un effetto improvviso e non una diagnosi individuale.

Quali dolcificanti sono stati associati al declino

Quando i ricercatori hanno analizzato separatamente le diverse sostanze, alcuni dolcificanti sono risultati associati a un declino più rapido in almeno alcuni domini cognitivi. Tra questi figuravano aspartame, saccarina, acesulfame K, eritritolo, xilitolo e sorbitolo.

Per il tagatosio, invece, non è emerso lo stesso segnale. La ricerca non consente però di estendere la conclusione a tutti i sostituti dello zucchero presenti sul mercato. Per esempio, lo studio non permette di trarre indicazioni dirette su stevia e sucralosio, perché non erano tra le sostanze considerate in questa analisi.

È un passaggio rilevante, perché spesso i dolcificanti vengono trattati come un’unica categoria. In realtà sono molecole diverse, con usi, metabolismo e possibili effetti differenti.

Il legame più forte sotto i 60 anni e nel diabete

L’associazione osservata nello studio appariva soprattutto tra le persone con meno di 60 anni. Era inoltre più marcata nei partecipanti con diabete.

Questo dato merita attenzione, ma anche prudenza. Chi ha diabete o altri problemi metabolici può essere più portato a scegliere prodotti senza zucchero. Di conseguenza, chi consuma più dolcificanti potrebbe già avere, in partenza, un profilo di rischio diverso rispetto a chi ne consuma pochi.

È uno dei nodi centrali degli studi osservazionali: anche quando i ricercatori correggono l’analisi per molti fattori, possono restare differenze non misurate. Dieta complessiva, peso, storia clinica, uso di alimenti ultraprocessati, farmaci e stili di vita possono influenzare i risultati.

Per questo lo studio non può stabilire che siano i dolcificanti, da soli, a provocare il declino cognitivo.

Le ipotesi sui meccanismi

Gli autori discutono alcune possibili spiegazioni biologiche, ma non le misurano direttamente. Tra le piste da approfondire ci sono il metabolismo, l’infiammazione e il rapporto tra intestino e cervello, il cosiddetto asse intestino-cervello.

Alcuni dolcificanti potrebbero influenzare il microbiota intestinale o alcuni processi metabolici, ma le prove non sono ancora sufficienti per trarre conclusioni solide sul cervello umano.

Il punto più corretto, quindi, è che la ricerca segnala un’associazione interessante e chiede nuovi studi più rigorosi. Non offre ancora una spiegazione definitiva né permette di indicare una singola via biologica responsabile.

Perché non bisogna tornare alle bibite zuccherate

Un errore sarebbe leggere questi dati come un invito a sostituire automaticamente le bibite “zero” con bevande zuccherate. Anche l’eccesso di zuccheri liberi è associato a effetti sfavorevoli sulla salute, in particolare sul metabolismo, sul peso corporeo e sul rischio di diabete.

Il confronto corretto non è tra “zero” e zucchero come se una delle due opzioni fosse sempre innocua. La domanda più utile è quanto spazio occupino nella dieta quotidiana bevande dolci, alimenti ultraprocessati e gusto intensamente dolce.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già raccomandato di non usare i dolcificanti non zuccherini come strategia abituale per controllare il peso o ridurre il rischio di malattie croniche. La stessa OMS precisa però che si tratta di una raccomandazione condizionale e non di una nuova valutazione tossicologica delle singole sostanze.

Fonti:

Neurology - Association Between Consumption of Low- and No-Calorie Artificial Sweeteners and Cognitive Decline

Ultimo aggiornamento – 22 Luglio, 2026

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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