Autismo, 19 sostanze trovate a livelli più alti nei denti da latte

Dr. Christian Raddato
Revisionato da Dr. Christian Raddato — Medico Generale
A cura di Salvatore Privitera
Seguici su Google Discover Aggiungici alle Fonti Preferite di Google

Data articolo – 10 Ottobre, 2026

educatore gioca con bimba autistica

I denti da latte potrebbero conservare una sorta di traccia delle esposizioni chimiche avvenute durante la gravidanza e nei primi anni di vita. È da questa idea che parte un nuovo studio pubblicato su Neurotoxicology and Teratology, nel quale un gruppo di ricercatori ha analizzato i denti decidui di 38 bambini, di cui 22 con autismo e 16 utilizzati come gruppo di controllo.

L’obiettivo era cercare sostanze potenzialmente tossiche che potrebbero essere entrate in contatto con l’organismo durante una fase particolarmente delicata dello sviluppo. 

Rispetto agli esami effettuati su sangue e urine, che fotografano generalmente esposizioni relativamente recenti, i denti possono incorporare nel tempo diverse sostanze mentre si formano. Proprio per questo, secondo gli autori, potrebbero diventare uno strumento utile per studiare esposizioni avvenute molto tempo prima.

Il dato più importante, però, va letto con particolare cautela: nei denti dei bambini con autismo sono state individuate concentrazioni significativamente superiori di 19 composti, ma lo studio non permette di stabilire che queste sostanze abbiano contribuito a provocare la condizione.

I denti da latte possono conservare tracce per anni

I denti decidui iniziano a formarsi quando il bambino è ancora nell’utero. Secondo quanto riportato nello studio, possono conservare informazioni sulle esposizioni chimiche a partire circa dal quarto mese di gravidanza fino ai primi anni di vita, con il completamento della loro formazione intorno ai 3 anni.

È questo il vantaggio che ha spinto i ricercatori a utilizzarli. Sangue e urine sono strumenti fondamentali per valutare l’esposizione a molte sostanze, ma in alcuni casi la loro presenza nell’organismo può essere rilevabile soltanto per poche ore o per periodi relativamente brevi. Un dente, invece, può trattenere tracce accumulate durante la crescita e rimanere disponibile per l’analisi anche molti anni dopo.

I denti esaminati nello studio erano stati persi naturalmente dai bambini, generalmente tra i 6 e i 12 anni, e poi donati dalle famiglie alla ricerca. Dopo essere stati puliti e preparati, sono stati analizzati mediante una tecnica chiamata gascromatografia bidimensionale accoppiata alla spettrometria di massa a tempo di volo, utilizzata per identificare un ampio numero di composti chimici.

Più di 300 sostanze rilevate in media in ogni campione

L’analisi ha individuato mediamente oltre 300 sostanze potenzialmente tossiche per ogni campione di dente, anche se non tutte erano presenti in ogni bambino. I ricercatori hanno quindi ristretto l’attenzione a 60 composti rilevati in almeno la metà dei partecipanti.

Di questi 60, circa due terzi, cioè 39 sostanze, appartenevano a categorie classificate dall’Environmental Protection Agency statunitense come composti con potenziale tossicità per lo sviluppo o la riproduzione oppure come sostanze in grado di interferire con il sistema endocrino.

Tra i composti ricercati figuravano sostanze utilizzate o presenti in pesticidi, plastiche, profumi, ritardanti di fiamma e prodotti solari, oltre ad altri materiali di uso quotidiano. Quando gli studiosi hanno confrontato i due gruppi, hanno osservato che il 95% dei 60 composti analizzati presentava concentrazioni mediamente più elevate nei denti dei bambini con autismo.

La maggior parte di queste differenze, tuttavia, non ha superato la soglia della significatività statistica. Solo 19 sostanze hanno mostrato una differenza considerata statisticamente significativa tra i due gruppi.

Una sostanza era presente a livelli superiori del 722%

Tra le differenze più marcate è emersa quella relativa al benzil benzoato, una sostanza utilizzata in diversi prodotti per la cura personale, come additivo alimentare e anche in alcuni trattamenti contro pidocchi e scabbia.

Nel gruppo dei bambini con autismo, la sua concentrazione nei denti risultava superiore del 722% rispetto al gruppo di controllo. Tra le altre categorie presenti in quantità significativamente maggiori figuravano esteri organofosfati, acidi benzoici ed esteri, fenilpropani, ftalati, salicilati, eteri, chetoni aromatici e caprolattame.

I ricercatori hanno inoltre segnalato di aver identificato 11 composti già descritti in precedenza come sostanze in grado di migrare dai componenti dei biberon. Altre possibili fonti citate nello studio comprendono prodotti destinati ai bambini, materiali a contatto con gli alimenti, tubazioni in PEX e arredamento degli ambienti interni.

Il fatto che una sostanza possa essere rilevata nei denti, comunque, non permette automaticamente di ricostruirne l'origine esatta, né di stabilire quando e attraverso quale prodotto sia avvenuta l’esposizione.

Lo studio non dimostra che queste sostanze causino l’autismo

È il limite più importante dell’intera ricerca. Trovare concentrazioni differenti di determinati composti nei denti di due gruppi di bambini significa individuare un’associazione, non una relazione di causa ed effetto.

Lo studio ha coinvolto appena 38 partecipanti, una dimensione troppo ridotta per arrivare a conclusioni generali sulla popolazione. Non è quindi possibile affermare che una maggiore esposizione a una delle 19 sostanze identificate provochi l’autismo, né che evitando uno specifico prodotto sia possibile prevenire la condizione.

L’autismo è una condizione complessa e la ricerca continua a studiare il contributo di fattori genetici e ambientali, ma nessuno dei composti individuati in questo lavoro può essere indicato, sulla base di questi risultati, come una causa. Anche una differenza molto ampia, come il 722% osservato per il benzil benzoato, deve essere interpretata all’interno di questo limite metodologico.

Perché i ricercatori vogliono studiare ancora i denti

Nonostante le dimensioni ridotte, gli autori ritengono che il lavoro offra soprattutto una nuova possibilità dal punto di vista metodologico. Il vantaggio dei denti da latte è quello di poter fornire una misura delle esposizioni cumulative avvenute durante un lungo periodo dello sviluppo, comprese fasi prenatali e i primi anni di vita.

Secondo Lynne Heilbrun, prima autrice dello studio e ricercatrice ambientale della University of Texas at San Antonio, sangue e urine continuano a essere importanti, ma i denti possono aggiungere informazioni che normalmente andrebbero perse. Gli autori sottolineano inoltre che molte delle sostanze individuate possono avere effetti biologici su cervello, fegato e mitocondri, elemento che secondo loro giustifica ulteriori approfondimenti.

Saranno però necessari studi molto più grandi, possibilmente condotti su popolazioni differenti e con una ricostruzione più precisa delle esposizioni, per capire se le differenze osservate siano replicabili.

Un primo risultato, non una spiegazione dell’autismo

Il lavoro pubblicato su Neurotoxicology and Teratology apre quindi soprattutto una domanda. Nei denti da latte dei 22 bambini con autismo analizzati sono state trovate concentrazioni significativamente maggiori di 19 sostanze chimiche rispetto ai 16 bambini del gruppo di controllo. In media, inoltre, ogni campione conteneva tracce di oltre 300 composti potenzialmente tossici.

Sono numeri che mostrano quanto possa essere complessa l’esposizione quotidiana a sostanze ambientali già nelle prime fasi della vita. Ma non forniscono ancora una spiegazione dell’autismo. Il risultato più utile potrebbe essere proprio la possibilità di utilizzare i denti decidui come una sorta di archivio biologico per ricostruire esposizioni avvenute anni prima. Se studi più ampi confermeranno le differenze osservate, i ricercatori potranno poi cercare di capire quando avvengano queste esposizioni, da dove provengano e quale eventuale ruolo biologico possano avere.

Per ora, il dato resta quello di un piccolo studio pilota: interessante per le nuove domande che pone, ma ancora lontano dal dimostrare un rapporto causale tra le sostanze individuate e l’autismo.

Fonte

Neurotoxicology and Teratology - A pilot autism case-control study of pesticides and plasticizers in shed baby teeth

Ultimo aggiornamento – 09 Ottobre, 2026

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati
donna anziana si guarda la mano piena di pastiglie
Alzheimer, 158 terapie in test: perché la diagnosi precoce conta

Tre diagnosi su quattro arriverebbero tardi, mentre molte nuove terapie vengono studiate nelle prime fasi della malattia. Ecco perché intervenire prima conta.