Assegno unico e bonus bebè: perché possono frenare le madri

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 18 Luglio, 2026

Madre lavoratrice con bambino

L’occupazione femminile in Italia cresce, ma continua a muoversi dentro un sistema che ne limita lo sviluppo. A segnalarlo è il XXV Rapporto annuale INPS, presentato il 9 luglio alla Camera dei Deputati, che dedica attenzione al rapporto tra politiche familiari, tassazione, sostegni economici e partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Il punto più delicato riguarda alcune misure pensate per aiutare le famiglie. Secondo l’analisi dell’Istituto, trasferimenti come l’assegno unico e alcuni bonus per la natalità possono avere un doppio effetto: da un lato sostengono la scelta di avere figli, dall’altro rischiano di rendere meno conveniente l’ingresso o la permanenza delle madri nel lavoro retribuito.

Il problema non è il singolo bonus in sé, ma l’insieme di regole fiscali, salari bassi, servizi di cura insufficienti e meccanismi di accesso alle agevolazioni. In questo quadro, il secondo reddito familiare, spesso quello femminile, può diventare economicamente meno vantaggioso di quanto sembri.

Perché il secondo reddito pesa soprattutto sulle donne

Formalmente la figura del capofamiglia non esiste più da decenni, ma molte regole continuano a produrre effetti poco neutrali dal punto di vista del genere. Detrazioni, ISEE e accesso ai benefici familiari possono infatti penalizzare le famiglie quando entra un secondo reddito, soprattutto se quel reddito è più basso, instabile o legato a contratti meno tutelati.

Nella pratica, molte donne si trovano davanti a un calcolo sfavorevole. Lavorare può significare guadagnare meno del partner, perdere una parte delle agevolazioni, sostenere nuovi costi di cura e affrontare un maggiore carico organizzativo dentro casa.


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È qui che nasce il paradosso descritto dal Rapporto INPS: misure pensate per sostenere le famiglie possono rafforzare, senza volerlo, una divisione tradizionale dei ruoli, in cui la cura resta principalmente sulle spalle delle madri.

L’effetto dell’assegno unico su figli e lavoro

L’assegno unico mostra un effetto positivo sulla natalità, ma più problematico sull’occupazione femminile. In alcune fasce ISEE, in particolare nel terzo e nel quinto quintile, la probabilità di avere un secondo figlio aumenta di 0,5 punti percentuali.

Nello stesso tempo, però, la probabilità di lavorare scende di 1,15 punti. Numeri che possono sembrare piccoli, ma che diventano rilevanti perché la misura riguarda una platea molto ampia. L’assegno unico copre infatti il 94,9% dei nuclei familiari che ne hanno diritto.

L’aspetto più interessante è che l’assegno unico prevede anche un bonus aggiuntivo per le famiglie in cui lavorano entrambi i genitori. Sulla carta, quindi, dovrebbe incentivare la partecipazione femminile al lavoro. Secondo l’analisi dell’INPS, però, il contesto italiano può attenuare o ribaltare questa spinta.

Il caso Sardegna: più nascite, meno occupazione

Il fenomeno emerge con maggiore forza nel caso del bonus bebè previsto in Sardegna. Nei comuni con meno di 3.000 abitanti, la misura riconosce 600 euro al mese per il primo figlio e 400 euro per ogni figlio successivo, fino ai 5 anni.

Gli effetti sulla natalità risultano marcati. Nel biennio 2023-2024, le nascite sono aumentate del 21% e la probabilità di avere un secondo figlio o una seconda figlia è cresciuta del 34%. Il prezzo occupazionale, però, è altrettanto evidente: con un sostegno così generoso, la probabilità di occupazione delle madri diminuisce del 25%.

Secondo il Rapporto, incentivi economici di questo tipo possono ridurre la partecipazione femminile al mercato del lavoro, soprattutto nel settore privato, e rafforzare dinamiche di specializzazione domestica già presenti. In altre parole, il trasferimento monetario aiuta la famiglia, ma se non è accompagnato da servizi e politiche complementari può rendere più stabile l’idea che sia la madre a restare fuori dal lavoro.

Il bonus nido va nella direzione opposta

Il quadro cambia quando il sostegno non è un semplice trasferimento economico, ma serve a pagare un servizio di cura. È il caso del bonus asilo nido, che secondo l’INPS aumenta del 17% la probabilità di occupazione tra le beneficiarie.

La misura copre fino a 3.600 euro, in base all’ISEE, per sostenere il pagamento della retta dell’asilo nido. Qui il meccanismo è diverso: non compensa genericamente le spese familiari, ma riduce un ostacolo concreto alla possibilità di lavorare. Il limite è la platea. Il bonus nido raggiunge circa il 35% dei genitori che ne avrebbero diritto, quindi ha un impatto molto meno ampio rispetto all’assegno unico. Il dato riflette anche un problema strutturale: la disponibilità di servizi per l’infanzia resta insufficiente.

Il tasso di copertura degli asili nido è fermo al 31,6% a livello nazionale, con forti differenze territoriali, ed è ancora lontano dallo standard minimo europeo del 33%, fissato dagli Obiettivi di Barcellona più di vent’anni fa.

Lo smart working riduce la penalizzazione della maternità

Il Rapporto INPS segnala anche il ruolo del lavoro agile. Avere un contratto da remoto può ridurre in modo netto la cosiddetta child penalty, cioè la perdita di reddito e opportunità professionali che spesso segue la nascita di un figlio.

Secondo i dati riportati, quando è possibile lavorare da casa, la perdita di reddito dopo la nascita si riduce dell’87%. Anche questo risultato, però, va letto con attenzione. Il lavoro da remoto può proteggere la continuità occupazionale, ma può anche consolidare una doppia presenza: restare nel mercato del lavoro e, allo stesso tempo, continuare a farsi carico della gestione domestica e familiare.

Il rischio è che la permanenza al lavoro sia garantita solo a condizione di reggere un carico più pesante, spesso poco visibile e non distribuito in modo equilibrato.

Il vero tema resta la cura

Il quadro tracciato dall’INPS mostra un dilemma centrale per l’Italia. Il Paese ha bisogno di sostenere la natalità, aumentare l’occupazione femminile e rafforzare la stabilità dei conti pubblici. Ma le misure costruite solo sul trasferimento di denaro possono produrre effetti contraddittori.

L’assegno unico e i bonus bebè possono aiutare le famiglie e favorire nuove nascite, ma se non sono accompagnati da servizi accessibili, congedi equilibrati e una redistribuzione della cura, rischiano di frenare proprio il lavoro delle madri.

La differenza con il bonus nido è significativa: quando il sostegno interviene direttamente sul bisogno di cura, l’effetto sull’occupazione femminile diventa positivo. Il punto non è quindi scegliere tra figli e lavoro, ma costruire politiche che non costringano le donne a pagare il prezzo principale della genitorialità. Perché senza una diversa organizzazione della cura, ogni incentivo economico rischia di lasciare intatto il problema di fondo.

Fonti:

Inps - Rendiconto di genere 2024: i dati

Ultimo aggiornamento – 13 Luglio, 2026

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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