Arriva dal Giappone e promette di far correre con meno fatica: l’Edo Running funziona davvero o è solo una moda?

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Emanuela Spotorno
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Data articolo – 18 Giugno, 2026

ragazza fa jogging

Una tecnica di corsa di oltre quattrocento anni fa è tornata virale sui social, conquistando milioni di visualizzazioni e l'attenzione di runner, preparatori atletici e semplici curiosi. Si chiama Edo Running Style (o Edo-bashiri) e promette di correre con meno fatica e meno stress per ginocchia e articolazioni.

Ma dietro il fenomeno social c'è un reale beneficio per il corpo o si tratta dell'ennesima moda passeggera?

Cos'è l'Edo Running Style

Il nome richiama il periodo Edo, l'epoca della storia giapponese compresa tra il 1603 e il 1868, quando l'attuale Tokyo era conosciuta come Edo. In quegli anni i collegamenti tra le città erano affidati agli hikyaku, corrieri capaci di percorrere lunghissime distanze a piedi per trasportare messaggi e documenti: secondo la tradizione orale, alcuni di loro avrebbero coperto i circa 500 km tra Edo e Kyoto in appena tre giorni.

A riportare l'attenzione su queste tecniche di movimento è stato il ricercatore indipendente giapponese Katsunori Oba, 61 anni, che da oltre un decennio analizza stampe ukiyo-e, manuali storici e documenti d'archivio per ricostruire il modo in cui si correva nel Giappone feudale. 

Lo studio è nato da un'esigenza personale: dopo un infortunio al ginocchio a 48 anni, Oba ha cercato un modo per continuare a correre limitando il carico sulle articolazioni. I suoi video, diventati virali, hanno superato le centinaia di milioni di visualizzazioni.

È importante sottolineare che l'Edo Running non è una disciplina sportiva codificata né un metodo storicamente certificato: lo stesso Oba lo ha definito più una ricostruzione personale, basata su fonti storiche e osservazioni proprie, che un metodo scientificamente validato.

In cosa si differenzia dalla corsa tradizionale

La tecnica si basa su due tradizioni di movimento giapponesi più antiche, il Namba e il meno noto yoko-hashiri (corsa laterale), a cui Oba ha aggiunto elementi personali. Chi osserva per la prima volta questa corsa può trovarla insolita, perché le caratteristiche principali includono:

  • passi più brevi e frequenti, fino anche a 288 al minuto nelle versioni più estreme dimostrate da Oba;
  • minore oscillazione verticale del corpo;
  • appoggio del piede più vicino al baricentro;
  • busto leggermente inclinato in avanti;
  • braccia che non si muovono avanti e indietro come nella corsa occidentale, ma seguono movimenti rotatori, spesso in coordinazione con la gamba dello stesso lato del corpo (il principio del Namba), invece che in opposizione come nella corsa tradizionale.

L'obiettivo dichiarato sarebbe ridurre le dispersioni di energia e rendere il gesto più fluido, sfruttando l'equilibrio e l'inerzia del corpo invece della sola forza muscolare, evitando così gli impatti più bruschi con il terreno.

Fa davvero bene alle articolazioni?

È proprio questo il punto che ha alimentato il dibattito.

Dal punto di vista biomeccanico, alcune caratteristiche dell'Edo Running ricordano principi già studiati nella letteratura scientifica sulla corsa. Una falcata eccessivamente lunga, ad esempio, può aumentare le forze che si scaricano sulle articolazioni inferiori. Al contrario, aumentare leggermente la frequenza dei passi e ridurre l'overstriding può contribuire a diminuire alcuni carichi meccanici su ginocchia e anche.

Ciò non significa però che esista uno stile di corsa universalmente migliore, né che le versioni più estreme della tecnica (come la corsa a 288 passi al minuto o la variante laterale "a granchio") abbiano basi scientifiche solide: restano, per ora, principalmente osservazioni personali del loro creatore.

Gli esperti di medicina sportiva sottolineano infatti che ogni organismo sviluppa nel tempo un proprio schema motorio, e modificarlo bruscamente può avere conseguenze inattese. Un passaggio improvviso verso un appoggio più avanzato del piede, per esempio, potrebbe trasferire maggiore stress a polpacci, tendine d'Achille e muscolatura del piede.

Per questo motivo non è possibile affermare che l'Edo Running sia automaticamente più salutare per tutti.

Perché il trend piace così tanto

Il successo di questa tecnica riflette una tendenza più ampia: la ricerca di forme di attività fisica percepite come più naturali e sostenibili nel lungo periodo. Negli ultimi anni si è assistito a una crescente attenzione verso concetti come il movimento funzionale, la corsa naturale, l'allenamento barefoot e la prevenzione degli infortuni.

In questo contesto, l'Edo Running si inserisce perfettamente perché propone un approccio che mette al centro l'efficienza del gesto più che la velocità o la performance.

Cosa dice la scienza

Al momento non esistono studi clinici specifici e di alta qualità che dimostrino la superiorità dell'Edo Running rispetto ad altri stili di corsa. Le prove disponibili riguardano soprattutto aspetti biomeccanici già noti, come l'influenza della lunghezza della falcata, della cadenza e dell'appoggio del piede sul carico articolare.

Uno studio condotto su corridori adolescenti di cross-country, ad esempio, ha mostrato che aumentare la cadenza del 5-10% rispetto a quella preferita riduce gli angoli di flessione di anca, ginocchio e caviglia, il momento e la potenza al ginocchio, e le forze di reazione al suolo, anche se aumenta leggermente il carico sull'anca. 

Si tratta però di un principio generale di biomeccanica della corsa, non di uno studio sull'Edo Running in sé: l'interesse scientifico verso questa tecnica specifica resta ancora limitato, e molte delle affermazioni circolate sui social sono da verificare.


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Vale la pena provarlo?

Per chi corre abitualmente senza dolori o problemi particolari, non ci sono motivi per rivoluzionare il proprio stile dall'oggi al domani, soprattutto nelle sue varianti più estreme.

Osservare alcuni principi dell'Edo Running può però rappresentare uno spunto interessante: prestare maggiore attenzione alla postura, evitare falcate troppo lunghe e ricercare un movimento più fluido può aiutare a migliorare l'efficienza della corsa.

Più che una formula magica per proteggere le articolazioni, questa antica tecnica giapponese sembra ricordare un concetto semplice ma spesso trascurato: correre bene non significa necessariamente correre più forte, ma utilizzare il corpo nel modo più economico e armonioso possibile.

Fonti

  • PubMed - Influence of cadence manipulation on running biomechanics in high school cross-country runners
  • Tokyo weekender - Edo-Era Sideways Running: Japan’s Brilliantly Weird New Meme
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