Non sempre la memoria è la prima a mandare segnali. A volte, a precedere i disturbi cognitivi potrebbe essere un senso che si dà per scontato: l’olfatto. Il profumo del sapone sotto la doccia ne è un esempio: è un odore così familiare che nessuno lo “controlla”.
Eppure, nei test usati dai ricercatori, riconoscere odori comuni è proprio ciò che viene misurato, e secondo diversi studi una difficoltà in questo compito potrebbe essere tra i cambiamenti più precoci legati alla malattia di Alzheimer.
Perché il naso e il cervello sono collegati
Identificare un odore significa riconoscerlo, e questo coinvolge aree cerebrali legate alla memoria. Studi autoptici hanno associato la perdita di questa capacità a placche e grovigli nel bulbo olfattivo, nella corteccia entorinale e nell’ippocampo. Secondo Kristine Yaffe, professoressa di psichiatria, neurologia ed epidemiologia all’Università della California a San Francisco (UCSF), il bulbo e il tratto olfattivi potrebbero essere tra le prime strutture coinvolte nel processo degenerativo.
Lo studio della Columbia University
Il lavoro più recente, guidato da Davangere Devanand della Columbia University e pubblicato su Alzheimer’s & Dementia nell’ottobre 2024, ha analizzato i dati di 647 partecipanti al Mayo Clinic Study of Aging, seguiti in media per oltre 8 anni. All’inizio dello studio i volontari, senza demenza, hanno svolto il Brief Smell Identification Test, un test di 12 odori a risposta multipla, insieme a un breve test cognitivo.
Nel periodo di osservazione, 102 persone hanno sviluppato un declino cognitivo e 34 una demenza. Il test olfattivo e quello cognitivo, associati a età, sesso e scolarità, hanno mostrato una capacità di predire il declino paragonabile a quella della PET all’amiloide, un esame di imaging molto più costoso e meno accessibile.
Quando il test rassicura
C’è poi un dato meno scontato. In un abstract pubblicato a gennaio 2025, gli stessi ricercatori hanno osservato che chi ottiene risultati nella norma sia al test olfattivo sia a quello cognitivo ha una probabilità molto alta di non evolvere verso la demenza: il 98,3% (355 su 361 persone) nel campione analizzato.
Uno studio precedente della Columbia University, su 1.037 anziani, aveva già indicato che i due test insieme possono individuare chi raramente sviluppa demenza, evitando indagini non necessarie. Il valore pratico potrebbe quindi essere duplice: segnalare chi merita approfondimenti e rassicurare chi non ne ha bisogno.
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Cosa non significa
Prima di allarmarsi, alcune precisazioni sono doverose:
- non è una diagnosi. Non riconoscere un odore non equivale ad avere l’Alzheimer. Il calo dell’olfatto può dipendere da infezioni delle vie respiratorie, sinusiti, traumi cranici o dall’invecchiamento stesso: secondo i Manuali MSD, i cambiamenti diventano evidenti intorno ai 60 anni e sostanziali dopo i 70. Può inoltre essere associato ad altre malattie neurodegenerative.
- il test va interpretato da un medico. Il BSIT è uno strumento standardizzato, non una prova casalinga con il sapone o con altri odori.
- il campione è specifico. Nello studio della Columbia i partecipanti avevano più di 55 anni, con età media di 74, ed erano in larga maggioranza bianchi: servono conferme su popolazioni più ampie.
Quando rivolgersi al medico
Secondo il Ministero della Salute, in Italia convivono con la demenza circa 1,2 milioni di persone, oltre la metà con malattia di Alzheimer. Una diagnosi precoce permette di valutare per tempo gli interventi disponibili e di organizzare l’assistenza.
Un calo dell’olfatto che persiste, soprattutto se associato a dimenticanze frequenti, difficoltà di orientamento o cambiamenti nel modo di ragionare, merita quindi di essere discusso con il medico di famiglia, che potrà indirizzare verso un Centro per i disturbi cognitivi e le demenze (CDCD).
Fonti
- Alzheimer’s & Dementia - Comparison of brief olfactory and cognitive assessments to neuroimaging biomarkers in the prediction of cognitive decline and dementia in the MCSA cohort
- Alzheimer’s & Dementia - Accuracy of intact performance on measures of odor identification, global cognition, and amyloid imaging for identifying lack of cognitive decline and dementia in the Mayo Clinic Study of Aging cohort