Alcuni segnali psicologici a 45–55 anni potrebbero dire qualcosa sul rischio cognitivo futuro

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva

Data articolo – 18 Febbraio, 2026

badante aiuta anziano

Alcuni sintomi depressivi presenti nella mezza età potrebbero essere associati a un aumento del rischio di sviluppare demenza molti anni dopo. 

A suggerirlo è uno studio pubblicato su The Lancet Psychiatry, che ha seguito per oltre vent’anni una coorte britannica di adulti inizialmente tra i 35 e i 55 anni.

Il tema è di grande rilevanza sanitaria: nel mondo si stimano circa 55 milioni di persone con demenza, di cui circa il 70% con malattia di Alzheimer. Le proiezioni indicano che entro il 2050 i casi potrebbero salire a 153 milioni. In assenza di terapie risolutive, identificare segnali precoci di vulnerabilità cognitiva rappresenta una priorità per la ricerca.

Il disegno dello studio

La ricerca, coordinata dall’University College London, ha coinvolto 5.811 dipendenti pubblici britannici, con un’età media di 56 anni al momento della valutazione psicologica. Il campione era composto per il 72% da uomini e per il 92% da persone bianche.

Per misurare i sintomi depressivi è stato utilizzato il General Health Questionnaire (GHQ), strumento validato per lo screening del disagio psicologico. All’inizio dell’osservazione, il 22% dei partecipanti presentava punteggi elevati.


Per rimanere aggiornato sulle ultime news di salute, seguici su Google Discover


Durante un follow-up di 23 anni, 586 individui, pari al 10% del campione, hanno ricevuto una diagnosi di demenza. L’analisi statistica ha evidenziato che un punteggio complessivamente alto al GHQ nella mezza età si associa a un incremento relativo del 27% del rischio di demenza rispetto a chi riportava livelli più bassi di sintomi.

Sei sintomi sotto osservazione

L’aspetto più interessante riguarda la diversa rilevanza dei singoli sintomi. Non tutte le manifestazioni depressive risultano associate allo stesso rischio nel lungo periodo. Tra i 30 item del questionario, sei, se presenti con intensità marcata prima dei 60 anni, mostrano un’associazione più forte con lo sviluppo successivo di demenza:

  • perdita di fiducia in sé: +51% di rischio relativo;
  • sensazione di non riuscire a gestire i problemi: +49%;
  • riduzione del calore o dell’affetto verso gli altri: +44%;
  • persistente nervosismo o irritabilità: +34%;
  • insoddisfazione costante rispetto a come vengono fatte le cose: +33%;
  • difficoltà di concentrazione: +29%.

Si tratta, in larga parte, di sintomi che coinvolgono la percezione dell’efficienza mentale, dell’autoefficacia e della capacità di affrontare compiti complessi, più che il tono dell’umore in senso stretto.

Un possibile legame con la fase preclinica

Gli autori sottolineano che i risultati descrivono un’associazione statistica e non dimostrano un rapporto causale. La presenza di questi sintomi non implica che si svilupperà necessariamente una demenza.

Tuttavia, l’associazione rimane significativa anche dopo avere tenuto conto di fattori di rischio noti come diabete, ipertensione, colesterolo elevato, stile di vita e predisposizione genetica. Questo dato suggerisce che il collegamento non sia spiegabile esclusivamente dallo stato di salute generale.

Una delle ipotesi è che alcuni sintomi possano rappresentare una manifestazione molto precoce di cambiamenti neurobiologici. È noto, infatti, che i processi legati alla malattia di Alzheimer possano iniziare 15–20 anni prima della diagnosi clinica. In questa fase, alterazioni sottili delle funzioni esecutive o dell’attenzione potrebbero essere percepite soggettivamente, pur senza risultare ancora evidenti ai test cognitivi standardizzati.


Potrebbe interessarti anche:


Implicazioni cliniche e prospettive

Lo studio invita a considerare la depressione non come un’entità uniforme, ma come un insieme eterogeneo di sintomi con possibili implicazioni differenti nel lungo periodo. Valutare con attenzione il profilo sintomatologico nella mezza età potrebbe aiutare a individuare persone meritevoli di un monitoraggio cognitivo più attento.

Ciò non significa trasformare un sintomo psicologico in una diagnosi neurologica, ma integrare la lettura psichiatrica con una prospettiva preventiva. Intervenire precocemente sul benessere mentale, promuovere stili di vita protettivi e favorire attività che sostengano la “riserva cognitiva” rimangono strategie centrali.

Possiamo riassumere dicendo che, alcuni sintomi depressivi nella mezza età, in particolare quelli legati alla percezione di un calo delle capacità cognitive ed esecutive, risultano associati a un aumento del rischio di demenza a distanza di oltre due decenni

Non si tratta di una causa diretta, ma di un possibile indicatore di vulnerabilità. Ulteriori studi saranno necessari per chiarire i meccanismi sottostanti e definire eventuali strategie preventive mirate.

Fonti

  • The Lancet Psychiatry - Specific midlife depressive symptoms and long-term dementia risk: a 23-year UK prospective cohort study
  • WHO - Dementia
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati
Un uomo in una città inquinata.
Inquinamento e Alzheimer: le polveri sottili aumentano davvero il rischio di demenza?

L’aria che respiriamo può avere effetti sul cervello? Un maxi-studio indaga il possibile ruolo delle polveri sottili nello sviluppo dell’Alzheimer. Scopri cosa significa.