L’intelligenza artificiale sta diventando uno strumento sempre più presente anche nel campo della salute, utilizzata per informarsi, interpretare sintomi e orientarsi tra cure e prevenzione.
Tuttavia, il suo impiego non è uniforme tra uomini e donne: un’indagine recente evidenzia differenze significative sia nell’utilizzo sia, soprattutto, nel livello di fiducia verso questi strumenti digitali.
Scopriamo di più.
Le donne più attente nella gestione quotidiana della salute
Secondo i dati del rapporto Assosalute–Censis, le donne si distinguono per un approccio particolarmente accurato alla gestione della propria salute.
Il 93,9% dichiara di aver sofferto almeno di un piccolo disturbo nell’ultimo anno, e il 75,7% ne ha sperimentati almeno due.
Questa maggiore esposizione non si traduce però in fragilità, ma in una maggiore capacità di gestione.
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Sul fronte dell’automedicazione responsabile emergono comportamenti molto chiari:
- il 93% legge sempre il foglietto illustrativo dei farmaci;
- il 90,3% controlla la data di scadenza;
- l’88,2% si rivolge al medico se i sintomi persistono;
- il 78,8% utilizza farmaci da automedicazione.
Un quadro che mostra un rapporto con la salute improntato a prudenza, informazione e responsabilità.
L’uso dell’intelligenza artificiale: diffusione ampia ma fiducia diversa
Quando si parla di intelligenza artificiale, i dati mostrano una diffusione ormai significativa ma con differenze di genere evidenti.
L’uso dell’AI riguarda il 47,5% delle donne (10% in modo regolare e 37,5% saltuariamente), contro il 51,9% degli uomini (16,7% regolarmente e 35,2% occasionalmente).
Il divario è quindi contenuto, ma si amplifica quando si analizza la fiducia nello strumento.
Tra chi utilizza l’intelligenza artificiale:
- il 64% delle donne dichiara di averne fiducia (6,6% molta, 57,4% abbastanza);
- contro il 76,7% degli uomini (11,7% molta, 65% abbastanza).
Una differenza di circa 12 punti percentuali, che evidenzia un approccio femminile più cauto e critico.
Un approccio più selettivo e consapevole
Le donne, secondo gli analisti del rapporto, tendono a utilizzare l’intelligenza artificiale come strumento di supporto informativo, senza attribuirle un ruolo decisionale.
L’AI viene quindi consultata, ma raramente considerata una fonte autonoma.
Questo comportamento si inserisce in una dinamica più ampia di “empowerment sanitario”, in cui la tecnologia viene integrata nel percorso decisionale insieme al medico e al farmacista, e non sostituisce il confronto umano.
Il confronto tra uomini e donne non riguarda soltanto la frequenza d’uso, ma il modo in cui la tecnologia viene interpretata.
Da un lato, un approccio più orientato alla sperimentazione e a una maggiore fiducia nell’AI.
Dall’altro, un utilizzo più prudente, mediato dal giudizio clinico e dalla verifica delle informazioni.
In entrambi i casi, l’intelligenza artificiale sta entrando stabilmente nella gestione della salute quotidiana, ma resta ancora lontana dall’essere una fonte decisionale autonoma.
Il ruolo dell’AI nella sanità è destinato a crescere, sia come supporto ai cittadini sia come strumento per i professionisti. Tuttavia, i dati mostrano che la sua integrazione non è solo una questione tecnologica, ma anche culturale.
Le differenze di comportamento tra uomini e donne evidenziano come la fiducia nella tecnologia non dipenda solo dalla sua disponibilità, ma dal modo in cui viene interpretata all’interno delle scelte personali di salute.
Il divario nell’uso dell’IA oltre la salute
Un ulteriore livello di analisi, emerso da una ricerca internazionale, aiuta a inquadrare il fenomeno in modo più ampio:
- le donne utilizzano strumenti di intelligenza artificiale circa il 25% in meno rispetto agli uomini;
- sono ancora sottorappresentate nel settore dell’IA, dove occupano circa un quarto delle posizioni nelle professioni digitali avanzate;
- tendono a percepire i rischi dell’intelligenza artificiale come superiori ai benefici con uno scarto di circa 11% rispetto agli uomini.
Secondo questo studio, alla base di queste differenze ci sarebbero due fattori chiave:
- una maggiore avversione al rischio nelle donne;
- una maggiore esposizione percepita ai rischi legati all’intelligenza artificiale.
In particolare, nei test comportamentali emerge una tendenza più forte a preferire soluzioni sicure rispetto a quelle potenzialmente più redditizie ma incerte.
Quando, però, lo scenario diventa più chiaro e prevedibile, il divario tende a ridursi sensibilmente.
Gli esperti sottolineano che il divario non è solo tecnologico, ma anche culturale e strutturale.
La minore presenza femminile nei settori dell’IA, unita a una diversa percezione del rischio, contribuisce a modellare un approccio più prudente verso queste tecnologie.
In questa prospettiva, la fiducia nell’intelligenza artificiale non dipende solo dall’accesso agli strumenti, ma anche dal contesto sociale, professionale e informativo in cui vengono utilizzati.
Fonti:
- Censis – L’automedicazione al tempo dell’Intelligenza Artificiale e delle fake news
- Oxford Academic – Explaining women’s skepticism toward artificial intelligence: The role of risk orientation and risk exposure