Esiste un allenamento cognitivo utile a ridurre significativamente il rischio di Alzheimer?
Un nuovo studio ha mostrato che un allenamento della durata di cinque-sei settimane, potrebbe ridurre il rischio di diagnosi di demenza nei vent’anni successivi negli over 65.
È quanto emerge dal follow-up ultraventennale dello studio Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly (ACTIVE), pubblicato sulla rivista Alzheimer's & Dementia: Translational Research and Clinical Interventions.
L’indagine, sostenuta dai National Institutes of Health (NIH) statunitensi e coordinata dalla Johns Hopkins Medicine, rappresenta il primo studio a valutare l’impatto a lungo termine di specifici programmi di allenamento cognitivo sull’insorgenza di demenza.
Vediamo cosa dice lo studio riguardo la tipologia di allenamento e la modalità attraverso cui la soglia di rischio di demenza potrebbe diminuire e cosa significa per la prevenzione di questa patologia.
Lo studio ventennale: numeri e risultati
La ricerca ha coinvolto 2.802 adulti arruolati tra il 1998 e il 1999.
I partecipanti sono stati suddivisi in quattro gruppi:
- allenamento della memoria;
- allenamento del ragionamento;
- allenamento della velocità di elaborazione;
- gruppo di controllo senza training.
Nei gruppi attivi sono state svolte fino a 10 sessioni di 60-75 minuti nell’arco di cinque-sei settimane. Per circa la metà dei partecipanti sono state aggiunte quattro sessioni di “richiamo” a 11 e 35 mesi dal ciclo iniziale.
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Analizzando i dati assicurativi relativi al 72% dei partecipanti nel periodo 1999-2019, i ricercatori hanno osservato che nel gruppo sottoposto a training di velocità con richiami il 40% ha ricevuto una diagnosi di demenza, rispetto al 49% del gruppo di controllo. Si tratta di una riduzione relativa del rischio del 25%.
Gli interventi mirati a memoria e ragionamento non hanno invece mostrato risultati statisticamente significativi in termini di riduzione del rischio.
Ridurre il rischio di Alzheimer: in cosa consiste l’allenamento cognitivo
Il programma che ha dimostrato un beneficio si basa su un test computerizzato chiamato UFOV (Useful Field of View), progettato per misurare e allenare la capacità di elaborare informazioni visive sotto pressione attentiva.
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Vediamo cosa prevede il protocollo di allenamento:
- identificazione di uno stimolo centrale;
- introduzione di uno stimolo periferico;
- aggiunta di distrattori che aumentano la complessità;
- progressiva riduzione del tempo di esposizione in millisecondi.
Ma, nella pratica, come funziona questo allenamento? Facciamo un esempio concreto:
Viene proiettata sullo schermo, nella zona centrale, una lettera. Parallelamenete, nel medesimo istante, viene inserito sul lato un altro stimolo, che deve essere colto con la visone periferica.
L'obiettivo é quello di leggere la lettera e individuare la zona in cui é stato proiettato lo stimolo periferico. Il tutto deve essere eseguito nel minor tempo possibile.
Man mano che si prosegue con l'allenamento il test diventa più veloce: se inizialmente si ha a disposizione un secondo, nei test successivi il tempo d'esposizione agli stimoli si riduce progressivamente.
L’elemento chiave è l’adattività del sistema: il livello di difficoltà viene modulato in base alla performance individuale. Chi risponde più rapidamente affronta compiti sempre più complessi; chi incontra difficoltà procede in modo graduale.
Secondo gli autori della ricerca, questa personalizzazione potrebbe spiegare l’efficacia osservata.
Il training di velocità stimola prevalentemente l’apprendimento implicito, ossia un’acquisizione automatica e progressiva delle abilità, che coinvolge circuiti cerebrali diversi rispetto all’apprendimento esplicito sollecitato dagli esercizi di memoria e ragionamento.
Allenamento per ridurre il rischio di Alzheimer: cosa significa per la prevenzione
A rivelarsi importante é la consapevolezza che non si tratti di una cura per l’Alzheimer. Lo studio, piuttosto, é focalizzato su un possibile ritardo dell’insorgenza clinica della demenza attraverso il potenziamento dell’efficienza cognitiva nella terza età.
In un’ottica di salute pubblica, anche un posticipo di alcuni anni dell’esordio può incarnare quello che é da considerarsi un impatto rilevante sulla qualità di vita individuale e sui costi sanitari.
La prevenzione del decadimento cognitivo resta comunque multifattoriale e comprende:
- controllo della pressione arteriosa;
- gestione di glicemia e colesterolo;
- mantenimento di un peso adeguato;
- attività fisica regolare;
- stimolazione cognitiva costante.
La malattia di Alzheimer rappresenta il 60-80% dei casi di demenza. Pertanto, intervenire sui fattori modificabili, inclusa la stimolazione mentale mirata, raffigura oggi una delle strategie più studiate per contrastarne l’impatto.
Quanto di più significativo emerge dallo studio ACTIVE é che anche dopo i 65 anni il cervello conserva una rilevante plasticità. Un allenamento cognitivo personalizzato e ripetuto nel tempo, dunque, potrebbe contribuire a ridurre il rischio di demenza nel lungo periodo, offrendo un ulteriore strumento di prevenzione accanto ai necessari interventi sullo stile di vita.
Fonti:
National Institute on Aging - Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly (ACTIVE)