Bullismo a scuola, come aiutare un figlio che ha paura di tornare in classe

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Mattia Zamboni
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Data articolo – 10 Settembre, 2026

Una ragazza seduta sulle scale con la testa tra le gambe indicata da un bullo

La paura di tornare a scuola dopo episodi di bullismo può tradursi in ansia, mal di pancia, insonnia, pianto o rifiuto di entrare in classe. Per aiutare un bambino o un adolescente non basta convincerlo a “farsi coraggio”: famiglia e scuola devono capire cosa sta accadendo e costruire un rientro sicuro.

Quando la paura della scuola non è solo paura

“Non voglio tornare a scuola”. Per un genitore, sentirlo dopo giorni di prese in giro, esclusioni o aggressioni dovrebbe essere un campanello d'allarme, non una semplice resistenza al rientro.

Il bullismo può assumere forme diverse: fisiche, verbali, relazionali e digitali. Insulti ripetuti, minacce, isolamento dal gruppo, diffusione di voci o immagini possono avere un effetto concreto sul benessere di chi li subisce. Il Ministero dell'Istruzione include tra le forme di bullismo anche l'esclusione sociale e il cyberbullismo. 

La ricerca scientifica conferma che il problema non si esaurisce nell'episodio subito. Una meta-analisi pubblicata nel 2023 su PLOS ONE, che ha esaminato 16 studi per un totale di 35.032 ragazzi tra 10 e 18 anni, ha trovato un'associazione tra vittimizzazione da parte dei coetanei e maggiori sintomi internalizzanti, come ansia e depressione. Lo studio ha inoltre rilevato un'associazione tra vittimizzazione e bassa autostima. 


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Questo non significa che ogni bambino vittima di bullismo svilupperà un disturbo psicologico. Significa, piuttosto, che la sofferenza merita di essere presa sul serio.

Cosa fare quando il figlio racconta cosa succede

La prima reazione dell'adulto può orientare tutto ciò che viene dopo. Un ragazzo che finalmente racconta di essere preso di mira sta già facendo qualcosa di difficile: espone una parte vulnerabile della propria esperienza.

Frasi come “ignorali”, “devi essere più forte” oppure “se reagisci smetteranno” rischiano di spostare sul bambino la responsabilità di risolvere una situazione che coinvolge l'intero ambiente scolastico.

Meglio partire da domande concrete: che cosa è successo, dove, quando, chi era presente e cosa è accaduto subito dopo? Non serve sottoporlo a un interrogatorio. Piuttosto, bisogna lasciargli il tempo di ricostruire gli episodi con le proprie parole.

Anche i segnali fisici meritano attenzione. Mal di testa o di pancia ricorrenti prima di andare a scuola, difficoltà a dormire, improvviso calo del rendimento, isolamento, irritabilità o frequenti richieste di rimanere a casa possono accompagnare una situazione di disagio.

Il punto è distinguere una normale apprensione da una paura legata a una minaccia concreta. Se il bambino teme di incontrare una persona precisa, di essere umiliato davanti alla classe o di ritrovare online contenuti condivisi contro di lui, il problema non si risolve semplicemente chiedendogli di affrontare la paura.

Come preparare il ritorno in classe

Dire “domani devi andare” non è un piano. Un rientro efficace deve prevedere che cosa succederà concretamente una volta varcata la porta della scuola.

Famiglia e istituto possono concordare, per esempio, quale adulto il ragazzo possa raggiungere se si sente in pericolo o sopraffatto, chi monitorerà la situazione e come verranno gestiti eventuali nuovi episodi.

Anche il tragitto e i momenti meno strutturati possono richiedere attenzione: l'intervallo, l'ingresso, l'uscita, gli spostamenti nei corridoi o gli spogliatoi possono diventare luoghi nei quali il controllo degli adulti è minore.

Un altro elemento è la documentazione. Se gli episodi avvengono online, è opportuno conservare messaggi, immagini, conversazioni e altre evidenze, evitando però di trasformare il telefono del ragazzo in un archivio continuo della propria sofferenza.Un ragazzo seduto in mezzo ad una classe con la testa tra le gambe indicato bulli

La scuola, dal canto suo, non dovrebbe limitarsi a un generico invito alla classe a “comportarsi bene”. Le indicazioni ministeriali prevedono procedure per segnalare gli episodi, intervenire tempestivamente, coinvolgere le famiglie e accertare quanto accaduto. 

C'è poi un dettaglio spesso trascurato: il ragazzo non deve essere costretto a confrontarsi direttamente con chi lo ha aggredito per dimostrare di essere diventato più forte. La responsabilità della sicurezza resta agli adulti.

Quando serve l'aiuto di uno psicologo

La paura di tornare a scuola può rientrare dopo un intervento tempestivo sull'ambiente. In altri casi, però, il disagio può persistere anche quando gli episodi di bullismo sono terminati.

Il motivo è comprensibile: il cervello può continuare ad associare la scuola al pericolo. Un corridoio, una classe o persino una notifica sul telefono possono diventare una sorta di “allarme” che riattiva la paura.

La letteratura scientifica ha documentato associazioni tra vittimizzazione e problemi di salute mentale. Una revisione sistematica pubblicata nel Journal of Adolescence nel 2023 ha analizzato 35 studi condotti in 17 Paesi sulle relazioni longitudinali tra bullismo e pensieri o comportamenti autolesivi nei giovani. Gli autori, però, hanno sottolineato anche l'eterogeneità degli studi e la prudenza necessaria nell'interpretazione dei risultati. 

È quindi ragionevole chiedere una valutazione professionale quando la paura interferisce significativamente con la vita quotidiana, per esempio quando il ragazzo smette di frequentare la scuola, non dorme, presenta sintomi fisici frequenti, si isola o mostra un cambiamento marcato dell'umore.

Se compaiono riferimenti alla morte, all'autolesionismo o alla volontà di non esserci più, la situazione richiede invece un intervento immediato da parte di un adulto e dei servizi sanitari appropriati.

Il ruolo della scuola: non basta proteggere la vittima

Qui sta uno dei punti più delicati. Proteggere il ragazzo significa anche intervenire sulle dinamiche della classe.

Una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata nel 2021 su Campbell Systematic Reviews ha analizzato 100 valutazioni di programmi scolastici antibullismo. Nel complesso, gli interventi hanno ridotto sia gli episodi di bullismo sia la vittimizzazione, ma gli effetti sono risultati modesti e molto variabili tra i programmi

Il dato introduce una necessaria cautela: non esiste una soluzione standard che funzioni allo stesso modo in ogni classe.

Un colloquio con il dirigente, il coordinatore o il docente referente può essere il punto di partenza, ma deve tradursi in azioni verificabili. Chi seguirà il ragazzo? Quando verrà fatto un nuovo controllo? Come verranno gestiti eventuali episodi successivi? Quali misure saranno adottate nei momenti più problematici?

Eppure c'è anche un rischio opposto: intervenire in modo così visibile da far sentire il ragazzo ulteriormente esposto davanti ai compagni. La protezione, per funzionare, deve tenere conto anche della sua percezione e della sua dignità.

Cosa dire a un figlio che ha paura di tornare a scuola

Non esiste una frase magica. Alcune parole, però, possono restituire al ragazzo un messaggio semplice: non sei tu a dover risolvere da solo quello che sta succedendo.

Può essere utile dirgli che ciò che prova ha senso, che può raccontare anche le cose che gli sembrano imbarazzanti e che gli adulti si occuperanno della situazione insieme a lui.

A conti fatti, l'obiettivo del rientro non dovrebbe essere soltanto “farlo tornare a scuola”. Deve tornare a percepire la scuola come un luogo nel quale può stare senza aspettarsi continuamente un'altra aggressione.

Fonti:

  • Stop Bullyng.comWarning Signs for Bullying
  • Stop Bullyng.comSupport the Children Involved
  • Stop Bullyng.comHow to Talk About Bullying
  • PuBMedEffectiveness of school-based programs to reduce bullying perpetration and victimization: An updated systematic review and meta-analysis
  • PubMedThe longitudinal course of childhood bullying victimization and associations with self-injurious thoughts and behaviors in children and young people: A systematic review of the literature
  • PubMedThe relationship between peer victimisation, self-esteem, and internalizing symptoms in adolescents: A systematic review and meta-analysis
  • Istruzione.itStudenti e istruzione: guida per l’uso
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