Negli ultimi anni il vaccino contro l’herpes zoster ha attirato l’attenzione dei ricercatori per un motivo diverso da quello per cui viene normalmente somministrato. Il suo obiettivo principale resta prevenire il fuoco di Sant’Antonio e le possibili complicanze della riattivazione del virus Varicella-Zoster, ma alcuni studi hanno osservato che tra le persone vaccinate sembrano esserci anche meno diagnosi di demenza.
È un risultato che ha inevitabilmente suscitato interesse, soprattutto perché riguarda malattie come l’Alzheimer e altre forme di deterioramento cognitivo per le quali la prevenzione rappresenta ancora una delle grandi sfide della medicina. Al momento, però, è importante distinguere tra ciò che è stato osservato e ciò che è già dimostrato: le ricerche disponibili suggeriscono un’associazione, ma non consentono ancora di affermare che il vaccino contro l’herpes zoster protegga direttamente dalla demenza.
Perché il virus dell’herpes zoster può interessare anche il cervello
L’herpes zoster è provocato dallo stesso virus responsabile della varicella, il Varicella-Zoster Virus o VZV. Dopo la prima infezione il virus non viene completamente eliminato dall’organismo, ma rimane in forma latente e può riattivarsi molti anni dopo, soprattutto quando il sistema immunitario diventa meno efficiente con l’avanzare dell’età.
Quando questo accade può comparire il fuoco di Sant’Antonio, caratterizzato spesso da dolore, bruciore e lesioni cutanee, ma la riattivazione può coinvolgere anche il sistema nervoso e provocare una forte risposta infiammatoria.
È proprio da qui che nasce una delle ipotesi sul possibile rapporto tra vaccinazione e salute cognitiva: ridurre le riattivazioni del virus e l’infiammazione che ne deriva potrebbe, almeno teoricamente, diminuire anche alcuni danni a carico del sistema nervoso. Per ora, però, si tratta ancora di un meccanismo da dimostrare.
Lo studio gallese che ha riacceso l’interesse
Uno dei lavori più discussi è stato pubblicato nel 2025 sulla rivista Nature e ha sfruttato una particolare situazione verificatasi in Galles. Quando nel 2013 venne introdotto il programma di vaccinazione contro l’herpes zoster, l’accesso al vaccino dipendeva dalla data di nascita. Questo creò una sorta di divisione naturale tra persone molto simili per età e caratteristiche, alcune delle quali potevano ricevere il vaccino e altre no semplicemente perché nate pochi giorni prima o dopo la soglia stabilita.
I ricercatori hanno quindi potuto confrontare le cartelle cliniche dei due gruppi e nei sette anni successivi hanno osservato, tra le persone che avevano avuto accesso alla vaccinazione, una probabilità inferiore di ricevere una diagnosi di demenza. La differenza corrispondeva a circa 35 diagnosi di demenza in meno ogni mille persone vaccinate rispetto a quanto stimato nel gruppo non vaccinato.
Il risultato ha attirato particolare attenzione perché i due gruppi erano molto simili tra loro, riducendo alcuni dei problemi che normalmente rendono difficile interpretare gli studi osservazionali. Non si trattava comunque di una sperimentazione clinica randomizzata.
Shingrix e i 164 giorni in più senza diagnosi di demenza
Un altro studio, pubblicato nel 2024, aveva invece analizzato il vaccino di nuova generazione Shingrix, che ha progressivamente sostituito il precedente vaccino Zostavax in diversi Paesi. La ricerca ha confrontato oltre 200mila persone negli Stati Uniti che avevano ricevuto uno dei due vaccini e nel gruppo vaccinato con Shingrix è stato osservato un periodo più lungo senza una diagnosi di demenza.
Tra le persone che durante i sei anni di osservazione avevano poi sviluppato la malattia, la differenza media tra chi aveva ricevuto Shingrix e chi il vecchio vaccino era di circa 164 giorni. Anche questo dato ha rafforzato l’ipotesi che la vaccinazione possa essere collegata a una riduzione, o almeno a un ritardo, della comparsa di alcune diagnosi cognitive. Ma anche in questo caso lo studio non permette di stabilire con certezza un rapporto diretto di causa-effetto.
Nel 2026 è arrivato anche uno studio dai risultati meno favorevoli
Il quadro scientifico non è però uniforme. Nel 2026 è stata pubblicata un’analisi preliminare, ancora in attesa di revisione scientifica definitiva, condotta in Inghilterra su dati ospedalieri relativi a circa sei milioni di persone. In questo caso i ricercatori non hanno osservato una riduzione delle diagnosi di demenza tra le persone che, per ragioni anagrafiche, avevano diritto a ricevere il vecchio vaccino contro l’herpes zoster.
Il risultato non dimostra necessariamente che il vaccino non abbia alcun effetto, perché avere diritto alla vaccinazione non significa automaticamente averla ricevuta e perché i dati ospedalieri non intercettano necessariamente tutte le diagnosi di demenza, soprattutto quelle gestite principalmente fuori dall’ospedale. La ricerca aggiunge quindi un elemento di cautela e conferma la necessità di studi progettati appositamente per rispondere a questa domanda.
Il possibile ruolo dell’adiuvante AS01
Una delle differenze più interessanti tra i vaccini riguarda proprio la loro composizione. Shingrix contiene l’adiuvante AS01, una sostanza utilizzata per potenziare la risposta del sistema immunitario. Il vecchio Zostavax, non più commercializzato nell’Unione Europea, era invece basato su una versione attenuata del virus e non conteneva lo stesso adiuvante.
Alcuni gruppi di ricerca stanno quindi cercando di capire se una parte dell’eventuale effetto sulla demenza possa dipendere non soltanto dalla prevenzione della riattivazione dell’herpes zoster, ma anche dalla risposta immunitaria stimolata dall’AS01.
Lo stesso adiuvante viene impiegato anche nel vaccino contro il virus respiratorio sinciziale, che in alcuni studi è stato a sua volta associato a un numero più basso di diagnosi di demenza. Per ora, tuttavia, non esistono prove sufficienti per attribuire all’AS01 un vero effetto protettivo sul cervello.
Ora servono sperimentazioni cliniche vere e proprie
Le osservazioni raccolte finora hanno prodotto un’ipotesi abbastanza solida da giustificare studi più rigorosi. Una sperimentazione è stata avviata nel 2026 in Finlandia e prevede il coinvolgimento di circa 35mila persone. I partecipanti riceveranno il vaccino oppure un placebo, consentendo ai ricercatori di confrontare i due gruppi in condizioni molto più controllate rispetto agli studi basati sulle cartelle cliniche.
Un’altra ricerca è stata avviata in Danimarca e coinvolgerà oltre 160mila persone di almeno 65 anni. Sono studi di grandi dimensioni, ma serviranno diversi anni prima che possano fornire risultati definitivi.
Il vaccino non viene ancora consigliato per prevenire la demenza
Per il momento, quindi, il possibile effetto sulla demenza non rappresenta un’indicazione ufficiale alla vaccinazione. Il vaccino contro l’herpes zoster viene raccomandato principalmente per prevenire fuoco di Sant’Antonio e relative complicanze, soprattutto nelle persone anziane e fragili.
In Italia viene generalmente raccomandato a partire dai 65 anni e in alcune categorie a rischio, secondo le modalità previste dai programmi regionali. La copertura tra gli over 65 rimane però bassa e, secondo quanto riportato, ancora lontana dall’obiettivo minimo del 50% previsto dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale.
Cosa possiamo dire oggi sul rapporto tra herpes zoster e demenza
Il quadro attuale è quindi promettente, ma ancora incompleto. Diversi studi hanno osservato una riduzione delle diagnosi di demenza tra le persone vaccinate, e alcuni dei risultati sono difficili da ignorare. Allo stesso tempo, non tutte le ricerche hanno ottenuto gli stessi risultati e non è stato ancora individuato con certezza il meccanismo biologico responsabile dell’associazione. Potrebbe entrare in gioco la minore riattivazione del virus, una riduzione dell’infiammazione, la risposta immunitaria stimolata dal vaccino o una combinazione di più fattori.
Per sapere se il vaccino contro l’herpes zoster possa davvero diventare anche uno strumento di prevenzione della demenza serviranno le sperimentazioni cliniche in corso. Fino ad allora, il beneficio certo resta quello per cui il vaccino è già raccomandato: ridurre il rischio di herpes zoster e delle sue complicanze. L’eventuale protezione cognitiva rimane una prospettiva interessante, ma ancora da confermare.
Fonte
Nature - A natural experiment on the effect of herpes zoster vaccination on dementia