Un possibile segnale dell’Alzheimer potrebbe comparire già a 45 anni, secondo uno studio

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 22 Maggio, 2026

Un anziano seduto a un tavolo mentre maneggia forme geometriche in legno, assistito da un'operatrice sanitaria di fianco a lui.

L’Alzheimer potrebbe iniziare a manifestarsi molto prima di quanto si pensasse finora. Secondo una nuova ricerca condotta utilizzando i dati del celebre Dunedin Study dell’Università di Otago, alcuni cambiamenti biologici legati alla malattia potrebbero essere rilevabili già intorno ai 45 anni, decenni prima della comparsa dei sintomi più evidenti.

Gli studiosi hanno osservato un legame tra una proteina presente nel sangue, chiamata pTau181, e le preoccupazioni riferite direttamente dai partecipanti riguardo alla propria memoria e alle capacità cognitive. Si tratta di persone ancora relativamente giovani, molto lontane dall’età in cui normalmente viene diagnosticata una forma di demenza, che nella maggior parte dei casi compare dopo i 70 anni.

Il ruolo dei biomarcatori nel sangue

Negli ultimi anni la ricerca sull’Alzheimer ha iniziato a concentrarsi sempre di più sui cosiddetti biomarcatori, cioè segnali biologici che potrebbero aiutare a individuare la malattia nelle sue fasi iniziali. In passato una diagnosi certa era possibile soltanto dopo la morte oppure tramite procedure invasive, come la puntura lombare. Oggi, invece, gli scienziati stanno cercando metodi più semplici e meno invasivi, tra cui proprio gli esami del sangue.

Un anziano con occhiali e barba bianca seduto a un tavolo mentre dipinge su una tela, con piante in vaso sullo sfondo

L’idea alla base dello studio è che riconoscere i cambiamenti molto presto potrebbe consentire di intervenire prima che il deterioramento cognitivo diventi significativo. Le terapie disponibili oggi, infatti, non sono considerate cure definitive: nella migliore delle ipotesi riescono a rallentare l’avanzamento della malattia, ma non recuperano le funzioni cognitive già compromesse. Per questo motivo individuare i primi segnali è diventato uno degli obiettivi principali della ricerca neurologica.

Quando le dimenticanze potrebbero avere un significato diverso

Con l’età capita spesso di avere piccoli vuoti di memoria o maggiore difficoltà nel ricordare informazioni recenti. Nella maggior parte dei casi si tratta di fenomeni normali e benigni. Tuttavia gli autori dello studio spiegano che, in alcune persone, queste percezioni soggettive potrebbero rappresentare i primi segnali di cambiamenti cerebrali più profondi.


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La ricerca ha mostrato che livelli più elevati della proteina pTau181 erano associati proprio alle persone che riferivano problemi di memoria, anche se a 45 anni non emergevano ancora alterazioni evidenti né nei test cognitivi né nelle risonanze magnetiche cerebrali. Questo potrebbe indicare che alcune modifiche biologiche iniziano molto prima rispetto ai danni osservabili con gli strumenti diagnostici tradizionali.

Uno studio ancora aperto a molte domande

Gli stessi ricercatori sottolineano però che i risultati devono essere interpretati con cautela. Non è ancora chiaro se l’aumento della proteina pTau181 rappresenti davvero l’inizio dell’Alzheimer già nella mezza età oppure se questo biomarcatore diventi utile soltanto nelle persone più anziane. Per avere risposte più solide sarà necessario continuare a seguire gli stessi partecipanti nel corso degli anni.

Secondo gli studiosi, il lavoro conferma comunque un punto importante: la prevenzione potrebbe iniziare molto prima rispetto a quanto si pensasse. Intervenire su fattori modificabili come attività fisica, socialità, ipertensione o perdita dell’udito già durante la mezza età potrebbe aiutare a proteggere il cervello nel lungo periodo.

Fonti:

ScienceAlert - An Early Clue to Alzheimer's May Appear as Young as 45, Study Finds

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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