Questi ottantenni hanno la memoria di cinquantenni e gli scienziati ora sanno perché

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 24 Aprile, 2026

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Da oltre due decenni, un gruppo di ricercatori della Northwestern University studia un gruppo molto ristretto di persone sopra gli 80 anni per capire come sia possibile mantenere una memoria paragonabile a quella di individui molto più giovani. Si tratta di uomini e donne che, nei test cognitivi, ottengono risultati simili a quelli di persone con almeno 30 anni in meno, mettendo in discussione l’idea che il declino mentale sia una conseguenza inevitabile dell’età.

Nel corso degli anni, gli studiosi hanno osservato alcune caratteristiche ricorrenti, sia nello stile di vita sia nella struttura cerebrale. Tra queste, una spiccata tendenza alla socialità e alla partecipazione attiva alla vita quotidiana. Tuttavia, le informazioni più rilevanti sono emerse dall’analisi diretta del cervello.

Due possibili spiegazioni biologiche

Uno degli aspetti più interessanti riguarda i meccanismi che permettono a queste persone di conservare prestazioni cognitive elevate. Secondo i ricercatori, esistono almeno due modalità principali: la resistenza e la resilienza.


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In termini clinici, la resistenza si riferisce all'assenza di patologie cerebrali nonostante l'età avanzata, mentre la resilienza descrive la capacità del cervello di mantenere funzioni integre nonostante la presenza di biomarcatori dell'Alzheimer. Questo fenomeno suggerisce l'esistenza di una robusta riserva cognitiva, un 'tesoretto' di connessioni neuronali costruito negli anni attraverso l'istruzione, il lavoro stimolante e le relazioni sociali, che permette al cervello di 'aggirare' le aree danneggiate.

Nel primo caso, il cervello sembra non sviluppare le tipiche alterazioni associate all’Alzheimer, come le placche di amiloide e i grovigli di proteina tau. Nel secondo caso, queste alterazioni possono essere presenti, ma senza compromettere il funzionamento cognitivo. In altre parole, il cervello riesce a compensare o a tollerare il danno senza perdere efficienza.

Questa distinzione è emersa anche dall’analisi di 77 cervelli donati dopo la morte, su un totale di 290 partecipanti coinvolti nel programma dal 2000.

Struttura cerebrale e caratteristiche uniche

Dal punto di vista anatomico, i cervelli osservati mostrano differenze significative rispetto a quelli di altri anziani. In molti casi si nota uno spessore corticale preservato, senza il tipico assottigliamento legato all’invecchiamento. In alcune aree, come la corteccia cingolata anteriore, lo spessore risulta addirittura superiore a quello di individui più giovani.

A livello cellulare, è stata rilevata una maggiore presenza di neuroni di von Economo, associati ai comportamenti sociali, e neuroni più grandi nella regione entorinale, fondamentale per i processi di memoria.

Anche le prestazioni cognitive risultano costanti: nei test di richiamo di parole, questi soggetti raggiungono punteggi di almeno 9 su 15, valori tipici di persone tra i 50 e i 60 anni.

Il ruolo della vita sociale

Non esiste un unico stile di vita che accomuni tutte queste persone, ma un elemento emerge con una certa regolarità: la presenza di relazioni sociali solide e continuative. Molti mantengono un’elevata partecipazione alla vita sociale, elemento che potrebbe contribuire alla protezione delle funzioni cognitive nel tempo.

Al contrario, altri fattori come l’attività fisica o le abitudini quotidiane risultano più variabili, senza uno schema unico riconoscibile.

Il valore della donazione alla ricerca

Una parte importante dei risultati è stata resa possibile grazie alla disponibilità dei partecipanti a donare il proprio cervello alla scienza. Questo ha permesso ai ricercatori di osservare direttamente le differenze biologiche e di collegarle ai dati raccolti durante la vita.

Le analisi post-mortem hanno offerto una prospettiva più completa, rendendo possibile individuare correlazioni tra struttura cerebrale e prestazioni cognitive che non sarebbero emerse con altri metodi.

Prospettive per la prevenzione della demenza

Le informazioni raccolte in oltre 25 anni di studi stanno contribuendo a ridefinire il modo in cui viene interpretato l’invecchiamento del cervello. L’idea che emerge è che mantenere una buona memoria anche in età avanzata non sia un’eccezione isolata, ma un fenomeno legato a specifiche condizioni biologiche e comportamentali.

Secondo i ricercatori, comprendere questi meccanismi potrebbe aprire la strada a nuove strategie per ritardare o prevenire malattie neurodegenerative, tra cui l’Alzheimer. L’obiettivo non è replicare un modello preciso, ma individuare i fattori chiave che rendono possibile una maggiore resistenza al declino cognitivo.

In questo senso, lo studio non fornisce risposte definitive, ma indica una direzione chiara: l’invecchiamento del cervello non è un processo uniforme e può seguire percorsi molto diversi da persona a persona.

FONTI:

ScienceDaily - These 80-year-olds have the memory of 50-year-olds. Scientists now know why

Northwestern University - The first 25 years of the Northwestern University SuperAging Program 

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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