Prepararsi alla prossima pandemia non significa soltanto accumulare dispositivi, predisporre protocolli o scrivere piani di emergenza. Il problema, secondo la Commissione NUS-Lancet PRIME, è capire se quelle misure possano funzionare davvero quando una crisi sanitaria mette sotto pressione ospedali, istituzioni e comunità.
La commissione internazionale, nata nel 2023 dalla collaborazione tra la National University of Singapore e The Lancet, parte dall’esperienza del Covid per proporre un cambio di approccio. Molti Paesi disponevano già di piani pandemici, ma questo non ha impedito profonde difficoltà nella risposta all’emergenza, né ha garantito che tutte le fasce della popolazione potessero proteggersi allo stesso modo.
Il rapporto sposta quindi l’attenzione dalla semplice presenza di un piano alla sua effettiva applicabilità nella vita reale, soprattutto per chi parte da condizioni sociali, economiche o sanitarie più fragili.
Avere un piano pandemico non basta
Uno dei punti centrali del lavoro riguarda la distanza che può crearsi tra ciò che viene previsto sulla carta e ciò che può essere effettivamente messo in pratica.
Secondo Helen Clark, co-presidente della Commissione ed ex prima ministra della Nuova Zelanda, la maggior parte dei Paesi possedeva già strumenti di preparazione prima del Covid, ma questi sistemi non erano stati sufficientemente messi alla prova per verificare se potessero proteggere tutti durante una crisi.
Il problema, quindi, non sarebbe soltanto tecnico. Un piano può prevedere l’isolamento di una persona contagiata, per esempio, ma quella misura diventa molto più difficile da applicare se qualcuno vive in un'abitazione sovraffollata. Allo stesso modo, indicazioni sanitarie corrette possono non raggiungere chi non parla la lingua dominante o chi incontra ostacoli nell'accesso ai servizi.
Per questo la commissione propone di valutare la preparazione pandemica a partire dalle condizioni concrete delle persone, e non soltanto dal numero di strutture, protocolli o scorte disponibili.
La vulnerabilità non dipende soltanto dalla persona
La professoressa Helena Legido-Quigley, co-presidente della Commissione, richiama un altro punto importante: spesso le persone non sono vulnerabili per caratteristiche individuali, ma diventano più esposte a causa delle condizioni in cui vivono.
Un'abitazione troppo affollata può rendere quasi impossibile l'isolamento. La mancanza di documenti può impedire l'accesso ad alcuni sostegni pubblici. Una barriera linguistica può ostacolare la comprensione delle indicazioni sanitarie.
Il lavoro della Commissione si è concentrato in particolare su anziani, lavoratori informali, migranti, persone con disabilità e gruppi esposti a discriminazioni strutturali, ma il principio può essere esteso all'intera popolazione.
Essere pronti a una pandemia, in questa prospettiva, significa quindi costruire sistemi capaci di funzionare anche nelle condizioni meno favorevoli, non soltanto durante una normale attività sanitaria.
Cosa ha insegnato il Covid
La riflessione nasce inevitabilmente dalla pandemia di Covid-19. Nell'articolo viene ricordata una stima di 22 milioni di morti in eccesso a livello globale associate alla pandemia. La crisi ha inoltre prodotto enormi costi economici e profonde conseguenze sociali e politiche.
Secondo Massimo Ciccozzi, professore di Epidemiologia e Statistica medica dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, una delle principali criticità è stata proprio la difficoltà di trasformare molti piani già esistenti in misure concretamente applicabili.
Le procedure previste non sempre tenevano conto delle condizioni reali in cui avrebbero dovuto essere attuate. La lezione, secondo questa impostazione, è che la preparazione non dovrebbe essere valutata soltanto verificando la presenza di protocolli, ma anche attraverso simulazioni, verifiche sul campo e valutazioni della capacità reale del sistema di adattarsi.
Perché il rischio di nuove emergenze resta alto
La Commissione parte dal presupposto che una nuova grande emergenza infettiva sia possibile, anche se non è possibile stabilire quando avverrà o quale agente patogeno ne sarà responsabile.
Nel frattempo, alcuni fattori possono rendere più complessa la gestione di futuri focolai. Tra quelli richiamati figurano conflitti, cambiamenti climatici, alterazioni degli ecosistemi, urbanizzazione e crescente mobilità della popolazione. Sono elementi che possono aumentare le occasioni di contatto tra esseri umani e nuovi patogeni oppure favorire una diffusione più rapida delle infezioni una volta che queste compaiono.
A ciò si aggiungono crisi sanitarie già in corso o recenti, citate nel rapporto come esempi di quanto i sistemi di preparazione vengano continuamente messi alla prova, tra cui mpox, Andes hantavirus ed Ebola Bundibugyo.
Vaccini più rapidi: la simulazione sui decessi
Una parte del lavoro della Commissione ha utilizzato modelli predittivi per simulare una ipotetica futura pandemia di influenza A. Non si tratta quindi di una previsione su una pandemia realmente in corso o imminente, ma di uno scenario teorico utilizzato per confrontare diverse strategie.
Secondo questa simulazione, accelerare lo sviluppo dei vaccini potrebbe ridurre la mortalità del 59%, facendo passare i decessi stimati da 58,5 milioni a 23,9 milioni. Questo beneficio emergerebbe anche in uno scenario nel quale le nazioni ad alto reddito mantenessero un accesso inizialmente prioritario ai vaccini.
Il modello mostra però che la distribuzione avrebbe un peso ulteriore. Se i vaccini venissero assegnati secondo un criterio più equo, basato sulla densità della popolazione anziché sul reddito dei Paesi, potrebbero essere evitati altri 2,7 milioni di decessi, soprattutto nelle nazioni a medio reddito.
La fiducia nei vaccini potrebbe salvare altre 1,9 milioni di vite
La simulazione considera anche un altro elemento: la fiducia della popolazione nella vaccinazione. Secondo il modello utilizzato dalla Commissione, riportare l'adesione vaccinale a livelli più elevati potrebbe evitare ulteriori 1,9 milioni di morti.
Il dato mostra come, durante una pandemia, la disponibilità di un vaccino non rappresenti l'unico passaggio decisivo. Servono anche una distribuzione efficace, infrastrutture capaci di somministrarlo e una popolazione disposta ad accettarlo.
Lo sviluppo scientifico e la velocità con cui viene realizzato un vaccino rimangono quindi essenziali, ma il loro effetto dipende anche da come il prodotto viene distribuito e da quante persone riescono effettivamente a riceverlo.
Le sei raccomandazioni della Commissione
Dal lavoro emergono sei indicazioni strategiche rivolte ai governi. La proposta generale è passare a una preparazione più ampia e reattiva, coinvolgere stabilmente le comunità locali, rafforzare la cooperazione internazionale e intervenire sulle carenze dei sistemi anziché attribuire la vulnerabilità soltanto agli individui.
La Commissione richiama inoltre la necessità di politiche pubbliche basate su trasparenza e fiducia, insieme a impegni sanitari che siano concretamente verificabili. Il filo comune è sempre lo stesso: un piano deve poter essere testato e modificato quando emerge che non funziona nella pratica.
Prevenire una pandemia prima ancora di doverla gestire
La Commissione NUS-Lancet PRIME prova anche a spostare più indietro il punto di partenza.
La domanda non dovrebbe essere soltanto come rispondere quando una pandemia è già cominciata, ma come ridurre il rischio che una nuova minaccia sanitaria si trasformi in una crisi globale.
In questa prospettiva entrano in gioco sorveglianza epidemiologica, infrastrutture sanitarie, capacità di individuare rapidamente nuovi agenti patogeni, cooperazione internazionale e interventi sui fattori ambientali e sociali che possono favorire la diffusione delle infezioni.
L'obiettivo diventa quindi proteggere la popolazione prima, durante e dopo un'emergenza.
La prossima pandemia non si può prevedere, la preparazione sì
Non è possibile stabilire oggi quale sarà la prossima pandemia, quando arriverà o quale patogeno la provocherà. Il lavoro della Commissione non fornisce una previsione di questo tipo. Propone invece di cambiare il modo in cui viene valutata la capacità dei sistemi sanitari di affrontare una nuova emergenza.
La lezione del Covid, secondo gli autori, è che scorte, protocolli e documenti non bastano se poi le misure non possono essere applicate all'intera popolazione. Prepararsi significa quindi testare i sistemi, rafforzare le infrastrutture, mantenere la fiducia dei cittadini e assicurarsi che vaccini, cure e informazioni possano raggiungere realmente chi ne ha bisogno.
La prossima crisi sanitaria potrebbe avere caratteristiche completamente diverse da quella vissuta nel 2020. Proprio per questo, secondo la Commissione, la risposta non dovrebbe basarsi soltanto sulla previsione del prossimo agente patogeno, ma sulla capacità dei sistemi di adattarsi rapidamente a ciò che ancora non conosciamo.
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