Le donne ricevono diagnosi più tardi? Il problema (ancora sottovalutato) del gender health gap

Liliya Dimitrova | Direttrice editoriale
A cura di Liliya Dimitrova
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Data articolo – 08 Aprile, 2026

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La salute delle donne non è ancora studiata, diagnosticata e trattata allo stesso modo di quella degli uomini. È il cosiddetto gender health gap, un divario che incide concretamente sulla qualità delle cure, sui tempi di diagnosi e, in alcuni casi, sugli esiti delle malattie. 

Dalla cardiologia alla salute mentale, fino a patologie ancora spesso sottovalutate come l’endometriosi, la medicina di genere rappresenta oggi una priorità per costruire un sistema sanitario più equo ed efficace.

In questo contesto iniziative come (H)-Open Week sulla Salute della Donna, promossa da Fondazione Onda ETS in occasione della giornata nazionale della salute della donna, diventano essenziali. Durante questa settimana gli ospedali con Bollino Rosa aprono le porte alle donne offrendo gratuitamente visite, esami e momenti di informazione su tutto il territorio nazionale.

Per approfondire il tema, abbiamo intervistato Francesca Merzagora, Presidentessa di Fondazione Onda ETS, che ci ha spiegato perché il gender health gap è ancora una criticità, quali sono le aree della medicina in cui la ricerca è più indietro e quanto sia fondamentale oggi investire in prevenzione e consapevolezza.

Oggi si parla ancora poco del gender health gap. Potrebbe spiegarci di cosa si tratta e perché rappresenta una criticità?

“Il gender health gap indica il divario esistente tra uomini e donne nella ricerca scientifica, nella prevenzione, nella diagnosi e nelle cure. Per molti anni la medicina si è sviluppata prevalentemente su modelli maschili, con studi clinici e protocolli diagnostici che non sempre hanno considerato adeguatamente le differenze biologiche, ormonali e sociali che caratterizzano proprio la salute femminile.


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Questo divario ha conseguenze concrete. Un esempio significativo riguarda le malattie cardiovascolari, che rappresentano ancora oggi la prima causa di morte, che vedono il coinvolgimento femminile in una quota superiore rispetto agli uomini. Eppure, queste patologie sono ancora percepite come “maschili”, con il risultato che il rischio cardiovascolare nelle donne venga spesso sottovalutato arrivando ad una diagnosi tardiva e quindi ad una prognosi potenzialmente peggiore. 

Proprio per questo la medicina di genere e la riduzione del gender health gap rappresentano oggi una priorità per migliorare la qualità e l’equità delle cure.”

Quali sono le aree mediche in cui tutt’oggi c’è meno ricerca riguardo all’impatto sulla salute femminile?

“Negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a integrare maggiormente la prospettiva di genere, ma restano diverse aree in cui il gap è ancora significativo.

Una di queste è la cardiologia, dove per molto tempo le malattie cardiovascolari sono state considerate prevalentemente patologie maschili. Oggi sappiamo invece che nelle donne possono manifestarsi con sintomi diversi e con fattori di rischio specifici.

Un’altra area riguarda le patologie autoimmuni, che colpiscono le donne con una frequenza molto più elevata rispetto agli uomini, ma per le quali rimangono ancora molti aspetti da chiarire.

Particolare attenzione merita anche la salute mentale femminile, soprattutto in relazione alle diverse fasi della vita – adolescenza, gravidanza, post-partum e menopausa – in cui i cambiamenti ormonali possono influenzare significativamente il benessere psicologico.

Infine, alcune patologie come endometriosi, dolore cronico e disturbi ginecologici hanno ancora tempi di diagnosi lunghi e necessitano di maggiori investimenti in ricerca e consapevolezza.”

Quali sono i controlli di prevenzione che ogni donna dovrebbe considerare nelle diverse fasi della vita?

“La prevenzione è uno dei pilastri fondamentali per la salute femminile, in tutte le fasi della vita, per questo da oltre 20 anni Fondazione Onda ETS ne ha fatto la propria mission.

In età adolescenziale e giovane adulta è importante iniziare con controlli ginecologici periodici, informarsi sulla salute sessuale e aderire ai programmi di vaccinazione, come quello contro l’HPV.

Tra i 25 e i 64 anni è fondamentale partecipare ai programmi di screening organizzati dal Servizio Sanitario Nazionale, come Pap test e HPV test per la prevenzione del tumore del collo dell’utero.

Dai 40-50 anni in avanti diventano centrali gli screening per il tumore della mammella, attraverso la mammografia e il monitoraggio dei fattori di rischio cardiovascolare.

Con l’avanzare dell’età è inoltre importante prestare attenzione alla salute delle ossa, al rischio cardiovascolare e al metabolismo, mantenendo uno stile di vita sano e controlli medici regolari.”

Esistono ad oggi iniziative concrete di divulgazione sulla prevenzione con focus sulla salute femminile?

“Certamente, tra le iniziative più importanti a livello nazionale c’è l’(H) Open Week sulla Salute della Donna, promossa da Fondazione Onda ETS in occasione della Giornata nazionale della salute della donna del 22 aprile.

Durante questa settimana, gli ospedali del network Bollino Rosa su tutto il territorio nazionale che aderiscono all’iniziativa offrono gratuitamente visite specialistiche, esami diagnostici, consulenze e incontri informativi dedicati alla prevenzione e alla cura delle principali patologie femminili. 

Le attività coinvolgono numerose aree specialistiche, dalla cardiologia alla ginecologia, dalla neurologia all’oncologia, fino alla salute mentale e ai percorsi di supporto per la violenza di genere con l’obiettivo di avvicinare la popolazione femminile a diagnosi sempre più precoci e a percorsi di cura personalizzati, promuovendo una maggiore consapevolezza sulla salute della donna. 

Iniziative come questa sono fondamentali perché consentono di portare la prevenzione direttamente alle persone e di diffondere una cultura della salute più attenta alle differenze di genere.”

Secondo lei, ad oggi, le istituzioni fanno abbastanza per comunicare e promuovere iniziative sulla salute della donna?

“Negli ultimi anni l’attenzione istituzionale verso la medicina di genere è cresciuta e questo è certamente un segnale positivo e di cui andiamo orgogliosi essendo tra i primi promotori di numerose iniziative a favore della salute femminile. Tuttavia, la strada da fare è ancora lunga.

La salute della donna non riguarda soltanto alcune patologie specifiche, ma richiede un approccio trasversale che integri ricerca, prevenzione, organizzazione dei servizi sanitari e comunicazione.

Per questo è fondamentale rafforzare la collaborazione e il dialogo tra istituzioni, sistema sanitario, università e realtà del terzo settore, come Fondazione Onda ETS, che da anni promuove informazione e sensibilizzazione su questi temi.

La comunicazione, in particolare, è uno strumento strategico: solo aumentando il livello di consapevolezza nella popolazione possiamo favorire una maggiore adesione ai programmi di prevenzione.”

Nonostante i progressi della medicina, molte donne arrivano ancora tardi alla diagnosi. Quali sono le principali barriere alla prevenzione?

“Le barriere alla prevenzione sono molteplici e spesso si intrecciano tra loro.

La prima è sicuramente di tipo culturale: molte donne tendono a prendersi cura prima degli altri – figli, famiglia, lavoro – e a rimandare i controlli per sé stesse.

C’è poi una barriera informativa, perché non sempre si conoscono i programmi di screening disponibili o l’importanza di alcuni controlli periodici.

Un altro fattore riguarda le difficoltà di accesso ai servizi sanitari, come tempi di attesa o complessità organizzative, che possono scoraggiare l’adesione alla prevenzione.

Proprio per far fronte a queste barriere si inseriscono iniziative come l’(H)Open Week, organizzata e promossa ogni anno da Fondazione Onda ETS, che hanno un ruolo fondamentale: rendono i servizi più accessibili e contribuiscono a diffondere una sana ed informata cultura della prevenzione, elemento chiave per ridurre diagnosi tardive e migliorare la salute di tutte le donne.”

Ridurre il gender health gap non è solo una questione scientifica, ma anche culturale e organizzativa. Come emerge dalle parole di Francesca Merzagora, è necessario agire su più livelli: investire nella ricerca, migliorare l’accesso ai servizi sanitari e, soprattutto, aumentare la consapevolezza tra le donne sull’importanza della prevenzione.

Troppo spesso, infatti, i controlli vengono rimandati o trascurati per mancanza di tempo, informazioni o facilità di accesso. Ed è proprio qui che iniziative come l’(H)-Open Week sulla Salute della Donna assumono un ruolo cruciale: portano la prevenzione più vicino alle persone, rendendola concreta, accessibile e diffusa su tutto il territorio.

Il messaggio è chiaro: prendersi cura della propria salute non è un atto secondario, ma una priorità. E iniziare, anche con un semplice controllo, può fare la differenza.

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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