Un’ampia ricerca svedese mette in discussione il vecchio mito secondo cui i maschi sarebbero più colpiti, suggerendo che la vera differenza risieda non nell'incidenza, ma nella tempestività della diagnosi.
Il gap diagnostico: una questione di tempo
Lo studio, condotto dal Karolinska Institutet, ha monitorato 2,7 milioni di persone nate tra il 1985 e il 2020 e i dati rivelano una realtà inaspettata: raggiunti i 20 anni, le percentuali di diagnosi tra uomini e donne tendono quasi a pareggiarsi.
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Sebbene alla fine del percorso i numeri siano simili, le modalità per arrivarci sono drasticamente diverse tra i generi:
- l'infanzia dei ragazzi: i maschi hanno da 3 a 4 volte più probabilità di essere diagnosticati prima dei 10 anni. In media ricevono la diagnosi a 13,1 anni;
- l'adolescenza delle ragazze: le femmine ricevono la diagnosi mediamente a 15,9 anni (quasi 3 anni dopo).
L'effetto "recupero": perché le donne arrivano dopo?
La coorte femminile presenta un profilo differente, con un picco diagnostico che slitta in avanti, manifestandosi tra i 15 e i 19 anni.
Una diagnosi tardiva che è spesso il risultato di un "effetto recupero" che esplode durante l'adolescenza: in questa fase della vita, infatti, le dinamiche sociali diventano estremamente più stratificate e complesse, rendendo meno efficace il "camuffamento" dei tratti autistici che molte ragazze riescono a mantenere durante l'infanzia.
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In sintesi, mentre i ragazzi ricevono conferme cliniche in una fase scolare più giovane, per le ragazze la consapevolezza della propria neurodivergenza emerge spesso solo con l'ingresso nell'età adulta o nella tarda adolescenza, quando il divario tra le richieste dell'ambiente e le proprie risorse interne diventa più evidente.
Le barriere al riconoscimento precoce
Perché le bambine sfuggono ai radar dei medici? Gli esperti individuano ostacoli principali:
- stereotipi obsoleti: storicamente, l'autismo è stato studiato su modelli maschili. Questo ha creato una "distorsione sistemica" che rende i test diagnostici meno efficaci per le manifestazioni femminili;
- diagnosi errate: spesso, prima di arrivare a comprendere la loro natura autistica, le donne ricevono etichette psichiatriche improprie, come disturbi dell'umore o della personalità;
- camuffamento (masking, social camouflaging): le ragazze sono spesso più abili nell'imitare i comportamenti sociali dei coetanei, rendendo l'autismo "invisibile" finché le richieste sociali dell'adolescenza non diventano insostenibili;
- effetto protettivo femminile: alcune teorie suggeriscono una maggiore resilienza genetica nelle femmine, che richiederebbe un "carico" genetico superiore per manifestare i tratti clinici. Le prove, però, sono ancora contrastanti;
- errori di attribuzione: il 70% delle persone con ASD ha altre condizioni psichiatriche. Le donne spesso ricevono diagnosi di ansia o depressione prima che venga identificata la causa sottostante: l'autismo.
Il gap di genere nell'autismo sta scomparendo in età adulta e ciò che emerso dalla ricerca impone di riscrivere le pratiche di screening: non è che le donne siano meno autistiche, è che le stiamo guardando con lenti calibrate sui maschi.
Il futuro della clinica dovrà concentrarsi su come l'autismo si manifesta in modo differente, per garantire che nessuna bambina debba aspettare l'età adulta per essere compresa.
Fonti:
BMJ - Time trends in the male to female ratio for autism incidence: population based, prospectively collected, birth cohort study