Influenza aviaria H5N1, primi casi confermati in Australia: il virus raggiunge l’ultimo continente rimasto libero

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 23 Giugno, 2026

gallo dal veterinario

L’influenza aviaria H5N1 ha raggiunto anche l’Australia. La conferma arriva da una spiaggia remota vicino a Esperance, nell’Australia Occidentale, dove due uccelli marini malati sono risultati positivi al virus. Si tratta di uno stercorario bruno e di un petrello gigante, due specie comunemente associate all’Oceano Australe.

I test hanno identificato il ceppo HPAI H5N1 clade 2.3.4.4b, una variante altamente patogena dell’influenza aviaria che circola a livello globale e che può diffondersi rapidamente. Negli ultimi cinque anni, questo ceppo ha causato la morte di milioni di animali selvatici e capi di pollame in diverse parti del mondo.

Questi sono i primi rilevamenti confermati del ceppo in Australia. La domanda, ora, è se i due casi rappresentino un evento isolato oppure il primo segnale di una diffusione più estesa. Le prossime settimane saranno decisive per capire quanto il virus sia già presente nell’ambiente e quali specie possano essere coinvolte.

Perché questo ceppo preoccupa più degli altri

L’Australia aveva già affrontato in passato focolai di influenza aviaria, ma il ceppo H5N1 attualmente in circolazione rappresenta una sfida diversa. Il motivo è la sua capacità di infettare un numero molto più ampio di specie e di diffondersi con grande rapidità, anche attraverso continenti diversi.

Dal 2021, il ceppo HPAI H5N1 si è diffuso in tutti i continenti tranne l’Australia. In altri Paesi ha devastato popolazioni di fauna selvatica, colpito allevamenti avicoli e provocato perdite importanti nel settore del pollame. Inoltre, il virus è passato più volte anche ai mammiferi, tra cui bovini da latte, foche e leoni marini.

La trasmissione avviene attraverso il contatto ravvicinato con animali infetti o con ambienti contaminati. Anche il consumo o lo smembramento di carcasse infette può contribuire alla diffusione. Per questo sono particolarmente vulnerabili gli uccelli che vivono in grandi colonie, come sule, sterne e albatros, ma anche animali spazzini come i diavoli della Tasmania.

Il rischio per l’uomo resta basso

Per la popolazione generale, il rischio attuale è considerato basso. Le infezioni umane da H5N1 sono rare e di solito riguardano persone esposte direttamente o indirettamente ad animali infetti o ad ambienti contaminati.

Gli esempi citati dagli esperti includono allevamenti lattiero-caseari, mercati di pollame vivo o spiagge dove sono presenti uccelli selvatici e mammiferi marini malati o morti. Questo non significa che il rischio debba essere ignorato, ma che la prevenzione passa soprattutto dall’evitare il contatto con animali potenzialmente infetti e dal segnalare rapidamente eventuali ritrovamenti sospetti.

La raccomandazione più importante è semplice: non toccare uccelli o mammiferi marini malati o morti, non avvicinare i cani alle carcasse e documentare la posizione da una distanza sicura, se possibile anche con fotografie.

Come potrebbe essere arrivato in Australia

Le specie coinvolte nei primi due casi offrono un indizio importante. Lo stercorario bruno e il petrello gigante sono uccelli marini dell’Oceano Australe, capaci di percorrere distanze enormi e di nutrirsi anche di carcasse contaminate.

La presenza del virus nell’Australia Occidentale suggerisce quindi che l’H5N1 possa essere arrivato attraverso i movimenti della fauna marina dell’Oceano Australe, più che attraverso le rotte settentrionali degli uccelli migratori costieri.

Secondo le ricerche citate nell’articolo, la fauna migratoria, compresi gli uccelli marini, ha già contribuito a trasportare il virus per migliaia di chilometri attraverso l’Oceano Australe a partire dal 2023, partendo dal Sud America. Per confermare l’origine esatta, sarà fondamentale il sequenziamento genetico del virus. Solo così si potrà capire quanto il ceppo trovato in questi uccelli sia vicino a quelli rilevati a Heard Island, in Antartide, in Sud America o altrove.

Allevamenti e fauna selvatica sotto osservazione

Al momento non sono stati rilevati casi di H5N1 negli allevamenti australiani di pollame o bovini da latte. Tuttavia, i produttori avicoli devono seguire le indicazioni governative per mantenere standard elevati di biosicurezza.

Questo significa ridurre il più possibile il contatto tra uccelli domestici e uccelli selvatici, proteggere mangimi e fonti d’acqua e segnalare immediatamente malattie insolite o morti anomale negli animali. Sono misure cruciali perché, in Paesi come gli Stati Uniti, lo stesso ceppo ha avuto un impatto molto pesante sia sull’industria avicola sia su quella lattiero-casearia, portando anche all’abbattimento di massa di stormi commerciali.

Il rischio non riguarda però solo gli allevamenti. Tra le specie australiane vulnerabili ci sono le otarie orsine australiane, gli uccelli marini che nidificano in colonie, come sterne, sule e albatros, e specie di particolare valore ecologico o culturale.

Le specie più vulnerabili

Tra gli animali citati dagli esperti figurano l’albatros timido della Tasmania, una specie endemica, e la yula, nota anche come berta codacorta, culturalmente significativa. Anche gli uccelli d’acqua dolce, come le anatre, rappresentano una preoccupazione perché possono diffondere virus influenzali attraverso l’acqua.

Per le specie già minacciate, il rischio è ancora più serio. Nel caso di uccelli in pericolo critico, come i pappagalli panciarancio, anche poche morti legate all’influenza aviaria potrebbero mettere sotto pressione l’intera popolazione.

Il problema dell’H5N1, quindi, non è soltanto veterinario o agricolo. È anche un problema di conservazione. Un focolaio in una colonia riproduttiva o in una popolazione già fragile potrebbe avere conseguenze sproporzionate rispetto al numero iniziale di animali infetti.

L’Australia si era preparata, ora deve agire

Il fatto che l’Australia sia stata l’ultimo continente rimasto libero da questo ceppo ha dato tempo alle autorità per prepararsi. Dal 2024, una task force nazionale dedicata ha guidato la risposta del Paese a un possibile arrivo dell’H5N1.

La task force è coordinata dalla National Emergency Management Agency insieme ai dipartimenti federali dell’agricoltura, dell’ambiente e della salute. Negli ultimi mesi ha condotto esercitazioni per simulare focolai e ha rafforzato la sorveglianza in diverse aree del Paese.

Ora, però, la preparazione deve diventare intervento concreto. Gli esperti chiedono un ampliamento della sorveglianza intorno a uccelli marini, zone umide, animali spazzini, mammiferi marini, pollame domestico da cortile e allevamenti commerciali. I campioni positivi dovrebbero essere sequenziati rapidamente, così da seguire con precisione l’eventuale percorso del virus.

Sorveglianza, vaccini e ruolo dei cittadini

Oltre alla sorveglianza, potrebbero essere prese in considerazione altre strategie. Negli Stati Uniti, per esempio, alcuni ricercatori stanno sperimentando la vaccinazione contro l’influenza aviaria nelle foche, con l’obiettivo di proteggere le foche monache hawaiane, una specie in pericolo.

Se la situazione in Australia dovesse peggiorare, gli esperti suggeriscono di valutare opzioni simili per le specie più vulnerabili, come le otarie orsine, i cigni neri e altri uccelli nativi.

Anche i cittadini possono aiutare a contenere la diffusione. In Australia, chi trova uccelli o mammiferi marini malati o morti è invitato a segnalarlo alla Emergency Animal Disease Hotline, al numero 1800 675 888. È utile annotare il luogo del ritrovamento e, se possibile, scattare fotografie da una distanza sicura.


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Una finestra di tempo da non sprecare

I primi due casi confermati non bastano, da soli, a definire l’entità del problema. Potrebbero restare episodi isolati, oppure indicare che il virus ha già iniziato a circolare più ampiamente nella fauna selvatica australiana.

La differenza dipenderà dalla rapidità con cui verranno individuati nuovi casi, dalla capacità di sequenziare il virus e dalla protezione delle specie e degli allevamenti più esposti. L’H5N1 ha già mostrato altrove quanto possa essere difficile contenerlo una volta entrato in popolazioni animali dense o vulnerabili.

Per l’Australia, l’arrivo del virus segna la fine di una condizione di relativo isolamento. Ma non significa che la diffusione sia inevitabile. Sorveglianza, biosicurezza, segnalazioni tempestive e piani mirati per la fauna più fragile possono ancora fare la differenza.

Fonte

ScienceAlert - Bird Flu Has Reached The Last Free Continent. Can We Stop Its Spread?

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