Il morbo di Alzheimer colpisce milioni di persone e spesso, quando i sintomi come la perdita di memoria o il disorientamento diventano evidenti, il danno cerebrale è già in fase avanzata.
Da decenni ci si affida a esami post-mortem o a indizi indiretti ricavati dal sangue e dal liquido cerebrospinale.
Oggi, però, una nuova ricerca suggerisce che la soluzione potrebbe trovarsi a pochi centimetri di profondità nelle nostre narici: nell'epitelio olfattivo.
Il ruolo inatteso del naso
Nella parte superiore della cavità nasale si trovano le cellule nervose responsabili dell'olfatto, che sono collegate quasi direttamente al sistema nervoso centrale.
I ricercatori, guidati dal dottor Bradley J. Goldstein, hanno intuito che queste cellule potessero fungere da "sentinelle".
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La procedura descritta nello studio è sorprendentemente semplice: dura pochi minuti, richiede solo un po' di spray anestetico e uno spazzolino minuscolo.
Analizzando il materiale prelevato, i ricercatori non si sono limitati a guardare le cellule, ma ne hanno studiato l'attività genetica, ovvero quali geni erano "accesi" e quali "spenti".
I protagonisti del cambiamento: neuroni e sistema immunitario
L'analisi a singola cellula ha rivelato tre segnali chiave che collegano il naso al declino cerebrale:
- l'infiammazione precoce: anche nei soggetti cognitivamente integri ma con biomarcatori positivi (Alzheimer preclinico), sono state trovate cellule T di memoria attivate e programmi mieloidi infiammatori. Si tratta di segnali identici, seppur meno intensi, a quelli dei pazienti in stadio avanzato;
- neuroni sotto stress: i neuroni sensoriali olfattivi (OSN) mostrano firme genetiche di sofferenza che ricalcano esattamente quanto osservato nei cervelli autoptici;
- il "ponte" neuroimmune: i geni coinvolti nella risposta immunitaria (come HLA-DQA2) risultano iperattivi, mentre altri legati alla comunicazione tra le cellule (come EGR3) appaiono spenti. Ciò potrebbe spiegare anche perché la perdita dell'olfatto è spesso uno dei primi campanelli d'allarme della malattia.
I numeri della scoperta
Lo studio della Duke Health, pubblicato proprio in questi giorni su Nature Communications ha analizzato i campioni di 22 partecipanti, processando una mole di dati impressionante: milioni di punti informativi derivanti dall'attività di migliaia di geni in centinaia di migliaia di singole cellule.
I risultati sono stati straordinari, ecco una sintesi per punti:
- il tampone è riuscito a identificare i cambiamenti biologici legati all’Alzheimer prima ancora che i pazienti mostrassero segni clinici di declino cognitivo. È come se l'epitelio olfattivo "registrasse" i segnali di stress del cervello in tempo reale;
- il test ha dimostrato un'accuratezza dell'81% nel distinguere i soggetti sani da quelli nelle prime fasi della malattia;
- a differenza degli attuali esami del sangue, che rilevano marcatori tipici di una fase più avanzata, fotografa l'attività nervosa e immunitaria "dal vivo" e in tempo reale.
Perché questa scoperta è importante?
Mentre il prelievo del liquido cerebrospinale (invasivo) o dei test del sangue (che offrono una visione d'insieme ma poco specifica sul tessuto neurale), la biopsia dell'OE offre un contesto tissutale vivo che si traduce in:
- precisione molecolare: non ci si limita a contare le cellule, ma si osserva come "parlano" tra loro i geni all'interno di ogni singola cellula;
- diagnosi precoce: la capacità di rilevare alterazioni nella fase preclinica apre la strada a interventi terapeutici tempestivi, prima che il danno cerebrale diventi irreversibile;
- monitoraggio nel tempo: essendo un prelievo ripetibile e poco traumatico, potrebbe diventare lo strumento standard per seguire l'evoluzione della malattia e la risposta ai farmaci.
I prossimi passi
La Duke University ha già depositato un brevetto per questa tecnologia e la ricerca si sta ora allargando a gruppi più numerosi di pazienti.
L'obiettivo che si prefiggono è anche quello di utilizzare il tampone per monitorare se i nuovi trattamenti stiano effettivamente funzionando nel tempo.
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Nonostante le variabili anatomiche che rendono il prelievo talvolta complesso, i ricercatori hanno dimostrato che il metodo è solido e riproducibile.
L'idea è quella di creare un pannello diagnostico mirato da integrare ai test già esistenti (come la PET o l'analisi delle proteine Tau e Amiloide).
Fonti:
- Nature Communications - Olfactory cleft biopsy analysis of Alzheimer’s disease pathobiology across disease stages;
- DukeHealth - Nasal Swab Test Spots Early Alzheimer’s Signals